Influssi francescani nella spiritualitą di

San Giuseppe Moscati - II

Sebastiano Esposito s.j.

Le radici -- Il "mio confessore abituale" -- "A lui... non poteva non sorridere l'ideale francescano"
"Sposare Sorella Povertà" -- " Io sono povero: ecco tutto"

"Sposare sorella povertà"

Questo radicale distacco dai beni terreni e quest'amore concreto alla povertà reale manifestano chiari segni di ispirazione francescana. A questo proposito appaiono molto significative alcune testimonianze dirette dello stesso Moscati.

Studio medico del Dott.Moscati, ricostruito al Gesł Nuovo

Tra i frammenti autografi che di lui ci rimangono, se ne conserva uno, a prima vista abbastanza singolare nella stesura, nel tono, nel genere letterario, persino nella grafia. Forse, proprio a questa sua "stranezza" va attribuito il fatto che esso sia rimasto sfortunatamente inedito fino a qualche anno fa.

Si tratta di un foglietto che era servito come ricetta medica ad un collega del Santo, il quale sul rovescio scrive alcune frasi. La prescrizione medica del collega è datata: "17-7-926". Supponendo che le frasi di Moscati siano state scritte lo stesso giorno della prescrizione - il che non è molto probabile - ci troveremmo a meno di un anno dalla morte del Santo.

E' vergato con inchiostro rosso (caso raro ma non unico negli scritti di Moscati). Il testo reca: "La migliore delle cure ricostituenti è quella di sposare "sorella povertà", facendo grandi elemosine, distribuendo tutto ai poveri, ai nostri ospedali e ritirandosi in una caverna, mangiando solo locuste e miele selvatico!".

La frase enuncia un pensiero ben compiuto e la falsariga che struttura il pensiero è, chiaramente, una ricetta medica. Più esattamente, la prescrizione di una cura ricostituente, anzi della "migliore delle cure ricostituenti". Il pensiero sa molto di esperienza vissuta in prima persona, anche se, come pare suggerire la firma, è indirizzato ad un altro, probabilmente un collega medico o un "paziente" piuttosto facoltoso.

Il tono appare scherzoso. Moscati, in realtà, non scherza, ma addolcisce con un sorriso di grande umanità una cura che è sì "la migliore", ma non certo la più facile.

Le "medicine" vengono attinte a due "scuole", che fanno capo a due grandi Maestri molto familiari a Moscati, il primo dei quali è Francesco d'Assisi, l'altro Giovanni Battista.

Fra i "santini" che Moscati portava nel suo portafogli, e conservati in Archivio, si trovano varie immaginette di S.Francesco. Una di queste, stampata in inglese, reca a tergo alcuni detti preferiti del Santo di Assisi. Significativamente per quel che qui c'interessa, è segnato con una crocetta il detto: "Se tu avessi raggiunto il Creatore, non dovresti rimanere attaccato alle creature". Di S. Giovanni Battista, inoltre, possedeva una statuetta bronzea (alta 27 cm), di notevole fattura.

Da Francesco egli mutua la determinazione di "sposare sorella povertà". E, per far intendere che non si tratta di figure retoriche, di immagini estetiche, o di semplici aspirazioni ideali, egli specifica, con precisione notarile: "Facendo grandi elemosine, distribuendo tutto ai poveri". Uno spogliamento, quindi, non solo affettivo, ma anche e soprattutto effettivo, secondo lo spirito e la lettera del Vangelo (Lc 12,33; Mt 19,21; At 4,34-35).

L'altro maestro, Giovanni il Battista, propone la cura della fuga saeculi, del distacco dai piaceri, dell'astinenza eroica, ma da buon conoscitore della Scrittura, il Professore sapeva che tanta parte della "cura" del Precursore verte sulla condivisione dei beni terreni. Narra Luca: "Le folle lo interrogavano: 'Che cosa dobbiamo fare?'. Rispondeva: 'Chi ha due tuniche, ne dia una a chi non ne ha; e chi ha da mangiare, faccia altrettanto'" (Lc 3, 10-11).

L'Ospedale Incurabili, dove Moscati
esercitava la sua professione

C'è però, nel testo del Moscati, un breve inciso - tre parole in tutto -che non è riconducibile direttamente né ai Fioretti né alla figura o alla predicazione del Battista, ma che rappresenta l'applicazione concreta, personalizzata di quegli insegnamenti. Moscati specifica: "distribuendo tutto ai poveri, ai nostri ospedali".

Per lui l'ospedale è molto più che un semplice luogo di lavoro o il luogo dove si esercita, magari con onestà e competenza, una "professione". No: per Moscati l'ospedale è il luogo dove vivono e soffrono i poveri di Cristo (i "poveri Cristi"), ai quali bisogna donare quel che si ha e, soprattutto, quel che si è, se si vuol essere cristiani secondo il Vangelo, a imitazione di Francesco e di Giovanni Battista.

L'ospedale è il luogo dell'incontro con il povero, al quale non si presta soltanto un servizio o un'elemosina, ma coi quale si condivide, in continuo spogliamento, tutto quel che si possiede, per rendersi più simili a Cristo, che, secondo la parola di Paolo, "da ricco che era si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà" (2 Cor 8.9).

Tutta la biografia di Moscati, lo ripeto, si compendia nello sforzo di mettere in atto questa radicale condivisione con i poveri. Qui s'inserisce, e diventa evangelicamente comprensibile, la sua rinuncia alla carriera accademica, che già nei primissimi anni si preannunciava sfolgorante, per un servizio più diretto in favore dei poveri negli ospedali, fedele alla decisione di "collaborare alla ricostituzione economica dei vecchi ospedali napoletani, tanto benemeriti della carità e della cultura, ed oggi tanto miseri" (11).

Qui s'inserisce, soprattutto, la sterminata aneddotica della sua carità inesausta e umanissima, piena d'inventiva e di sorridente pudore. Ma bisogna fare attenzione. Questa aneddotica ha ingigantito la figura di Moscati "benefattore", ma a volte ha lasciato nell'ombra la figura reale ed eroica del Moscati povero.

Se non ci lasciamo ingannare da quel suo aspetto signorile ed esaminiamo da vicino il suo stile di vita quotidiana, noi ci troviamo di fronte ad un ascetismo impressionante per un uomo del suo rango e della sua notorietà.

Anna (Nina) Moscati,
sorella del Santo

Quando si dà uno sguardo ai suoi mobili, al letto, al vestiario, alla nota delle spese, appare fino a che punto egli abbia portato a compimento lo spirito della povertà evangelica e francescana. Si tratta di una costatazione, non di un elogio postumo. Una costatazione che impressionò lo stesso P. Brizzi, francescano e suo confessore, che al processo così testimoniava:

"Ciò che lucrava non era suo, ma per i poveri e per opere di beneficenza; vestiva signorilmente, ma sempre modesto. Entrai in casa sua, dopo la sua morte, e vidi la stanza da letto semplice e modesta, come modesto e semplice era il suo studio. Tale virtù della povertà il Servo di Dio la suggerì anche agli altri, mercè l'esempio e la parola".

"Semplice nel costume, modesto nel tenore della vita privata": così lo ricordava un suo allievo, E.Polichetti, che aggiunge: "I bisognosi soccorreva con denaro o affidava alla sua caritatevole sorella, signorina Anna, che tanto gli rassomigliava nel fisico e nel morale, vivendo come Lui, francescanamente, nella sua stessa casa" (12).

"Io sono povero: ecco tutto"

Torna utile, a questo punto, rileggere un biglietto che Moscati, poco più di un mese prima della morte, scrisse ad un giovane, il quale si era a lui rivolto per ottenere sussidi pecuniari, facendone poi un uso piuttosto sconsiderato. E' vero che si tratta di una lettera con intento pedagogico - e in genere è sempre stata letta in questa chiave - ma essa contiene due o tre frasi sulla povertà del Medico dei poveri, che meglio di qualsiasi argomen to ci sembrano ribadire e dimostrare la fondatezza e il senso delle conside razioni fin qui svolte.

Moscati scrive secco: "Mio caro giovane, Ma che credi che io sia lo zio d America?! Io sono povero: ecco tutto. E i poveri non sono amati. Ma è ben che te lo dica, perché se da una parte finirai di farmi la corte, dall 'altra non commetterai più sciocchezze! Quei pochi soldi che ho, debbo lasciarli ai pezzenti come me" (13).

Il grande Maestro non si vergogna di descrivere la sua condizione, liberamente accettata, adoperando i termini più aborriti dalla stragrande maggioranza degli uomini: "povero", "pezzente". Lo sposalizio con Sorella Povertà non è più un sogno, ma un'unione indissolubile; il distacco totale dalle cose non è più una "prescrizione" da mettere in pratica, ma un habitus ormai definitivo.

Un mese dopo, quest'uomo ricchissimo d'umanità e di grazia, francescanamente povero, potrà presentarsi, umile e sereno, al cospetto del Signore onnipotente fattosi povero e servo.

Note
11.
A. Marranzini s.j., op.cit., p.111.
12. E. Polichetti, Giuseppe Moscati e la malattia mortale di Enrico Caruso, in "La Riforma medica", 70 (1956), p. 490. (Il corsivo è mio).
13. A. Marranzini s.j., op.cit., p.226.

Il presente articolo è stato pubblicato in Humanitatis Fragmenta, Studi e ricerche per i quindici anni dell'Istituto di Scienze Religiose Redemptor Hominis di Benevento, 1996.

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