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 Ottobre 1998 - Speciale Madagascar

L'arrivo dei pionieri
Gesuiti italiani in Madagascar
Il 17 ottobre 1948 partì dalla Sicilia il primo gruppo di gesuiti italiani diretto alla diocesi di Fianarantsoa. Cinque anni più tardi arriveranno i gesuiti della Provincia di Torino per inserirsi nel lavoro apostolico della diocesi di Antananarivo. Da allora è continuato un flusso costante che ha portato ricchi frutti per il Regno di Dio.

Come è nata l'idea di mandare in Madagascar i gesuiti italiani, prima quelli della Sicilia e poi quelli di Torino? Per una risposta mi affido alla "memoria storica", cioè al P. Sante Zocco, amministratore della diocesi di Fianarantsoa, missionario veterano, grande conoscitore della storia della Compagnia di Gesù in quest'isola.
"Nel 1947 - comincia - c'era stato un movimento di ribellione contro il colonialismo francese, un movimento in favore dell'indipendenza, purtroppo soffocato nel sangue con massacri sia da parte francese, sia da parte malgascia. C'è chi parla di 100.000 morti, ma nessuno è riuscito mai ad accertare con precisione la verità. Il vescovo di Fianarantsoa di allora, mons. François Xavier Troyer temette l'espulsione di tutti i francesi, compresi i missionari, che a quel tempo erano la quasi totalità del clero della sua diocesi. Si recò quindi a Roma, dal P. Janssens, superiore generale della Compagnia di Gesù, chiedendogli dei missionari che potessero rimpiazzare i francesi, se fosse stato necessario. Il generale inviò il vescovo dal superiore dei gesuiti di Sicilia che proprio in quel momento stava cercando un nuovo campo di apostolato per i confratelli che prima della guerra avevano lavorato nel Bengala indiano, ma che ora, per ragioni politiche, non potevano tornarvi.

Mons. Troyer scrive così a P. Calogero Gliozzo, provinciale, che rimase contento dell'offerta; disse però al vescovo di avere sì, gli uomini da inviare in Madagascar, ma di non essere in grado di aiutarli economicamente perché la Provincia di Sicilia si trovava in grave stato di povertà. L'interessato rispose che la Provincia francese di Champagne, alla quale appartenevano quasi tutti gli attuali missionari della sua diocesi, aveva denaro a sufficienza per mantenere anche i gesuiti siciliani.

E così fu decisa la partenza del primo gruppo di sette persone, dopo che un gesuita francese, venuto di proposito da Fianarantsoa, aveva insegnato loro la lingua francese per sei mesi. Partirono il 17 ottobre 1948. Il gruppo era composto da tre sacerdoti: i Padri Lombino, Masseria e Profita; da due Fratelli coadiutori: Sorrentino e Cicerone; da due scolastici: Martorana e Florio. Negli anni seguenti ci saranno regolari spedizioni di nuovi Padri e Fratelli".

La collaborazione tra i missionari francesi del Nord della Francia e quelli di Sicilia fu così piena che indusse mons. Sartre, gesuita, vescovo di Anatananarivo, la capitale, a chiedere anch'egli all'Italia gesuiti per la sua diocesi. Rispose affermativamente la Provincia di Torino che disponeva di un gruppo di missionari espulsi dalla Cina comunista nel 1949-50 e che attendevano di recarsi altrove.
Nel 1953 avvenne la prima spedizione che comprendeva i Padri Reverdito, Asti, Gnavi, Barmaverain, Putero, Arolla e Fratel Cerutti. Anche qui, negli anni seguenti, arriveranno nuovi rinforzi.
Una curiosità sottolineata dal P. Zocco: "Troviamo in Madagascar i gesuiti del Nord della Francia con quelli siciliani nella diocesi di Fianarantsoa e i gesuiti del Sud della Francia con quelli della Provincia di Torino, nella diocesi di Antananarivo. In ambedue i casi la collaborazione è sempre stata ottima. Possiamo, con tutta onestà, evidenziare anche una caratteristica: i gesuiti italiani hanno dimostrato un maggiore spirito di adattamento (anche nella lingua) alla mentalità malgascia; hanno avuto sempre un grande zelo apostolico (molti sono morti per il troppo stress), e hanno fatto grandi realizzazioni soprattutto nei distretti di campagna".

I torinesi ad Antananarivo

Su come sono andate le cose tra i gesuiti della Provincia di Torino e il vescovo di Antananarivo lo chiedo a colui che in quegli anni ha portato avanti le trattative: mons. Victor Sartre, che incontro nella capitale malgascia, presso la residenza dei gesuiti di Analamahitsy.
Gesuita, classe 1902, ma ancora lucidissimo e arzillo, mons. Sartre è stato consacrato vescovo della capitale Antananarivo il 17 luglio 1948. Ha vissuto dunque gli anni caldi del passaggio politico che ha portato all'indipendenza del paese, come di quello religioso che ha portato all'indigenizzazione della Chiesa locale. Nel 1960, prima ancora della proclamazione dell'indipendenza (26 giugno), rassegnò le dimissioni per lasciare il posto a un vescovo malgascio, mons. Jerome Rakotomalala, uno dei suoi vicari. Mons. Sartre aveva inviato a Roma le dimissioni nel dicembre 1959; Roma le aveva accettate il 1° febbraio 1960. Ma non tutti in Madagascar erano d'accordo con il vescovo: le sue dimissioni sembravano a molti una mossa affrettata, e il passaggio delle consegne troppo rapido; si temeva che la mancanza di preparazione adeguata potesse creare problemi. La reazione? "Per la popolazione di qui è stata una gioia - dice mons. Sartre - la gente era incantata. Gli europei, invece, non hanno capito, l'hanno creduta una capitolazione. Ma il destino della missione era continuare con il clero indigeno".

Con mons. Sartre cerco di capire la situazione della Chiesa malgascia cinquant'anni fa, al momento cioè dell'arrivo dei primi gesuiti in quest'isola, prima dalla Sicilia e poi da Torino.
"Alla fine degli anni Quaranta - dice - la Chiesa del Madagascar aveva già decine di diocesi; era il momento in cui le missioni si sviluppavano rapidamente. Dopo la ribellione contro il governo francese nel 1947, che aveva causato molte difficoltà al lavoro della Chiesa, c'era stata una nuova fioritura delle missioni cattoliche, soprattutto negli altipiani: i catecumeni si moltiplicavano, la struttura generale delle diocesi era stata rinnovata, i vescovi avevano già l'abitudine di riunirsi tutti gli anni e insieme prendevano coscienza della mancanza di personale per evangelizzare il paese.

C'erano i gesuiti francesi ad Antananarivo e Fianarantsoa, i Padri dello Spirito Santo a Nord (Mahajanga e Diego Suarez), i lazzaristi al Sud con Tulear e Port Dauphin, sulla costa Est i monfortani e all'Ovest quelli della Salette. Ma erano soprattutto gli altipiani che richiedevano con urgenza personale ecclesiastico. I gesuiti della Sicilia già lavoravano a Fianarantsoa dalla fine del 1948. I gesuiti francesi della capitale sentivano sempre più il bisogno di altro personale perché i catecumeni aumentavano di numero mentre nuovi problemi si affacciavano man mano che la missione si sviluppava.

Intanto la ricettività della gente sembrava diminuire. La ribellione del 1947 e le aspirazioni all'indipendenza avevano portato accuse contro la Chiesa come se fosse in combutta con il potere coloniale. Una ragione in più per cercare missionari fuori della Francia. E così nel 1950 mi rivolsi al Padre Generale della Compagnia di Gesù, a Roma, per avere aiuti. In quel momento la Provincia di Torino, guidata dal Padre Costa, si era ritrovata con i missionari espulsi dalla Cina comunista che cercavano nuovi campi di lavoro. E furono proprio loro a costituire il primo nucleo di cinque che arrivò in Madagascar insieme al Padre Reverdito. Cominciarono a studiare la lingua con entusiasmo giovanile e dopo un anno vennero qui ad Antananarivo per assumersi la direzione del seminario minore e cominciare anche l'apostolato di brousse, nei villaggi di campagna".

Una situazione nuova

Arriviamo così a 1960, anno dell'indipendenza e anche del nuovo vescovo di Antananarivo che "ha dimostrato subito un modo di agire molto differente dal mio. Uomo di straordinario zelo, aveva però un carattere duro e deciso che creò all'inizio molte difficoltà. Per esempio, dette il via rapidamente al processo di indigenizzazione abolendo subito tutte le messe in lingua francese nella diocesi, compresa la capitale. Questa misura fu un disastro per molti cristiani. Andai un giorno a trovarlo, ne parlammo, ed egli tornò in parte sulla sua decisione, ma la linea rimase la stessa".

E mons. Sartre cosa ha fatto dopo le sue dimissioni? Il 16 giugno 1960 (dieci giorni prima della proclamazione dell'indipendenza) lascia l'isola per un periodo di riposo in Francia. Viene nominato membro della commissione preparatoria del Concilio Vaticano II e dopo la prima sessione del Concilio, sconsigliato di rientrare in Madagascar per non creare imbarazzo al suo successore, chiede al Padre Generale di andare missionario in America Latina. "Per tutta risposta mi fu chiesto di diventare rettore del seminario maggiore in Camerun. Accettai".

Nel 1968 lascia il Camerun, fa sei mesi di aggiornamento e quindi viene inviato nell'isola di Mauritius, dove si trattiene un anno e mezzo in attesa di rientrare in Madagascar. Nel 1970 è professore al seminario maggiore di Antananarivo. Mons. Rakotomalala morirà nel 1975 e a lui succederà un gesuita, mons. Razafimatratra: un betsileo in una zona dominata dai merina ("merina" e "betsileo" sono i due gruppi etnici più importanti dell'isola, storicamente in antagonismo tra loro), un fattore che gli creerà non poche difficoltà, superate tuttavia con la bontà, la carità, e una grande santità di vita che lo caratterizzava.


Giuseppe Bellucci




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