Mariantonia Samà - II
fedelissima amica di Gesù (1875 – 1953)

Dora Samà

Discepola di Cristo -- La sua abitazione -- Consacrazione al Sacro Cuore -- I ricordi
Doni dello Spirito Santo -- Le guarigioni
Profezie -- Immunità da piaghe -- Preghiera -- La sua Quaresima -- Introspezione -- Profumo
Bilocazione -- Apparizioni -- Termine della vita terrena -- Inizio del processo canonico -- Conclusione

Le profezie

Durante la seconda guerra mondiale, molti uomini di Sant'Andrea Ionio andarono a combattere e parecchi di loro non fecero più ritorno perché morti o dispersi. Quasi in ogni famiglia si vissero momenti di angoscia, che diventavano interminabili quando le notizie dei congiunti lontani, già rare, s'interrompevano per sempre.

Letto e cassetta dove veniva adagiata Mariantonia Samà per poter effettuare il cambio delle lenzuola

Mariantonia era sempre a disposizione di tutti, infondendo in quanti l'avvicinavano, speranza, fiducia e serena adesione alla volontà di Dio. Offriva al Signore le sue sofferenze in questo silenzioso apostolato di consolazione e di carità evangelica, lasciando sempre aperto il suo cuore alle invocazioni e alle lacrime dei fratelli. Ella insegnò a sperare e ad avere molta fede, dimostrando quanto sia vera l'espressione biblica: "Non c'è delusione per coloro che confidano nel Signore!" (Dn 3,40).

A questo periodo si riferisce la testimonianza di Maria Frustaci, vedova Cosentino: la zia materna, Celestina Ramogida, era fidanzata con un soldato di leva, Vincenzo Sirianni del Comune di Strongoli (ora in provincia di Crotone), il quale approfittava dei giorni di licenza per incontrarla. Ma, durante uno dei suoi viaggi di ritorno a Strongoli, si verificò un bombardamento a Catanzaro Lido e si temette per la sua incolumità.

Celestina fu molto preoccupata e la sorella andò dalla "Monachella" nella speranza di avere buone notizie. Quando ritornò, riferì a tutti la seguente risposta: "Dite a vostra sorella di stare tranquilla e di ringraziare il Signore, perché al giovane non è successo niente". Maria ricorda che sua zia tornò a sorridere. Alcuni anni dopo sposò Vincenzo e si stabilirono a Strongoli.

Anche la testimonianza di Antonietta Codispoti lascia veramente stupiti relativamente al dono profetico di Mariantonia. Andrea, suo padre, possedeva un carro trainato da due buoi, che utilizzava per il suo lavoro di trasportatore (all'epoca, in zona, i camion erano molto rari). Andrea, oltre ad essere un buon lavoratore, era però anche un buon... bevitore, e per questo suo vizio la moglie si lamentava spesso con la "Monachella", che per sdrammatizzare la situazione amava chiamarlo con tono scherzoso, "l'amministratore Trinchetti"...

Durante uno dei suoi viaggi di lavoro, Andrea si fermò nel bar di "Dante", nella stazione di Sant'Andrea, per "trincare" un po' di vino. Intanto, la moglie, in attesa del suo ritorno, aveva portato a Mariantonia, dietro suo espresso desiderio, appena una "cucchiaiata" di fagioli, già preparati per il pranzo familiare.

All'improvviso Mariantonia, con voce imperiosa, esclamò: "Marianna, corri subito incontro all'amministratore Trinchetti che sta tornando. Si trova oltre la curva e non si sa mai..."

Marianna intuì che c'era da preoccuparsi e subito, assieme alla figlia Antonietta, si diresse in fretta verso il Corso Umberto I° dove, poco lontano dalla curva, videro avanzare il carro. Fecero appena in tempo a salirvi sopra per impedire ai buoi — rimasti senza guida, perché il loro padrone era completamente ubriaco — di dirigersi in direzione opposta rispetto a quella che dovevano percorrere. Dopo aver aiutato chi doveva ricevere la merce, riportarono i buoi nella loro stalla, senza alcun incidente, grazie al dono profetico di Mariantonia.

Un ulteriore episodio mi è stato raccontato da Marianna Dominijanni, vedova Nesticò, cresciuta sin da piccola come una figlia dalla zia materna e dal marito, Antonio Cosentino, (per molti anni amministratore del marchese Lucifero), i quali non avevano avuto bambini.

Quando mori la zia, Marianna aveva diciotto anni e le amiche le suggerivano il rientro nella sua vera famiglia, invitandola a non fidarsi dello zio acquisito. Marianna, convinta della santità di Mariantonia, decise di esporle il suo problema. La Monachella la lasciò parlare e, dopo una breve pausa, la tranquillizzò: "Tuo zio non merita d'essere abbandonato, perché ti vuole bene come un padre e tu lo sai. È una brava persona e continuerà a comportarsi bene con te, come sempre. Dovrai curarti di lui come una figlia, standogli vicino fino alla vecchiaia".

Dopo questo discorso, Marianna non ebbe alcun dubbio e scelse di vivere con lo zio. Si sposò, poi, nel dicembre del 1953 con un bravo giovane, che andò d'accordo con Antonio, il quale continuò ad aiutare economicamente la nuova famiglia, godendosi i quattro nipotini fino all'età di ottantadue anni.

Il seguente episodio mi è stato riferito da Caterina, nipote di Don Bruno. Sua zia Maria Vittoria era molto preoccupata per il figlio Bruno che, giovanissimo, era andato a combattere in Russia. Si recò più volte da Mariantonia per averne notizie, ma si sentiva ripetere sempre la stessa frase: "Devi stare calma, affidarti a Dio e continuare a pregare".

Maria Vittoria, dapprima, interpretò quelle parole in senso positivo, ma poi le sorse il sospetto che la Monachella volesse nasconderle la verità. Infatti, il suo confessore l'aveva consigliata di essere più cauta e prudente dopo la previsione fatta ad una madre: questa, priva di notizie del figlio, aveva pregato Mariantonia con insistenza di dirle qualcosa sulla sua sorte.

La Monachella non seppe resistere e le disse: "Vuoi proprio sapere? Promettimi, però, che starai calma e che ti rassegnerai alla volontà di Dio. Dobbiamo pregare insieme per l'anima di tuo figlio". Simili parole avevano creato un senso di panico tra la popolazione, per cui Don Bruno aveva consigliato Mariantonia di non dire in simili casi la verità, ma di ribadire il ricorso alla preghiera. Al termine del conflitto, il figlio di Maria Vittoria fu dichiarato disperso e, solo dopo diversi anni, la famiglia apprese che la sua morte era avvenuta in Russia.

La gente non tardò a rendersi conto che quanto diceva Mariantonia era ispirato dallo Spirito Santo e produceva nelle persone serenità e pronta conformità al volere divino. Maria Caterina Lijoi ricorda la sofferenza della sorella Vittoria, dopo alcuni anni di matrimonio (celebrato nel 1928), per la mancanza di un figlio. Si recò diverse volte da Mariantonia chiedendole di pregare, perché le ottenesse la gioia della maternità. In seguito non riprese più l'argomento, visto che riceveva sempre la stessa risposta: "Stai tranquilla, perché un giorno avrai dei figli". E infatti, dopo dieci anni diede alla luce una bella bambina e, dopo qualche anno, nacque anche un maschietto.

L'immunità da piaghe

Si sa che quando un malato rimane per un lungo periodo di tempo a letto senza cambiar posizione, si producono ben presto nel suo corpo piaghe da decubito, fastidiose e dolorose. Per Mariantonia, invece, che rimase sempre immobile nella stessa posizione supina per oltre sessant'anni, non si pose alcun problema: il suo corpo, dall'inizio alla fine, si conservò immune da ogni piaga.

Di ciò avevo avuto conferma conversando con mia zia Caterina che un giorno si era trovata a dare una mano alle assistenti della Monachella per il cambio del lenzuolo che copriva il materasso. Rimase stupita nel vederlo interamente bianco, senza alcuna macchia.

Un'altra testimonianza l'ho avuta nell'ottobre del 2002 da mio cugino Giuseppe D'Amica, medico, che vive da diversi anni nella "Villa della Fraternità". Sua madre conosceva Mariantonia sin da piccola, perché abitava nelle vicinanze e i genitori la mandavano spesso da lei a portarle dei viveri. Da sposata continuò la stessa opera caritatevole, servendosi della sua collaboratrice domestica o chiamando a casa sua Vittoruzza, una delle "assistenti" di Mariantonia. Anche mio cugino si recava a trovarla, ma non ha avuto mai modo di visitarla come medico.

Con tutta la lucidità e la buona memoria che egli tuttora conserva, si è ricordato che Vittoruzza aveva chiaramente detto a sua madre: "Anche se la Monachella ha trascorso quarant'anni nella stessa posizione, non solo non ha una piaga, ma quando la lavo con delicatezza usando una pezzuola umida, la sua pelle è sempre bianca, normale e profumata".

La sostituzione delle lenzuola del letto di un degente può costituire anche un problema in base alle sue condizioni fisiche. Per Mariantonia il cambio del lenzuolo di sotto era motivo di grande sofferenza, a causa delle sue ossa fragili e doloranti e diventava talmente complesso da assumere, persino, l'aspetto di una funzione rituale.

Caterina, nipote di Don Bruno, che con Mariantonia aveva sin da piccola un rapporto familiare, quando aveva dieci anni notò nella cameretta di Mariantonia un movimento insolito, determinato dalla donna che l'accudiva e da altre tre persone: Suor Innocenza, Palmarina e Caterina e Colina. Intuì che stavano per sostituire un lenzuolo e che per loro si trattava di un lavoro molto impegnativo.

Vicino al lettino della Monachella c'è tuttora la piccola cassetta di legno dal coperchio piatto che - secondo tutti -serviva a custodire la biancheria. Da Caterina invece ho appreso che tale cassetta aveva un ruolo importante durante il cambio del lenzuolo di sotto che, di solito, avveniva ogni sei mesi.

Interno della stanza di
Mariantonia Samà

Le suddette quattro donne dovevano, due sotto le spalle e due sotto la regione sacro-lombare, sollevare il gracile corpo della Monachella e deporlo, con la dovuta accortezza, sulla cassettina. Sostituivano poi alla svelta il lenzuolo con uno matrimoniale piegato in quattro e lo rimboccavano bene sotto il materasso. Mariantonia, nel frattempo, abbastanza provata esclamava: "Buon Gesù, pensaci Tu! Lo sai che soffro tutto per amor Tuo".

La parte finale della complessa operazione consisteva nella necessità d'imbiancare - per questione d'igiene - il pezzo di parete dove sarebbe stato riaccostato il lettino, dove finalmente il corpo dolorante di Mariantonia veniva deposto nuovamente, mentre lei, con voce sempre più sofferente, ripeteva: "Fate adagio. Sto male perché sono stata strapazzata". Sono queste sue parole a spiegarci come mai il cambio del lenzuolo di sotto avvenisse con periodicità semestrale. Infatti, Caterina ha affermato che la Monachella, in seguito a questa operazione, non si nutriva e non aveva nemmeno la forza di parlare per oltre dieci giorni...

Caterina, che diverse volte ha assistito a questa operazione, osservava meravigliata che il lenzuolo sostituito era completamente privo di macchie d'ogni genere e non si avvertivano odori sgradevoli. Anch'io, come tante altre persone, confermo di aver sempre sentito in quella cameretta odore di pulito, anche se la mancanza d'acqua non consentiva un'accurata pulizia. Considero tutto questo un fenomeno straordinario, voluto da Dio, per impedire a Mariantonia ed alla sua assistente di sentirsi a disagio davanti ai frequenti visitatori. Il lenzuolo di sopra veniva invece cambiato spesso, specie d'estate e senza alcuna difficoltà, da due sole persone.

Vita di preghiera

Mariantonia alimentò sempre il suo spirito con il pane eucaristico e con la preghiera. Dall'ostia consacrata, che ogni giorno riceveva dal suo confessore, attingeva vigore e sostegno nella sofferenza, nella lotta contro il male, soprattutto per vincerlo, e l'aiuto necessario per vivere in perenne amicizia con il Signore.

A Lui offriva sempre i suoi incessanti dolori - di cui mai si lamentava - in riparazione degli oltraggi e delle offese che gli uomini commettono nei riguardi del Cuore Divino. Mariantonia era un'anima di preghiera, anzi "preghiera vivente" che saliva gradita a Dio Padre in Cristo Gesù per la salvezza delle anime, per la Santa Chiesa e per le necessità di quanti ricorrevano a lei.

La sua preghiera scaturiva semplice e spontanea dal suo cuore, intercalata da frequenti giaculatorie apprese dalle Suore Riparatrici e rivolte al Sacro Cuore di Gesù, al Cuore Immacolato di Maria, alla Sacra Famiglia, allo Spirito Santo e al Crocifisso, le cui immagini sono ancora oggi appese nella sua stanza.

Amava coinvolgere le persone che sostavano a lungo da lei e, insieme, ripetevano le sue invocazioni a Dio per ottenerne il perdono sull'intera umanità ancora ingrata, nonostante Suo Figlio l'abbia riscattata e redenta con la Sua Crocifissione.

Anche se io le ho apprese da piccola tramite mia zia Caterina, sono preghiere che non ho più dimenticate, perché ho continuato a recitarle ogni sera, prima di andare a letto. Le labbra della Monachella erano sempre alquanto socchiuse mentre parlava, ma possiamo immaginare con quanto fervore e compenetrazione pronunciasse la sua prece per renderla più accetta al Signore:

"Gesù Sacramentato, sorgente di miracoli:
Ti adoro ogni momento in tutti i Tabernacoli".

"O Gesù d'amore acceso, non Ti avessi mai offeso!
O mio caro e buon Gesù,
non Ti voglio offender più".

"Dolce Cuore del mio Gesù, fa' ch'io T'ami sempre più!
Dolce Cuore di Maria,
siate la salvezza dell'anima mia!".

Ogni sera, prima di addormentarsi, si rivolgeva alla Sacra Famiglia per chiedere la Sua presenza in punto di morte:

"Gesù, Giuseppe e Maria,
Vi dono il cuore e l'anima mia.
Gesù, Giuseppe e Maria,
assistetemi nell'ultima agonia.
Gesù, Giuseppe e Maria,
spiri in pace con Voi l'anima mia."

L'intenso amore che nutriva per lo Spirito Santo, raffigurato nel quadro della Sacra Famiglia sotto forma di colomba, appeso vicino al suo letto, la portava ad elevare spesso il suo pensiero verso di Lui in modo accorato:

"Spirito Santo, eterno amore,
vieni in me coi Tuoi ardori!
Vieni, infiamma il mio cuore ed illumina la mia mente!"

Mariantonia Lo invocava volentieri anche per coloro che le confidavano di non essersi comportati bene con i loro familiari o d'aver sbagliato con i propri amici. Dopo vari suggerimenti e saggi consigli, concludeva: "Lo Spirito Santo vi conceda sempre il Suo lume!".
La sera, prima di abbandonarsi al sonno, fissava intensamente il Crocifisso e i suoi occhi si chiudevano dolcemente, mentre ripeteva:

"Nel cuore di Gesù che mi ha redento,
in pace mi riposo e m'addormento".

Molte donne afflitte per le ristrettezze economiche della loro famiglia, sentivano il bisogno di parlare con Mariantonia. In quel tempo era abbastanza difficile per tutti trovare un lavoro stabile e redditizio, per cui i loro mariti, sgomenti di non portare a casa nemmeno il necessario per vivere, non riuscivano a nascondere la loro angoscia. Con quanta delicatezza e amore Mariantonia ascoltava le loro confidenze! E come desiderava soddisfare ogni loro richiesta!

Gruppo di Suore Riparatrici del Sacro Cuore, benemerite nell'assistenza e nel sostegno spirituale di Mariantonia Samà.

In ciascuna testimonianza mi è stata sottolineata la sua grande capacità d'infondere nell'animo coraggio e speranza, mentre prometteva la sua preghiera d'intercessione presso Dio perché tutti ottenessero quanto desideravano. In quei momenti il suo sguardo si posava sul Crocifisso ed esclamava con grande impeto: "Gesù, Ti amo e confido in Te!"
Dopo esortava chi le stava accanto a non arrendersi mai dinanzi alle difficoltà della vita e suggeriva di ripetere sempre con fede nel corso della giornata:

"Cuore di Gesù, che tutto sai, tutto puoi e tutto vedi,
Sacro Cuore di Gesù, provvedi!"

Chi mi ha riferito simili episodi ricorda che dopo breve tempo, per merito della Monachella, il problema economico familiare si era risolto.

Oltre alla preghiera personale, che spesso Mariantonia condivideva coi suoi visitatori, c'era lo spazio - tre volte al giorno - per quella comunitaria. La sua cameretta, secondo la testimonianza di Caterina, nipote di Don Bruno, si trasformava in una piccola cappella per la recita del Santo Rosario. Diverse persone, e non solo del vicinato, si riunivano mattino e sera per recitarlo assieme a Don Bruno, mentre mia zia e tante altre lo recitavano verso le ore quattordici.

Tale devozione ci ha fatto scoprire una Monachella fedelissima all'appello della Vergine di Lourdes e di Fatima a ricorrere al Rosario, come ad un'arma potente contro il male e àncora di salvezza per la pace nel mondo. Se Mariantonia non si poté dedicare all'apostolato diretto del prossimo, si servì della preghiera e della sofferenza per incidere beneficamente su tutto il Corpo Mistico di Cristo.

Sofferenze nella Quaresima

Mia zia Caterina visitava frequentemente Mariantonia, sostando a lungo da lei. Le sono molto grata per avermi messa al corrente di tante notizie relative alla "passione" di Mariantonia. Raccontava che, sin dal primo giorno della Quaresima, chiudeva la bocca e rifiutava il cibo. Voleva così imitare Gesù che digiunò per quaranta giorni nel deserto? Nessuno fece mai questa considerazione...

Mia zia sottolineava gli inutili tentativi di suor Innocenza di far deglutire a Mariantonia almeno qualche cucchiaino d'acqua e quelli, ugualmente vani, della madre di Don Edoardo Varano. La Monachella appariva come moribonda e chi si alternava al suo capezzale non poteva che inumidirle le labbra arse.

Lo stato di salute di Mariantonia si aggravava durante la Settimana Santa: respirava sempre più affannosamente, pronunciando spesso, con voce debolissima, il nome di Gesù e di Maria. Il suo volto lasciava trasparire i segni di un'immensa sofferenza. Ogni anno mia zia, all'avvicinarsi della Settimana Santa, ripeteva: "Questa volta la Monachella ci lascerà: è quasi agonizzante". Ed io le rispondevo sempre che non dovevamo preoccuparci, perché già negli anni precedenti il Signore l'aveva "risuscitata".

Il sabato santo, infatti, con grande sollievo di tutti, giungeva la notizia che la Monachella aveva iniziato ad ingoiare qualcosa, ritornando miracolosamente in vita e tutti innalzavamo al Signore un coro di ringraziamento.

Introspezione

Rosa Tirinato, nativa di Satriano (CZ), nel 1939, all'età di quattordici anni, fu assunta come collaboratrice domestica dalla signora Carlotta Tedeschi, che la considerò sin da subito una persona di famiglia. Una volta al mese la signora Carlotta, in suffragio dei suoi defunti, preparava il pranzo per Mariantonia e provvedeva a mandarglielo con qualche conoscente. Dopo l'arrivo di Rosa in casa sua, affidò a lei tale compito.

Quando Rosa si recò la prima volta, si fermò sulla porta, perché vide la Monachella con lo sguardo rivolto al Crocifisso e pensando che stesse pregando non voleva disturbarla. Rimase, invece, molto sorpresa quando sentì la sua voce: "Non stare lì, entra. Ti ha mandato Donna Carlottina?"

Dopo aver consegnato il pranzo all'assistente Marianna, Rosa andò via di corsa e, giunta a casa, chiese alla signora: "Ma voi avevate avvertito Mariantonia che oggi sarei andata io a portarle da mangiare?" La signora Tedeschi dapprima l'assicurò che la data del pranzo non era stata mai fissata, ma che veniva preparato in un giorno qualsiasi di ogni mese e, subito dopo, con naturalezza, aggiunse: "Ti sei meravigliata che ti abbia riconosciuta prima ancora di vederti? Lei sa tutto, perché è una santa".

Dopo questa affermazione Rosa, ragazza semplice e ingenua, credette che i Santi fossero nel corpo diversi da noi. Pensò, quindi, di attuare qualche giorno dopo, un'idea balenatale in mente: sollevare all'improvviso il lenzuolo e la copertina del letto di Mariantonia per guardarla e poi scappare. Ritornò con tale intenzione, consegnò il pasto a Marianna e, dopo un poco, s'inginocchiò sulla cassettina sistemata vicino al lettino, decisa a soddisfare la sua curiosità. Però, prima ancora di compiere il gesto, sentì Mariantonia ordinarle con severità e fermezza: "Rosa, alzati subito e vattene a casa, perché il demonio ti sta tentando".

Rosa, diventata rossa dalla vergogna, si alzò, si diresse verso la porta e si allontanò in fretta. Mi ha riferito che per tutto il percorso si chiedeva continuamente: "Come si è accorta della mia curiosità la Monachella? Ha visto il demonio per dirmi che mi stava tentando?" Poi, pensando alle parole della sua signora, si rese conto anche lei che Mariantonia era veramente "santa".

Lo stesso stupore provò Maria Rosa Voci quando un giorno visitò la Monachella. Il regalo che le portava non era visibile, perché messo in una busta. Giunta sul gradino, la vide con gli occhi rivolti in alto e, quando la salutò, si sentì dire: "Maria Rosa, sei venuta a portarmi i fichi?" Ed, infatti era proprio così!
Concettina Carioti, sua nipote, nel riferirmi l'episodio, ha evidenziato il giudizio con cui la zia commentava ogni volta l'accaduto: "Mariantonia è una santa, perciò ha capito che le avevo portato i fichi".

Il seguente fatto, che sembra abbia dell'incredibile, me l'ha riferito Marcella Cosentino per averlo ascoltato più volte dal padre Bruno. Questi, nel 1950, fu assunto dal Comune come netturbino, in aggiunta a Domenico Cosentino (conosciuto come "Micu").
Un giorno Bruno fu informato di un fatto considerato straordinario, sia da lui, sia da chi gliel'aveva riferito: quando si trovava a pulire il Corso Umberto I°, all'altezza del "Bar Voci", distante dall'abitazione di Mariantonia poco meno di cento metri, ella diceva alle persone presenti: "Stamattina sta spazzando Bruno ed è già arrivato al bar".

Queste parole sembravano strane a chi le ascoltava, perché era impossibile avvertire da lì il rumore della scopa e, tanto meno, capire chi stesse pulendo la strada. Perciò, la persona, spinta da curiosità, usciva dalla stanzetta della Monachella, percorreva in fretta il vicolo per arrivare sulla via principale e, guardando in fondo, vedeva veramente Bruno.

Questi, quando giungeva in via Cassiodoro, abituato a salutare Mariantonia, sentiva ripetere da lei sempre la stessa frase: "Non vi ho detto che stava spazzando Bruno?" Alla solita domanda, come avesse fatto a capirlo, rispondeva: "Dal rumore della scopa". Ma nessuno credeva a questa affermazione, perché i due netturbini usavano una scopa identica.

Lo stesso episodio si ripeteva con l'altro netturbino che, quando entrava dalla Monachella per il solito saluto, sentiva da lei le stesse parole: "Non vi ho detto che stava spazzando Micu?" Alla fine, le persone messe al corrente di quell'avvenimento straordinario, si convinsero che per Mariantonia non era difficile né avvertire il rumore della scopa in lontananza né, soprattutto, distinguere i due netturbini, perché aveva il dono soprannaturale di conoscere uomini e cose senza averli visti.

La sua grande capacità di penetrare nell'intimo dell'animo umano, le consentiva di scoprire le intenzioni che la persona custodiva dentro di sé in quel momento. In diverse situazioni Mariantonia interpretava subito il motivo della visita e anticipava le domande che le sarebbero state poste.

Nei seguenti episodi, le stesse protagoniste trasmisero il loro stupore a quanti ebbero modo di ascoltare l'esposizione degli episodi verificatisi nei loro confronti. Un primo episodio mi è stato riferito da Iolanda Codispoti: sua nonna materna si recava dalla Monachella per chiedere notizie dei suoi figli che erano partiti per la guerra. Ogni volta era rassicurata che stavano bene, ma le sorse il dubbio che le venisse nascosta la verità, e così incaricò la figlia (futura madre di Iolanda), di rivolgerle lei una domanda più circostanziata.

Il povero focolare, all'interno della casa di Mariantonia Samà

Questa, però, appena si trovò alla presenza di Mariantonia non osò chiederle nulla temendo di importunarla e, a quel punto, intervenne lei stessa: "Perché non vuoi dirmi che ti ha mandata tua mamma per sapere dei suoi fratelli? Dille, una volta per tutte, di stare serena, perché sono vivi e torneranno". Infatti rientrarono alla fine della guerra.

Il profumo

Molte persone mi hanno confidato che la sua cameretta era sempre profumata, ma nessuno diede importanza al fenomeno, fino al momento della sua morte. L'insegnante andreolese, Orazio Vitale, nel suo libro "S.Andrea sullo Ionio attraverso i secoli", tra gli "Esempi da imitare" cita anche la "Monachella di San Bruno" ed accenna per ben tre volte al suo dono del "profumo". Poiché egli si trovò a scrivere dopo poco tempo dalla morte di Mariantonia, ebbe modo di ascoltare in merito testimonianze contemporanee e, quindi, senz'altro attendibili.

Riporto con piacere alcune frasi del suo libro: "[...] Sopra un pagliericcio e fra candide e profumate lenzuola, giaceva Mariantonia." E ancora: "Il tugurio era diventato un tempietto lindo e tappezzato da immagini sacre, e profumava di rose per la presenza di quell'angelo di purezza, martoriato nel corpo, ma pronto nello Spirito." Infine, conclude così: "Quasi ottantenne (Mariantonia) si addormentava dolcemente nel maggio 1953. [...] Le sue carni a quell'età e dopo sessant'anni di degenza, erano fresche e vellutate come le rose di maggio ed emanavano un profumo di gelsomino."

A questo punto, sicura d'interpretare anche i sentimenti dei miei compaesani, sento il bisogno di rivolgere un sentito ringraziamento al maestro Vitale, scomparso da tempo, per averci lasciato in eredità l'unica foto di Mariantonia vivente. Solo lui ebbe l'ardire di scattarla, a sorpresa o in un attimo di distrazione o, forse, in un momento d'intenso e assoluto raccoglimento nella preghiera, dato che lei, sempre riservata e schiva, non permise mai a nessuno di fotografarla.

Il pomeriggio del 7 agosto 2003, alle 18.30, sono entrata nella piccola stanza di Mariantonia assieme a Suor Cesira Codispoti, al secolo Caterina, mia compagna di scuola elementare. Ci siamo avvicinate al lettino, ma poi ho preferito lasciarla sola, accostandomi alla porta dove, frattanto, si erano fermate Serafina Varano (la cui abitazione confina con quella della Monachella) e Caterina Lentini, da tempo residente a Roma.

Mi sono rivolta a Caterina per chiederle qualche ricordo di Mariantonia e mi ha riferito che aveva undici anni alla morte della Monachella quando l'ultima assistente, Marannuzza, dopo il funerale, avendo paura di trascorrere la notte da sola, si recò a casa sua per chiederle che le facesse compagnia. Caterina accettò volentieri ed oggi è molto felice di averlo fatto, perché Mariantonia ha premiato subito la sua disponibilità.

Era già sera: avevano chiuso la porta per mettersi a letto, quando, all'improvviso, si diffuse un intenso profumo di rose che invase tutto l'ambiente, incluso il sottotetto dove lei si era coricata, e si protrasse per parecchio tempo, finché non si addormentarono...

Mentre Caterina mi esponeva tale episodio, Suor Cesira andava da un punto all'altro della cameretta perché, come mi ha riferito il giorno seguente, avvertiva un intenso profumo di gelsomino. Poiché ha intuito che io e le altre non lo sentivamo, ci ha lasciate, senza dirci nulla. Si era allontanata da pochi minuti, quando è arrivata Maria Antonietta De Maria. Appena entrata, si è girata verso di noi, ferme vicino alla porta, per chiederci se avessimo addosso del profumo. Alla nostra risposta negativa, ci ha chiesto da dove provenisse quell'odore particolare.

Maria Antonietta (nata a S.Andrea Jonio ma residente a Milano), è venuta poi qualche giorno dopo per parlarmi. Ha premesso che solo nell'estate 2003 è venuta a conoscenza della ricorrenza del cinquantesimo anniversario della morte della Monachella, della quale non aveva mai visto, prima di quel momento, alcuna foto né sapeva chi fosse, in quanto i suoi genitori si erano trasferiti nella metropoli lombarda quando lei era ancora piccola.

Diceva di non essere mai stata nella sua abitazione e che nel pomeriggio di quel 7 agosto 2003 si era sentita spingere lì da una forza misteriosa, tanto da chiedere al marito di accompagnarla. Lui ha preferito però rimanere in piazza con alcuni amici e, perciò, si è avviata da sola. Mi ha spiegato che l'odore avvertito appena entrata, dapprima molto leggero, è poi aumentato, soprattutto accanto al lettino. Era un misto di rose e fiori campestri, difficile da definire con esattezza per la sua eccezionalità.

Maria Antonietta ha tenuto a dirmi che quella gradevole sensazione da quel giorno non l'ha abbandonata né si è limitata alla sola sfera olfattiva. Per farsi capire meglio, si è espressa così: "Continuo a percepire quel profumo come in quei secondi, quando mi ha avvolto completamente, penetrando, contemporaneamente, nell'intimo della mia anima".

Da come parlava ho dedotto che sull'argomento non aveva alcuna conoscenza, e pertanto le ho spiegato che tra i doni mistici posseduti da diversi Santi (come Padre Pio) c'è anche quello del profumo.

Maria Teresa Cosentino, vedova Greco, mi ha riferito un episodio che risale a circa quindici anni fa: poiché Maria e Colina - che all'epoca si occupava della pulizia della stanzetta di Mariantonia - doveva sostituire l'unica lampadina esistente nell'abitazione, si era offerta di pagarla lei.

In quel preciso istante, sentì sprigionarsi un forte profumo di rose misto a fiori campestri, che le fece ricordare quello che i genitori sostenevano sempre d'aver sentito in casa, dopo il funerale di Mariantonia, per più di una settimana. Anche loro, che gestivano a pochi passi dalla sua casetta un negozio di generi alimentari, erano stati molto attenti alle sue necessità e la loro generosità era stata ricambiata

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