Presentazione
Il "volontario ignaziano" tende ad essere l'espressione concreta della persona laica che ha fatto esperienza del cammino degli esercizi spirituali e che quindi ha come obiettivo l'imitazione di Gesù, nella interezza della Sua persona e della Sua missione (Mt 11,2-6). Gesù era l'uomo che pregava, evangelizzava, sanava. Gesù era attento ai problemi dell'uomo nella concretezza della sua vita, si commuoveva e interveniva (Mc 6,34 e segg).
Ecco allora che il "volontario ignaziano" è colui che, attento alle necessità concrete degli ultimi, li aiuta come meglio può, dando coraggio e forza con l'annuncio della buona novella e la testimonianza della propria esperienza di persona risanata, aiutata, salvata. Egli potrà così trasmettere a chi soffre la forza propulsiva che scaturisce dal discorso della montagna (Mt 5,1-16).
E' importante chiarire che il "volontario ignaziano" non è necessariamente una persona che ha già fatto l'esperienza degli EESS, ma può essere in cammino o addirittura arrivare a questa esperienza procedendo in senso inverso, cominciando cioè dal servizio agli ultimi. Questa persona, accompagnata da chi ha già fatto esperienza del cammino degli esercizi, procederà più velocemente, perché avrà già incontrato Gesù nella realtà della vita (Mt 25,31-46) ed il terreno sarà preparato per accogliere la buona novella in maniera più proficua.
Coloro che si dedicano agli EE.SS., alla catechesi, ai lavori di ufficio o ad altri impegni similari, sempre per la maggior gloria di Dio, fanno sicuramente un servizio di altissimo valore, ma, non essendo presente quella parte della missione di Gesù che si rivolge direttamente agli ultimi, non rientrano in questa comunione di esperienze. D'altro canto, per chi tra queste persone desideri partecipare al "Volontariato ignaziano", l'ostacolo è facilmente superabile, dal momento che oggi esistono forme di volontariato che impegnano poco tempo, senza particolari vincoli di orario e di formazione. Ad esempio, per l'ospedale, la mensa dei poveri, le case di accoglienza, la visita domiciliare ai malati della parrocchia, possono bastare 1-2 ore settimanali, da gestire come meglio si crede.
In tal modo l'educatore, la guida, il catechista ecc. darà una testimonianza concreta di amore verso il prossimo, cosa questa che aiuterà chi è in formazione a trovare nella figura di chi lo accompagna un esempio di Cristo, maestro e uomo giusto e ricco di compassione.
Da quanto detto scaturisce che per far parte del "Volontariato ignaziano" di cui parliamo, si dovrebbe essere inseriti in una organizzazione di servizio agli ultimi.
 Documento di fondazione.
….ricordare come le tre Persone Divine guardano tutta la superficie e la rotondità del mondo intero, pieno di uomini; e come, vedendo che tutti scendevano all'inferno, decidono nella loro eternità che la seconda Persona si faccia uomo per salvare il genere umano; e così giunta la pienezza dei tempi, inviano l'Angelo San Gabriele alla Madonna" (EE.SS. n. 102)
La spiritualità ignaziana è la spiritualità dell'Incarnazione. Vivere questa spiritualità significa guardare la realtà con gli occhi di Dio, amare ciò che Lui ama, collaborare con Lui nell'aiutare chi è nella sofferenza, di qualsiasi tipo essa sia.
E' con questo spirito che è nato il "Volontariato ignaziano", che si prefigge di favorire la comunione fra le esperienze di volontariato generate dalla spiritualità ignaziana, per lavorare insieme, per la maggior gloria di Dio, in tutti i campi nei quali c'è sofferenza e bisogno di giustizia, inventando modalità nuove o sostenendo quelle già esistenti all'interno della Chiesa.
I perché di questa iniziativa.
La comunione tra le varie esperienze di volontariato consente di:
- passare dalla frammentarietà all'unità. Si può così guardare al volontariato ignaziano come a una pianta dal ceppo robusto e dai rami folti e sottili (ramo ospedaliero, ramo accoglienza emigranti, ecc.). Non è tanto importante, infatti, essere numerosi in uno stesso servizio, quanto essere inseriti nel maggior numero possibile di opere: questo per aiutare più rapidamente ed efficacemente le persone in difficoltà e per dare la possibilità, a chi desidera svolgere un volontariato, di scegliere l'inserimento più consono alla propria vocazione;
- collaborare insieme nel sostenere opere che, nella Chiesa, si trovano in un momento di bisogno. Tutte le opere ispirate dallo Spirito Santo appartengono all'unico corpo. E' bello cooperare al loro sostegno qualora ve ne sia bisogno;
- conoscersi all'interno di uno stesso tipo di volontariato e cercare di migliorarne il servizio, donando gli uni agli altri l'esperienza maturata.. Questo per consentire ai vari rami di operare dando e chiedendo aiuto con umiltà e spirito di servizio;
- avere una maggiore incisività nel collaborare con gli organismi responsabili a livello sociale e politico. Qualora si sentisse la necessità di presentare proposte di legge, emendamenti e specifiche richieste a beneficio degli ultimi, ci si potrebbe mettere in contatto per essere una forza più consistente;
- non sentirsi soli. Spesso, quando si è soli o in pochi a svolgere un servizio, se sorgono degli ostacoli, ci si scoraggia e si ha la tentazione di mollare. Ma se si sa che altri continuano, nonostante le difficoltà, forse si trova la forza per rimettersi in piedi e continuare.
Non si tratta, comunque, di avere un impegno in più, ma di conoscersi, passarsi le informazioni e le idee per aiutare con più efficacia chi è in difficoltà.
Chi, laico o religioso, desidera ulteriori informazioni può scrivere a: Volontariato Ignaziano - Residenza del Gesù, Via degli Astalli, 16 - 00186 Roma o telefonare al n. 347 6624254.
Vademecum 2005
VOLONTARIATO IGNAZIANO
Ramo Ospedaliero
Il fine del volontariato ignaziano ospedaliero è quello di portare al malato, ove possibile, una amicizia evangelica che gli annunci che il suo tempo di sofferenza e di prova non è un tempo sprecato ma che, anzi, se indirizzato al Signore, diventa fonte di bene per i familiari e per il regno di Dio. Questo gli farà prendere coscienza di essere soggetto attivo di missione. (Redemptoris missio, 78).
Presso l'Ospedale Sandro Pertini di Roma, alla fine del '96, si è iniziata una nuova esperienza di volontariato: il "visitatore volontario". Dopo otto anni di attività, pensiamo sia proficuo suggerire i seguenti punti, che potrebbero essere utili per attuare questo tipo di volontariato presso qualunque ospedale.
1) Informarsi sul volontariato pastorale e sulla maniera di avvicinarsi al malato attraverso la lettura di documenti della Chiesa e di congregazioni religiose, che da sempre si occupano di questo settore di povertà, nonché di pubblicazioni varie riguardanti l'argomento. E' particolarmente raccomandata la frequenza a corsi di formazione specifici. In ogni caso, è indispensabile un tirocinio con persone che abbiano già fatto questa esperienza. Molto importante è anche la comunione e lo scambio di idee tra volontari.
2) Mettersi in contatto con il Cappellano dell'Ospedale facendo presente il desiderio di attuare una forma di volontariato che consenta di stare vicino ai malati più soli durante l'ora di apertura al pubblico.
3) Attenersi alle istruzioni del Cappellano per quanto riguarda l'inserimento. Presso la Cappella S. Elia Profeta dell'Ospedale Pertini è necessaria una lettera di presentazione del futuro volontario da parte di un sacerdote.
4) Richiedere alla segreteria del Volontariato Ignaziano il cartellino di identificazione personale e, una volta ottenuto, chiedere al Cappellano, se d'accordo, di firmarlo sul retro.
5) Provvedere ad una forma di assicurazione, o presso la Cappellania o tramite il volontariato ignaziano, non appena sarà possibile.
6) Quando si va in corsia il cartellino deve essere portato in maniera ben visibile. Se il cappellano o la direzione sanitaria lo richiedono, si metta il camice anche durante l'ora di visita.
7) Prima di andare in corsia presentarsi alla caposala (o a chi per lei) per avvertire della propria presenza.
8) Non toccare il malato per nessuna ragione (tranne che per una carezza o una stretta di mano) perché spostarlo o dargli del cibo senza autorizzazione potrebbe danneggiarlo. Se si è autorizzati, aiutarlo a prendere il pasto.
9) Non prendere mai nulla da parte del malato. Se indispensabile, si avverta la caposala.
10) Avvertire il cappellano o l'assistente sociale per eventuali necessità o se qualcosa non va. E' indispensabile essere sempre in armonia con il personale medico e paramedico.
11) Essere discreti sempre. Non affliggere il malato né con troppe domande né con il racconto dei propri malesseri o problemi.
12) Avere grande rispetto delle idee dell'altro ed amare come Gesù farebbe, con comprensione e tenerezza.
13) Collaborare con la Cappellania mettendosi a disposizione del sacerdote, per quanto è possibile, ed attenersi sempre alle sue istruzioni.
14) Quella del "visitatore volontario" è una forma di volontariato ma non è l'unica. Il volontario ignaziano può sempre tendere al "magis" con forme più impegnative. L'IHS, che si trova sul cartellino, vuol ricordare che andiamo da chi soffre nel nome di Gesù e per la maggior gloria di Dio.
Autobiografia
Dall'Autobiografia di S. Ignazio.
[33] Un'altra volta, durante la traversata da Valencia verso l'Italia, sul mare agitato da violenta tempesta, il timone della nave si schiantò e la situazione divenne così grave che, a giudizio suo e di molti passeggeri, con i soli mezzi umani non si sarebbe scampati alla morte. In questo frangente, pur esaminandosi con diligenza per disporsi a morire, non riusciva a sentire timore dei suoi peccati o di una eventuale condanna, ma provava grande confusione e dolore ritenendo di non avere impiegato bene i doni e le grazie che Dio nostro Signore gli aveva concesso. Anche nel 1550 stette molto male a causa di una grave malattia che, a giudizio suo e di altri, pareva l'ultima. In questa occasione il pensiero della morte gli procurava tanta gioia ed era tanto consolato spiritualmente per dover morire che si scioglieva tutto in lacrime. Questa commozione gli divenne così abituale che spesso doveva smettere di pensare alla morte per non provare così intensa consolazione.
[34] Al sopraggiungere dell'inverno si ammalò gravemente. Per curarlo le autorità cittadine lo fecero accogliere in casa di un certo Ferrera, che più tardi fu a servizio di Baldassarre de Faria. Là ebbero cura di lui con molte attenzioni, e parecchie signore della buona società, spinte dalla devozione che già provavano per lui, venivano ad assisterlo durante la notte. Quando si riprese da questa malattia rimase però molto debole e con frequenti dolori di stomaco. Per questo motivo e perché quell'inverno era molto rigido, lo convinsero a indossare un vestito, a calzarsi e a tenere un copricapo. Riuscirono a fargli accettare due casacche di panno grossolano e una berretta dello stesso panno, piccola come uno zucchetto. In quel periodo accadeva che, molti giorni, era avido di intrattenersi su cose spirituali e di trovare persone che ne fossero capaci. Intanto si avvicinava il tempo in cui si era prefisso di partire alla volta di Gerusalemme.
[62] In quel periodo il giovane Calisto si trovava a Segovia. Appena seppe che il pellegrino era in prigione, tornò subito, benché convalescente da una grave malattia, e si unì a lui nel carcere. Il prigioniero gli disse che avrebbe fatto bene a presentarsi al vicario. Questi lo trattò con benevolenza, ma gli fece presente che doveva rinchiuderlo in carcere: era necessario che vi rimanesse fino al ritorno delle due donne per vedere se la loro deposizione confermava le dichiarazioni del prigioniero. Calisto rimase in carcere alcuni giorni, ma il pellegrino, vedendo che gli nuoceva fisicamente non essendo ancora del tutto ristabilito, lo fece scarcerare con l'aiuto di un dottore suo grande amico. Dal momento dell'arresto fino alla sua scarcerazione trascorsero quarantadue giorni. Allora, essendo ormai ritornate le due pie donne, lo scrivano del vicario si recò al carcere a leggergli la sentenza: era libero, ma lui (e i suoi compagni) dovevano vestire come gli altri studenti, non dovevano parlare di argomenti riguardanti la fede nei quattro anni che restavano loro da dedicare agli studi perché non erano ancora sufficientemente istruiti. Per la verità, il pellegrino era il più preparato, ma anche la sua istruzione aveva scarsi fondamenti: del resto questa era sempre la prima cosa che soleva dire quando lo interrogavano.
[83] Mentre loro due discorrevano insieme, un frate venne a chiedere al dottor Frago di trovargli una casa, perché in quella dove alloggiava molti erano morti, e secondo lui di peste: in quei giorni stava appunto per scoppiare l'epidemia a Parigi. Il dottor Frago e il pellegrino vollero andare a vedere la casa e condussero con sé una donna pratica di queste cose. Entrata a vedere, quella affermò che si trattava di peste. Anche il pellegrino volle entrare; trovandovi un ammalato lo confortò e con una mano gli toccò la piaga. Dopo aver cercato di fargli coraggio, se ne andò via da solo. La mano cominciò a dolergli tanto che credette di aver preso la peste. L'impressione era così violenta che non riusciva a dominarla; allora con gesto risoluto portò la mano alla bocca, tenendovi dentro le dita a lungo e dicendo a se stesso: "Se hai la peste alla mano, l'avrai anche alla bocca". Dopo quel gesto l'impressione scomparve e anche il dolore alla mano.
[95] Dopo questi quaranta giorni arrivò il maestro Giovanni Codure. Allora tutti e quattro decisero di cominciare a predicare. Si recarono in quattro diverse piazze e, lo stesso giorno, la stessa ora, dopo avere chiamato la gente a gran voce e facendo segni con la berretta, ciascuno cominciò la sua predica. Questi discorsi suscitarono profonda impressione in città; molte persone ne furono infervorate e i compagni ebbero i necessari mezzi di sostentamento con maggiore larghezza.
Diversamente da come accadde a Parigi, nel periodo in cui rimase a Vicenza il pellegrino ebbe molte visioni spirituali e frequenti, anzi quasi continue consolazioni. Soprattutto quando si preparava a ricevere il sacerdozio, a Venezia, poi ogni volta che si accingeva a celebrare la messa, e durante tutti quei viaggi ebbe molte comunicazioni soprannaturali simili a quelle che riceveva quando era a Manresa.
Mentre era ancora a Vicenza venne a sapere che uno dei compagni [Simone Rodrigues], che si trovava a Bassano, era ammalato e in punto di morte. Anche lui in quel periodo aveva la febbre, tuttavia si mise in viaggio; e camminava così svelto che Favre, suo compagno, non riusciva a tenergli dietro. Durante il viaggio ebbe la certezza da parte di Dio - e lo disse a Favre - che il loro compagno non sarebbe morto di quella malattia. Al suo arrivo a Bassano, l'infermo si sentì molto confortato e guarì rapidamente. In seguito tornarono tutti a Vicenza e per qualche tempo stettero insieme tutti e dieci. Alcuni andavano a cercare elemosina nei villaggi intorno a Vicenza.
La Compagnia di Gesù
La missione della Compagnia di Gesù consiste in questo: come servitori della missione universale di Cristo nella Chiesa e nel mondo d'oggi, siamo chiamati a operare per la salvezza integrale in Gesù Cristo.
Perciò la nostra missione di Gesuiti è oggi definita come servizio della fede, di cui la promozione della giustizia costituisce un'esigenza assoluta. Tale salvezza comincia in questa vita e troverà il suo compimento nella vita eterna.
Il servizio della fede e la promozione della giustizia costituiscono una sola e indivisibile missione della Compagnia. Esse non possono essere separate nei nostri programmi, nella nostra azione, nella nostra vita, e neppure possono essere considerate come un semplice servizio tra gli altri, ma devono essere il fattore integrante di tutte le nostre attività.
Altre dimensioni fondamentali dell'evangelizzazione sono la proclamazione del Vangelo inserendoci in altre culture e il dialogo con i membri delle altre religioni. Perciò la fede che promuove la giustizia è, inseparabilmente, la fede che impegna al dialogo con le altre tradizioni e la fede che evangelizza le culture.
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Diffusione della Compagnia di Gesù
Diamo... i numeri
Al 1° gennaio 2004 facevano parte di tutta la Compagnia 20.170 gesuiti. Di questi 3.052 erano gesuiti in formazione, 1.983 erano Fratelli (gesuiti non sacerdoti), 14.148 sacerdoti. I novizi sono 987. L'età media è di 53,97 anni; abbiamo circa 1.750 comunità e siamo presenti in più di 120 paesi. Pertanto siamo 238 in meno rispetto al 2003 (dal 2002 al 2003 la diminuzione era di 333 gesuiti), ma abbiamo 58 novizi in più. In Italia siamo poco meno di 750, con 5 novizi in più rispetto all'anno passato, e costituiamo la provincia più numerosa all'interno della Compagnia di Gesù.
La maggioranza dei novizi viene dall'Asia del Sud (283); seguita dall'America centrale e del Sud con 175, dall'Africa con 131, dall'Oceania con 118, dagli Usa con 111, dall'Est Europa con 53, dall'Europa meridionale con 52 novizi.
In Italia siamo presenti con circa 30 opere che si interessano dei giovani (movimenti giovanili, universitari, centri giovanili, ecc.). Altre 13 attività operano nel campo culturale (riviste, facoltà, centri culturali, ecc.), 16 nel campo sociale e abbiamo la gestione di 6 scuole secondarie (dalle elementari ai licei). Siamo presenti con 8 case di Esercizi e con circa 15 parrocchie. Curiamo una quindicina di Chiese. Le case specificamente dedicate alla formazione dei giovani gesuiti sono 3.
A queste cifre bisognerebbe aggiungere le innumerevoli attività che costituiscono il mosaico della nostra presenza animata da ciascun gesuita.
Un altro settore da indicare riguarda le attività in Albania, attività che sono state affidate proprio ai gesuiti italiani. In questa nazione curiamo a Tirana una parrocchia e varie attività nel territorio; a Scutari gestiamo il seminario diocesano e una scuola secondaria aperta a tutti.
Altre iniziative: Sesta opera
ERO CARCERATO E SIETE VENUTI A TROVARMI (Mt. 25:36)
La Sesta Opera San Fedele è una storica associazione di volontariato carcerario: il suo primo nucleo di volontari cominciò ad operare a S. Vittore nel 1923. Ad esso si sono aggiunti negli anni quelli del carcere di Opera e poi di Bollate. Con i suoi 100 volontari circa, la Sesta Opera cerca di corrispondere ai bisogni del popolo delle carceri in termini di assistenza morale e materiale: colloqui con quanti ne esprimono il desiderio, gruppi di catechesi e di preghiera in collaborazione con i cappellani, sostegno ai nuovi giunti, visite ai ricoverati nei centri clinici, aiuto a quanti sono impegnati nella studio, animazione culturale di varia natura, erogazione di piccole somme per spese di emergenza, servizio guardaroba per far fronte agli urgenti bisogni di biancheria intima, indumenti caldi e oggetti per l'igiene personale, collaborazione nelle attività sportive e in tutte le iniziative che favoriscono la vita affettiva dei detenuti e le relazioni con la famiglia. Per renderle più praticabili la Sesta Opera ha destinato un appartamento ai detenuti in permesso premio e ai loro familiari che provenendo da altre città non possono sostenere oltre alle spese del viaggio anche quelle alberghiere.
Le attività extramurarie sono basate su un Centro d'Ascolto per assistere con varie modalità ex detenuti e loro familiari, alcune iniziative in fase sperimentale di sostegno a persone in detenzione domiciliare in collaborazione con il CSSA - Centro Servizi Sociali Adulti del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria - e un secondo appartamento destinato a ex detenuti nella prima fase della libertà. I due appartamenti rientrano nel progetto di housing sociale "Un tetto per tutti" che, con la partecipazione delle istituzioni pubbliche, affronta in difficili problemi del reinserimento nella società libera.
La Sesta Opera è convinta che per un intervento efficace del volontariato nelle carceri sia necessaria una formazione di qualità: in stretto rapporto con la Caritas Ambrosiana si occupa della progettazione e della gestione di percorsi formativi che per metodologie, temi, livello di formatori e esperti, garantiscono l'immissione nel sistema delle carceri di nuovi volontari, consapevoli del proprio ruolo e adeguatamente formati alla relazione d'aiuto.
Sul terreno dell'elaborazione culturale, la Sesta Opera esprime una sua significativa presenza attraverso Convegni annuali e la rivista Dignitas. Percorsi di carcere e di giustizia. La rivista, che ha una tiratura di circa 3500 copie, si propone come spazio stimolante di riflessione e dibattito sulle questioni di penalità, fruendo del contributo di saperi e di passione civile di un crescente numero di studiosi, magistrati, operatori e politici. Il superamento della visione retributiva della giustizia, l'attenzione alle prospettive di giustizia riparativa e di mediazione penale, la riflessione su Bibbia e giustizia, l'approccio al mondo carcerario centrato sul rispetto assoluto della dignità della persona umana e sulla convinzione che il carcere può avere senso solo come estrema ratio, sono le linee lungo cui si svolge questa esperienze editoriale.
La collaborazione tra la Sesta Opera e la Direzione del carcere di Bollate, il Centro Culturale e la Galleria San Fedele ha consentito la realizzazione del progetto "Captivi" Corso di fotografia tenuto nella casa di reclusione di Bollate. La mostra allestita proprio nel cuore della città ha inteso contribuire a ridurre l'opacità propria del carcere e superare la barriera fra la città libera e quella reclusa perché anche quest'ultima sia percepita come organicamente parte della prima.
La Sesta Opera, nata nell'alveo della spiritualità ignaziana, sente il servizio della fede e della promozione della giustizia (Decreto Quarto della XXXII Congregazione Generale della Compagnia di Gesù, 1974-75) come terreno proprio della salvaguardia del valore assoluto della dignità della persona umana, e coerentemente con tutta la sua storia aderisce al Jesuit Social Network - Italia, la Federazione della attività di solidarietà sociale dei gesuiti italiani.
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