Editoriale - novembre 2004

Segnali nuovi dal mondo cattolico?

Bartolomeo Sorge S.I.

 

Tra la fine di agosto e gli inizi di ottobre i cattolici italiani hanno dato vita a numerosi incontri di notevole spessore spirituale, culturale e sociale. Ha aperto la serie il tradizionale Meeting di Comunione e Liberazione (Rimini, 22-28 agosto); poi è stata la volta del pellegrinaggio dell’Azione Cattolica a Loreto, culminato con la visita del Papa (1-5 settembre); subito dopo, si è tenuto l’incontro «Religioni e culture» organizzato dalla Comunità di Sant’Egidio e dall’arcidiocesi ambrosiana (Milano, 5-7 settembre), mentre nei giorni immediatamente seguenti (10-12 settembre) hanno avuto luogo altri due importanti Convegni di studio: quello delle ACLI, a Orvieto, e quello promosso dalla rivista Il Regno, a Camaldoli. Nello stesso tempo, l’11-12 settembre si sono tenute a Roma le «Giornate dell’interdipendenza», organizzate dai Focolarini e da altre associazioni cattoliche. Ha concluso la 44a Settimana Sociale dei cattolici italiani a Bologna (7-10 ottobre).
Gli interrogativi di fondo suscitati da questi incontri sono molto seri. Perciò, dopo aver accennato ad alcune reazioni nel mondo cattolico, ci soffermeremo su due questioni. Una, più generale, è quella della cosiddetta «diaspora» dei cattolici italiani: dopo l’incontro di Loreto, è veramente finita? L’altra, più particolare, riguarda invece il futuro della maggiore associazione laicale: dove va l’Azione Cattolica?

1. Reazioni nel mondo cattolico
Il Segretario Generale della CEI, mons. Giuseppe Betori, in un editoriale apparso su Avvenire il 15 agosto 2004, parlava esplicitamente di «segnali nuovi e consolanti», provenienti dal mondo cattolico; e ne richiamava alcuni: «una più consapevole attenzione all’importanza dei fatti culturali per la testimonianza della fede; una fioritura di iniziative che vogliono porre interrogativi a partire dal pensare cristiano; la costanza a stare sul difficile fronte delle comunicazioni sociali, con mezzi certamente limitati ma non mediocri».
Tuttavia — proseguiva il Segretario della CEI —, ancora più significativa è la «nuova stagione» di convergenza che si è aperta tra le diverse aggregazioni del mondo laicale cristiano: «Le contrapposizioni che in passato avevano a volte anche lacerato, sembrano oggi lasciare il passo a uno stile non solo di pacifica contiguità, ma di operosa ricerca di incontro, di confronto, di collaborazione. La varietà non appare più una minaccia, né l’identità propria un primato». Quindi, guardando con ottimismo al futuro, mons. Betori aggiungeva: «Si aprono tempi di effettiva fraternità, in cui il dono dell’uno arricchisce tutti, […] senza nulla togliere alla specificità di ciascun percorso e al carisma di cui ogni aggregazione è custode». E rilevava: «Questa stagione sta facendo emergere un modo nuovo di esprimersi da parte del mondo cattolico. Nel passato, esso aveva nella rigidità del percorso formativo una radice da cui scaturiva un’espressione sostanzialmente unitaria nei diversi ambiti dell’esperienza sociale. Al presente, la convergenza che sortisce dal comporsi delle diversità non appare di per sé meno capace di dire il mistero cristiano di fronte al mondo; anzi, per certi versi, ne può illustrare ancor meglio il volto di unità e cattolicità». Infine, guardando al cammino che resta ancora da fare, concludeva: «L’ulteriore passo ora sta nel capire come dall’unità così ripensata possa concretamente generarsi da una parte il superamento della residuale “diaspora culturale” dei cattolici, e dall’altra il dispiegamento dirimente ma fascinoso della vera antropologia».
Non tutti però nel mondo cattolico hanno condiviso questa visione ottimistica. Le perplessità di molti ambienti sono state espresse da Giuseppe De Rita, segretario generale del CENSIS, in un articolo apparso esso pure su Avvenire, il 12 settembre 2004. Prendendo le distanze sia dagli «entusiasmi ecclesiali», sia dai «sospetti laici» con cui sono stati visti i raduni estivi dei cattolici, De Rita si pone in una posizione mediana, facendo suoi i «dubbi realistici» che essi «insinuano negli osservatori più distaccati». Le perplessità maggiori, a suo parere, sono due.
Prima perplessità: servono ancora i raduni di massa? Nessuno nega che essi producano una forte esperienza emotiva, psicologicamente tonificante; tuttavia, c’è il rischio che tali incontri favoriscano una «convergenza indistinta di sentimenti generici», più che un’effettiva «elaborazione di pensieri comuni».
Seconda perplessità: i cattolici tornano a convergere, ma per fare che cosa? In quale direzione si muovono? Il fine di questi raduni di massa è principalmente consolatorio oppure i cattolici oggi convergono perché vogliono tornare a incidere nella società e in politica come ai tempi della DC? O, forse, si propongono una elaborazione culturale e religiosa comune? Secondo De Rita, nessuna di queste finalità appare possibile oggi. E conclude: «Meglio sarebbe allora non moltiplicare i raduni di massa e non coltivare volenterose convergenze. La comunità ecclesiale è oggi una comunità a tante voci, ad articolati interessi, a diverse scelte di percorso anche religioso. Non è quindi governabile collocando tutta questa ricchezza (di voci, di interessi, di scelte, di percorsi) in una generica e indistinta voglia di stare insieme e di tradurre tale voglia in contiguità fisica, in sventolìo di fazzoletti, in emozione di affollato raduno».
Che pensare di queste reazioni diverse? Cerchiamo di dare una risposta articolata alle due questioni di fondo.

2. È finita la «diaspora» dei cattolici?
La partecipazione della Presidente dell’AC, Paola Bignardi, al Meeting di Rimini, accompagnata dall’Assistente generale mons. Francesco Lambiasi e dal Segretario della CEI mons. Giuseppe Betori, è stata ricambiata dalla partecipazione al pellegrinaggio di Loreto dei vertici di CL, accompagnata da un messaggio del fondatore mons. Luigi Giussani. L’abbraccio tra i vertici dei due movimenti ha voluto essere un segnale forte e pubblico di riconciliazione, dopo anni di incomprensioni. È particolarmente significativo che mons. Giussani, nel suo messaggio di accompagnamento, abbia voluto ricordare l’evento da cui ebbero inizio le tensioni, quando a Milano nel 1954 il ramo giovanile dell’AC si staccò dall’associazione, per dare vita a Gioventù Studentesca, divenuta poi Comunione e Liberazione: «Il vostro pellegrinaggio — egli scrive — mi offre l’occasione per rinnovare una vibrazione di memoria pensando all’inizio del nostro tentativo di presenza cristiana tra gli studenti liceali, che accadde come avvenimento imprevisto e imprevedibile proprio dentro la Gioventù Studentesca milanese di 50 anni fa».
Che dire? Certo è importante che i vertici dei movimenti si incontrino e parlino tra di loro. Il problema è vedere in quale misura all’abbraccio tra i dirigenti corrisponda il reale sentire della base associativa. Pertanto, è necessario che ai gesti simbolici segua un dialogo leale e chiarificatore tra le stesse associazioni, che finora non c’è stato. I «nuovi segnali», dunque, sono certamente da salutare con soddisfazione, ma non è tuttora chiaro come si realizzerà l’unità culturale e spirituale dei cattolici, salvaguardando la pluralità dei carismi e quindi dei modi diversi di intendere il rapporto Chiesa-mondo e di tradurlo in forme differenti di presenza sociale e politica.
Pertanto, prima di chiederci se la «diaspora» dei cattolici sia finita, occorre chiarire che cosa intendiamo per «diaspora». Ora, nell’uso corrente, con «diaspora dei cattolici» ci si intende riferire alla fine del «blocco cattolico», cioè di quella esperienza di unità morale, culturale e politica, formatasi all’indomani della seconda guerra mondiale, nel contesto di forti contrapposizioni ideologiche e di fronte alla necessità storica di opporsi al comunismo e di rifondare la democrazia in Italia. Ora, venute meno quelle ragioni storiche, anche in Italia, come in ogni altra parte del mondo, i cattolici si ritrovano a militare all’interno di schieramenti diversi. Da qui la «diaspora».
Invece, non si può affatto chiamare «diaspora» il legittimo pluralismo dell’associazionismo cattolico, il fatto cioè che i cattolici aderiscano a movimenti e aggregazioni che differiscono tra loro nella spiritualità, nella sensibilità culturale e nel modo di intendere e di vivere il rapporto Chiesa-mondo. Il pluralismo del laicato organizzato è anzi una ricchezza per tutta la Chiesa. Tale pluralismo è stato favorito negli ultimi decenni sia dalla rivalutazione che il Concilio ha fatto della vocazione e della missione dei laici nella Chiesa e nel mondo, sia dalla diversità dei carismi che lo Spirito dona con abbondanza anche alla base della Chiesa. Infatti — spiega il Concilio —, i fedeli laici in virtù della loro «indole secolare» ricevono direttamente da Cristo nel Battesimo la missione di «cercare il regno di Dio trattando le cose temporali» (Lumen gentium, n. 31). Questa loro missione può essere compiuta nelle forme più diverse. Perciò, nel definire il modo della propria presenza e della propria azione nel mondo, i singoli movimenti laicali godono di una legittima autonomia, e devono essi stessi assumersi la responsabilità delle scelte, nella fedeltà al Vangelo e al Magistero della Chiesa (cfr Gaudium et spes, n. 43).
In altre parole, il fatto che il vecchio «blocco cattolico» oggi si sia dissolto e non sia più proponibile né storicamente né teologicamente, non autorizza a giudicare il pluralismo delle scelte come un fenomeno negativo; anzi è una necessità, oltre che un’occasione di crescita, imposta alla testimonianza e al servizio dei cristiani dal mutato contesto sociale ed ecclesiale. I cattolici italiani si trovano perciò di fronte alla sfida di trovare forme nuove di presenza nella vita del Paese, adeguate alla nuova situazione. Per questo la CEI nel 1995, in occasione del Convegno ecclesiale di Palermo, ha lanciato l’idea di elaborare un Progetto culturale cristianamente ispirato. Era un invito ai cattolici a prendere coraggiosamente l’iniziativa, cessando di rimpiangere il tempo che fu, elaborando invece nuove forme di presenza, più rispondenti alle indicazioni del Concilio e alle sfide di un Paese profondamente cambiato. Non si tratta di uniformare i cattolici tra di loro, ma di aiutarli a fare unità nella diversità, offrendo una testimonianza più matura del mistero cristiano. Occorre cioè andare avanti, non guardare indietro.

3. Dove va l’Azione Cattolica?
La Presidente Paola Bignardi ha commentato: «Dopo Loreto l’AC non è più la stessa». Come sarà, allora? Infatti, l’AC non è un’associazione qualsiasi, ma opera «in diretta collaborazione con la Gerarchia, per la realizzazione del fine generale apostolico della Chiesa» (Statuto, art. 1). Si tratta quindi di una identità specifica, che non consente all’AC di fare suo lo stile di testimonianza e di presenza nel mondo proprio di altri movimenti. Una omologazione sarebbe, oltre tutto, un impoverimento per la Chiesa intera. Ecco perché il risalto dato alla legge sugli oratori (Legge 1 agosto 2003, n. 206) in occasione del pellegrinaggio a Loreto, invitando l’on. Fini a parlarne, ha suscitato tante perplessità. È apparso, infatti, agli occhi di molti come un episodio quanto meno inopportuno di neo-collateralismo politico, incomprensibile dopo che lo Statuto aggiornato aveva confermato in pieno la «scelta religiosa», in virtù della quale all’inizio degli anni ’70 l’AC aveva posto fine al collateralismo con la DC.
Non c’è dubbio che sia stata la teologia del Concilio a ispirare quella scelta, fortemente voluta da Paolo VI e attuata dall’AC di Vittorio Bachelet. Essa non fu dettata solo da ragioni di opportunità pastorale, ma fu il frutto dell’accresciuta consapevolezza che «la missione propria che Cristo ha affidato alla sua Chiesa non è di ordine politico, economico o sociale: il fine, infatti, che le ha prefisso è di ordine religioso» (Gaudium et spes, n. 42). Sulla base di una coscienza ecclesiale più matura, si sviluppò dunque una comprensione nuova del rapporto Chiesa-mondo, fede-storia, e delle ragioni per cui la Chiesa non può essere collaterale a nessun partito, mentre una medesima fede può ispirare scelte politiche diverse.
Il Presidente Vittorio Bachelet, alla seconda assemblea nazionale dell’AC (1973), così spiegava la «scelta religiosa»: «Ci siamo impegnati in un doveroso sforzo di chiarimento, di fronte alle ricorrenti tentazioni di confusione fra compiti religiosi e compiti civili, non per ritrarci dalla realtà e dalle fatiche e dalle speranze degli uomini, ma piuttosto per contribuire a far crescere la vita di fede, partecipando alla missione globale della Chiesa, nell’autenticità dell’annuncio evangelico. Abbiamo scelto di impegnarci per una radicale risposta di fede nel momento in cui la trasformazione profonda della società e il processo di secolarizzazione — al di là delle apparenze — pongono all’uomo le domande ultime. E l’abbiamo fatto tenendo conto che gli stessi cristiani sono chiamati a una riconquista incessante della loro fede, che non è più sorretta dal costume o dal contesto sociale, ma che ogni giorno viene messa alla prova dall’indifferenza o dalla aperta ostilità, ed è provocata dai problemi che pongono lo sviluppo della scienza e della cultura, i modi nuovi di convivenza e le ideologie. È una scelta quanto mai impegnativa che esige una fede più profonda e libera e capace d’essere fermento della storia» (cit. in La Civiltà Cattolica, 20 ottobre 1973, 105).
Nonostante questo chiarimento, molti continuarono a interpretare la «scelta religiosa» come presa di distanza o disinteresse della Chiesa e dell’AC nei confronti dei problemi sociali, economici e politici. Nulla di più falso. La promozione umana è parte integrante della evangelizzazione. Con la sua scelta l’AC voleva invece mettere in luce come la Chiesa affronta i problemi sociali: cioè giudicando e intervenendo sul piano etico e religioso, che le è specifico, nella convinzione che «proprio da questa missione religiosa scaturiscono compiti, luce e forze, che possono contribuire a costruire e a consolidare la comunità degli uomini secondo la legge divina» (Gaudium et spes, n. 42). Giustamente, perciò, Bachelet concludeva la sua relazione esortando i soci a «un impegno di carità», che va sempre vissuta nella sua duplice dimensione: personale e sociale.
Lo Statuto aggiornato (settembre 2003) conferma la «scelta religiosa» sancita dallo Statuto del 1969: «L’impegno dell’ACI, essenzialmente religioso apostolico, comprende l’evangelizzazione, la santificazione degli uomini, la formazione cristiana delle loro coscienze in modo che riescano a impregnare dello spirito evangelico le varie comunità e i vari ambienti» (art. 2). E specifica: i laici, perciò, «si impegnano a testimoniare nella loro vita l’unione con Cristo e a informare allo spirito cristiano le scelte da loro compiute con propria personale responsabilità, nell’ambito delle realtà temporali» (art. 3 c).
Commenta la Presidente Paola Bignardi: «Ritengo […] che la scelta religiosa sia stata e sia ancora uno dei patrimoni più vivi dell’associazione. Certo dobbiamo darne una definizione più precisa, visto che in questi anni è stata declinata in modi molto diversi. Oggi, in una fase di scristianizzazione, essa sottolinea il valore di essere credenti per scelta; sottolinea il primato della dimensione della fede, della dimensione interiore, il primato della coscienza delle persone, di una coscienza che vuole porre in profondità le proprie radici e che quindi acquista una libertà che le consente di spendersi dovunque nella società, anche nel pluralismo culturale, anche nella frantumazione della coscienza. Qui cogliamo quanto sia stata feconda la scelta compiuta da Bachelet nel 1969, che riporta all’interno della persona e del suo rapporto con Dio il senso del suo essere di Azione Cattolica» («Reinterpretare l’associazione», in Il Regno, 20 [2003] 659).
Questa riproposta della «scelta religiosa», aggiornata al mutato contesto storico ed ecclesiale, porta con sé la necessità di un ulteriore approfondimento del «carisma» proprio dell’AC. Il problema è emerso al Congresso internazionale dell’AC (Roma, 31 agosto – Loreto, 5 settembre), che ha posto l’accento sulla necessità per l’AC di aprirsi a una «dimensione carismatica» e al dialogo con tutti i movimenti laicali, rimanendo fedele alla propria identità. Si tratta di fare unità nella diversità, uniti e «impegnati in prima fila» anche in campo sociale (GIOVANNI PAOLO II, «Messaggio al Congresso internazionale dell’AC», in L’Osservatore Romano, 1 settembre 2004, n. 3).
L’orientamento è chiaro, ma il cammino da fare è ancora lungo. Anche le perplessità suscitate mostrano la necessità di un ulteriore chiarimento della identità specifica dell’AC affinché l’associazione, guardando avanti senza rimpianti per il passato, da un lato vinca la tentazione di omologazioni movimentiste e, dall’altro, si qualifichi sempre più come fermento di unità nella diversità. «Duc in altum, Azione Cattolica. Abbi il coraggio del futuro!» (ivi, n. 1).