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Tra la fine di agosto e gli inizi di ottobre i cattolici italiani
hanno dato vita a numerosi incontri di notevole spessore spirituale,
culturale e sociale. Ha aperto la serie il tradizionale Meeting
di Comunione e Liberazione (Rimini, 22-28 agosto); poi è stata
la volta del pellegrinaggio dell’Azione Cattolica a Loreto,
culminato con la visita del Papa (1-5 settembre); subito dopo, si
è tenuto l’incontro «Religioni e culture»
organizzato dalla Comunità di Sant’Egidio e dall’arcidiocesi
ambrosiana (Milano, 5-7 settembre), mentre nei giorni immediatamente
seguenti (10-12 settembre) hanno avuto luogo altri due importanti
Convegni di studio: quello delle ACLI, a Orvieto, e quello promosso
dalla rivista Il Regno, a Camaldoli. Nello stesso tempo, l’11-12
settembre si sono tenute a Roma le «Giornate dell’interdipendenza»,
organizzate dai Focolarini e da altre associazioni cattoliche. Ha
concluso la 44a Settimana Sociale dei cattolici italiani a Bologna
(7-10 ottobre).
Gli interrogativi di fondo suscitati da questi incontri sono molto
seri. Perciò, dopo aver accennato ad alcune reazioni nel mondo
cattolico, ci soffermeremo su due questioni. Una, più generale,
è quella della cosiddetta «diaspora» dei cattolici
italiani: dopo l’incontro di Loreto, è veramente finita?
L’altra, più particolare, riguarda invece il futuro della
maggiore associazione laicale: dove va l’Azione Cattolica?
1. Reazioni nel mondo cattolico
Il Segretario Generale della CEI, mons. Giuseppe Betori, in un editoriale
apparso su Avvenire il 15 agosto 2004, parlava esplicitamente di «segnali
nuovi e consolanti», provenienti dal mondo cattolico; e ne richiamava
alcuni: «una più consapevole attenzione all’importanza
dei fatti culturali per la testimonianza della fede; una fioritura
di iniziative che vogliono porre interrogativi a partire dal pensare
cristiano; la costanza a stare sul difficile fronte delle comunicazioni
sociali, con mezzi certamente limitati ma non mediocri».
Tuttavia — proseguiva il Segretario della CEI —, ancora
più significativa è la «nuova stagione»
di convergenza che si è aperta tra le diverse aggregazioni
del mondo laicale cristiano: «Le contrapposizioni che in passato
avevano a volte anche lacerato, sembrano oggi lasciare il passo a
uno stile non solo di pacifica contiguità, ma di operosa ricerca
di incontro, di confronto, di collaborazione. La varietà non
appare più una minaccia, né l’identità
propria un primato». Quindi, guardando con ottimismo al futuro,
mons. Betori aggiungeva: «Si aprono tempi di effettiva fraternità,
in cui il dono dell’uno arricchisce tutti, […] senza nulla
togliere alla specificità di ciascun percorso e al carisma
di cui ogni aggregazione è custode». E rilevava: «Questa
stagione sta facendo emergere un modo nuovo di esprimersi da parte
del mondo cattolico. Nel passato, esso aveva nella rigidità
del percorso formativo una radice da cui scaturiva un’espressione
sostanzialmente unitaria nei diversi ambiti dell’esperienza
sociale. Al presente, la convergenza che sortisce dal comporsi delle
diversità non appare di per sé meno capace di dire il
mistero cristiano di fronte al mondo; anzi, per certi versi, ne può
illustrare ancor meglio il volto di unità e cattolicità».
Infine, guardando al cammino che resta ancora da fare, concludeva:
«L’ulteriore passo ora sta nel capire come dall’unità
così ripensata possa concretamente generarsi da una parte il
superamento della residuale “diaspora culturale” dei cattolici,
e dall’altra il dispiegamento dirimente ma fascinoso della vera
antropologia».
Non tutti però nel mondo cattolico hanno condiviso questa visione
ottimistica. Le perplessità di molti ambienti sono state espresse
da Giuseppe De Rita, segretario generale del CENSIS, in un articolo
apparso esso pure su Avvenire, il 12 settembre 2004. Prendendo
le distanze sia dagli «entusiasmi ecclesiali», sia dai
«sospetti laici» con cui sono stati visti i raduni estivi
dei cattolici, De Rita si pone in una posizione mediana, facendo suoi
i «dubbi realistici» che essi «insinuano negli osservatori
più distaccati». Le perplessità maggiori, a suo
parere, sono due.
Prima perplessità: servono ancora i raduni di massa? Nessuno
nega che essi producano una forte esperienza emotiva, psicologicamente
tonificante; tuttavia, c’è il rischio che tali incontri
favoriscano una «convergenza indistinta di sentimenti generici»,
più che un’effettiva «elaborazione di pensieri
comuni».
Seconda perplessità: i cattolici tornano a convergere, ma per
fare che cosa? In quale direzione si muovono? Il fine di questi raduni
di massa è principalmente consolatorio oppure i cattolici oggi
convergono perché vogliono tornare a incidere nella società
e in politica come ai tempi della DC? O, forse, si propongono una
elaborazione culturale e religiosa comune? Secondo De Rita, nessuna
di queste finalità appare possibile oggi. E conclude: «Meglio
sarebbe allora non moltiplicare i raduni di massa e non coltivare
volenterose convergenze. La comunità ecclesiale è oggi
una comunità a tante voci, ad articolati interessi, a diverse
scelte di percorso anche religioso. Non è quindi governabile
collocando tutta questa ricchezza (di voci, di interessi, di scelte,
di percorsi) in una generica e indistinta voglia di stare insieme
e di tradurre tale voglia in contiguità fisica, in sventolìo
di fazzoletti, in emozione di affollato raduno».
Che pensare di queste reazioni diverse? Cerchiamo di dare una risposta
articolata alle due questioni di fondo.
2. È finita la «diaspora» dei cattolici?
La partecipazione della Presidente dell’AC, Paola Bignardi,
al Meeting di Rimini, accompagnata dall’Assistente generale
mons. Francesco Lambiasi e dal Segretario della CEI mons. Giuseppe
Betori, è stata ricambiata dalla partecipazione al pellegrinaggio
di Loreto dei vertici di CL, accompagnata da un messaggio del fondatore
mons. Luigi Giussani. L’abbraccio tra i vertici dei due movimenti
ha voluto essere un segnale forte e pubblico di riconciliazione, dopo
anni di incomprensioni. È particolarmente significativo che
mons. Giussani, nel suo messaggio di accompagnamento, abbia voluto
ricordare l’evento da cui ebbero inizio le tensioni, quando
a Milano nel 1954 il ramo giovanile dell’AC si staccò
dall’associazione, per dare vita a Gioventù Studentesca,
divenuta poi Comunione e Liberazione: «Il vostro pellegrinaggio
— egli scrive — mi offre l’occasione per rinnovare
una vibrazione di memoria pensando all’inizio del nostro tentativo
di presenza cristiana tra gli studenti liceali, che accadde come avvenimento
imprevisto e imprevedibile proprio dentro la Gioventù Studentesca
milanese di 50 anni fa».
Che dire? Certo è importante che i vertici dei movimenti si
incontrino e parlino tra di loro. Il problema è vedere in quale
misura all’abbraccio tra i dirigenti corrisponda il reale sentire
della base associativa. Pertanto, è necessario che ai gesti
simbolici segua un dialogo leale e chiarificatore tra le stesse associazioni,
che finora non c’è stato. I «nuovi segnali»,
dunque, sono certamente da salutare con soddisfazione, ma non è
tuttora chiaro come si realizzerà l’unità culturale
e spirituale dei cattolici, salvaguardando la pluralità dei
carismi e quindi dei modi diversi di intendere il rapporto Chiesa-mondo
e di tradurlo in forme differenti di presenza sociale e politica.
Pertanto, prima di chiederci se la «diaspora» dei cattolici
sia finita, occorre chiarire che cosa intendiamo per «diaspora».
Ora, nell’uso corrente, con «diaspora dei cattolici»
ci si intende riferire alla fine del «blocco cattolico»,
cioè di quella esperienza di unità morale, culturale
e politica, formatasi all’indomani della seconda guerra mondiale,
nel contesto di forti contrapposizioni ideologiche e di fronte alla
necessità storica di opporsi al comunismo e di rifondare la
democrazia in Italia. Ora, venute meno quelle ragioni storiche, anche
in Italia, come in ogni altra parte del mondo, i cattolici si ritrovano
a militare all’interno di schieramenti diversi. Da qui la «diaspora».
Invece, non si può affatto chiamare «diaspora»
il legittimo pluralismo dell’associazionismo cattolico, il fatto
cioè che i cattolici aderiscano a movimenti e aggregazioni
che differiscono tra loro nella spiritualità, nella sensibilità
culturale e nel modo di intendere e di vivere il rapporto Chiesa-mondo.
Il pluralismo del laicato organizzato è anzi una ricchezza
per tutta la Chiesa. Tale pluralismo è stato favorito negli
ultimi decenni sia dalla rivalutazione che il Concilio ha fatto della
vocazione e della missione dei laici nella Chiesa e nel mondo, sia
dalla diversità dei carismi che lo Spirito dona con abbondanza
anche alla base della Chiesa. Infatti — spiega il Concilio —,
i fedeli laici in virtù della loro «indole secolare»
ricevono direttamente da Cristo nel Battesimo la missione di «cercare
il regno di Dio trattando le cose temporali» (Lumen gentium,
n. 31). Questa loro missione può essere compiuta nelle forme
più diverse. Perciò, nel definire il modo della propria
presenza e della propria azione nel mondo, i singoli movimenti laicali
godono di una legittima autonomia, e devono essi stessi assumersi
la responsabilità delle scelte, nella fedeltà al Vangelo
e al Magistero della Chiesa (cfr Gaudium et spes, n. 43).
In altre parole, il fatto che il vecchio «blocco cattolico»
oggi si sia dissolto e non sia più proponibile né storicamente
né teologicamente, non autorizza a giudicare il pluralismo
delle scelte come un fenomeno negativo; anzi è una necessità,
oltre che un’occasione di crescita, imposta alla testimonianza
e al servizio dei cristiani dal mutato contesto sociale ed ecclesiale.
I cattolici italiani si trovano perciò di fronte alla sfida
di trovare forme nuove di presenza nella vita del Paese, adeguate
alla nuova situazione. Per questo la CEI nel 1995, in occasione del
Convegno ecclesiale di Palermo, ha lanciato l’idea di elaborare
un Progetto culturale cristianamente ispirato. Era un invito
ai cattolici a prendere coraggiosamente l’iniziativa, cessando
di rimpiangere il tempo che fu, elaborando invece nuove forme di presenza,
più rispondenti alle indicazioni del Concilio e alle sfide
di un Paese profondamente cambiato. Non si tratta di uniformare i
cattolici tra di loro, ma di aiutarli a fare unità nella diversità,
offrendo una testimonianza più matura del mistero cristiano.
Occorre cioè andare avanti, non guardare indietro.
3. Dove va l’Azione Cattolica?
La Presidente Paola Bignardi ha commentato: «Dopo Loreto l’AC
non è più la stessa». Come sarà, allora?
Infatti, l’AC non è un’associazione qualsiasi,
ma opera «in diretta collaborazione con la Gerarchia, per la
realizzazione del fine generale apostolico della Chiesa» (Statuto,
art. 1). Si tratta quindi di una identità specifica, che non
consente all’AC di fare suo lo stile di testimonianza e di presenza
nel mondo proprio di altri movimenti. Una omologazione sarebbe, oltre
tutto, un impoverimento per la Chiesa intera. Ecco perché il
risalto dato alla legge sugli oratori (Legge 1 agosto 2003, n.
206) in occasione del pellegrinaggio a Loreto, invitando l’on.
Fini a parlarne, ha suscitato tante perplessità. È apparso,
infatti, agli occhi di molti come un episodio quanto meno inopportuno
di neo-collateralismo politico, incomprensibile dopo che lo Statuto
aggiornato aveva confermato in pieno la «scelta religiosa»,
in virtù della quale all’inizio degli anni ’70
l’AC aveva posto fine al collateralismo con la DC.
Non c’è dubbio che sia stata la teologia del Concilio
a ispirare quella scelta, fortemente voluta da Paolo VI e attuata
dall’AC di Vittorio Bachelet. Essa non fu dettata solo da ragioni
di opportunità pastorale, ma fu il frutto dell’accresciuta
consapevolezza che «la missione propria che Cristo ha affidato
alla sua Chiesa non è di ordine politico, economico o sociale:
il fine, infatti, che le ha prefisso è di ordine religioso»
(Gaudium et spes, n. 42). Sulla base di una coscienza ecclesiale
più matura, si sviluppò dunque una comprensione nuova
del rapporto Chiesa-mondo, fede-storia, e delle ragioni per cui la
Chiesa non può essere collaterale a nessun partito, mentre
una medesima fede può ispirare scelte politiche diverse.
Il Presidente Vittorio Bachelet, alla seconda assemblea nazionale
dell’AC (1973), così spiegava la «scelta religiosa»:
«Ci siamo impegnati in un doveroso sforzo di chiarimento, di
fronte alle ricorrenti tentazioni di confusione fra compiti religiosi
e compiti civili, non per ritrarci dalla realtà e dalle fatiche
e dalle speranze degli uomini, ma piuttosto per contribuire a far
crescere la vita di fede, partecipando alla missione globale della
Chiesa, nell’autenticità dell’annuncio evangelico.
Abbiamo scelto di impegnarci per una radicale risposta di fede nel
momento in cui la trasformazione profonda della società e il
processo di secolarizzazione — al di là delle apparenze
— pongono all’uomo le domande ultime. E l’abbiamo
fatto tenendo conto che gli stessi cristiani sono chiamati a una riconquista
incessante della loro fede, che non è più sorretta dal
costume o dal contesto sociale, ma che ogni giorno viene messa alla
prova dall’indifferenza o dalla aperta ostilità, ed è
provocata dai problemi che pongono lo sviluppo della scienza e della
cultura, i modi nuovi di convivenza e le ideologie. È una scelta
quanto mai impegnativa che esige una fede più profonda e libera
e capace d’essere fermento della storia» (cit. in La
Civiltà Cattolica, 20 ottobre 1973, 105).
Nonostante questo chiarimento, molti continuarono a interpretare la
«scelta religiosa» come presa di distanza o disinteresse
della Chiesa e dell’AC nei confronti dei problemi sociali, economici
e politici. Nulla di più falso. La promozione umana è
parte integrante della evangelizzazione. Con la sua scelta l’AC
voleva invece mettere in luce come la Chiesa affronta i problemi sociali:
cioè giudicando e intervenendo sul piano etico e religioso,
che le è specifico, nella convinzione che «proprio da
questa missione religiosa scaturiscono compiti, luce e forze, che
possono contribuire a costruire e a consolidare la comunità
degli uomini secondo la legge divina» (Gaudium et spes,
n. 42). Giustamente, perciò, Bachelet concludeva la sua relazione
esortando i soci a «un impegno di carità», che
va sempre vissuta nella sua duplice dimensione: personale e sociale.
Lo Statuto aggiornato (settembre 2003) conferma la «scelta
religiosa» sancita dallo Statuto del 1969: «L’impegno
dell’ACI, essenzialmente religioso apostolico, comprende l’evangelizzazione,
la santificazione degli uomini, la formazione cristiana delle loro
coscienze in modo che riescano a impregnare dello spirito evangelico
le varie comunità e i vari ambienti» (art. 2). E specifica:
i laici, perciò, «si impegnano a testimoniare nella loro
vita l’unione con Cristo e a informare allo spirito cristiano
le scelte da loro compiute con propria personale responsabilità,
nell’ambito delle realtà temporali» (art. 3 c).
Commenta la Presidente Paola Bignardi: «Ritengo […] che
la scelta religiosa sia stata e sia ancora uno dei patrimoni più
vivi dell’associazione. Certo dobbiamo darne una definizione
più precisa, visto che in questi anni è stata declinata
in modi molto diversi. Oggi, in una fase di scristianizzazione, essa
sottolinea il valore di essere credenti per scelta; sottolinea il
primato della dimensione della fede, della dimensione interiore, il
primato della coscienza delle persone, di una coscienza che vuole
porre in profondità le proprie radici e che quindi acquista
una libertà che le consente di spendersi dovunque nella società,
anche nel pluralismo culturale, anche nella frantumazione della coscienza.
Qui cogliamo quanto sia stata feconda la scelta compiuta da Bachelet
nel 1969, che riporta all’interno della persona e del suo rapporto
con Dio il senso del suo essere di Azione Cattolica» («Reinterpretare
l’associazione», in Il Regno, 20 [2003] 659).
Questa riproposta della «scelta religiosa», aggiornata
al mutato contesto storico ed ecclesiale, porta con sé la necessità
di un ulteriore approfondimento del «carisma» proprio
dell’AC. Il problema è emerso al Congresso internazionale
dell’AC (Roma, 31 agosto – Loreto, 5 settembre), che ha
posto l’accento sulla necessità per l’AC di aprirsi
a una «dimensione carismatica» e al dialogo con tutti
i movimenti laicali, rimanendo fedele alla propria identità.
Si tratta di fare unità nella diversità, uniti e «impegnati
in prima fila» anche in campo sociale (GIOVANNI PAOLO II, «Messaggio
al Congresso internazionale dell’AC», in L’Osservatore
Romano, 1 settembre 2004, n. 3).
L’orientamento è chiaro, ma il cammino da fare è
ancora lungo. Anche le perplessità suscitate mostrano la necessità
di un ulteriore chiarimento della identità specifica dell’AC
affinché l’associazione, guardando avanti senza rimpianti
per il passato, da un lato vinca la tentazione di omologazioni movimentiste
e, dall’altro, si qualifichi sempre più come fermento
di unità nella diversità. «Duc in altum,
Azione Cattolica. Abbi il coraggio del futuro!» (ivi,
n. 1).
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