Viste dall'oblò del piccolo Fokker che giornalmente collega la città pakistana di Peshawar a Chitral, le valli della catena dell'Hindu Kush (letteralmente: distruttore di indiani, per la difficoltà di superamento dei suoi alti passi) appaiono così aspre e brulle da farle ritenere inospitali. Invece, da tempi immemorabili, tra queste gole rocciose e impervie, lavorate per millenni dall'erosione eolica e dalle acque di torrenti impetuosi, vive un' etnia le cui origini sono tuttora avvolte nel mistero. I Kalash sono individui dall'aspetto indoeuropeo caratterizzati da lineamenti fini, nasi sottili, occhi e capelli spesso chiari e dal carattere gioviale.
Eredi di Alessandro
Tra le varie teorie formulate da etnologi e antropologi sulle origini dei Kalash, la più suggestiva è quella che li vuole eredi dei disertori dell'armata di Alessandro il Macedone il quale, dopo essersi spinto sino all'Indo nella sua campagna del 325 a.C. prese la decisione di ritornare in patria. Decisione non da tutti condivisa; infatti, alcuni soldati che si erano uniti a donne locali, per nulla attirati dall'intraprendere la faticosa marcia di ritorno, decisero di restare. Qualunque ne sia l'origine, essi vivono una vita di clan dalle abitudini ancestrali legate ai ritmi della natura. La loro esistenza si basa su un'economia strettamente agricola, integrata in parte dall'allevamento di ovini e animali domestici. Da qualche anno, i loro villaggi sono stati raggiunti dall'elettricità e dotati di cisterne per l'acqua potabile. Tentativi questi, da parte della Repubblica islamica del Pakistan, di accattivarsi le simpatie dei Kalash e magari convertirli all'islam, cosa mai riuscita nei secoli scorsi. Infatti, ancor oggi, i Kalash godono di una discreta autonomia, seguono un credo animista e sciamanico e frequentano scuole dirette da loro. Quando nel 1988 li incontrai per la prima volta, ebbi l'impressione di trovarmi di fronte a gente che, pur vivendo nel presente, rifiutava ogni accenno di modernità. L'impressione attuale è, invece, che con l'insediamento nelle valli di alcune guest-house gestite da musulmani, la corruzione consumistica di queste genti stia germogliando; scarpe da tennis cinesi, sigarette pakistane, chewing-gum e prodotti in plastica sono ormai largamente diffusi. Per ora non esistono antenne TV che, una volta installate, segneranno l'inevitabile declino di questa stirpe di montanari isolati dal mondo esterno e che per secoli hanno custodito una cultura singolare.
Verso le valli dei Kalash
Il centro più vicino ai villaggi dei Kalash è Chitral, capoluogo dell'omonimo distretto della pakistana Provincia del Nord-ovest, confinante coll'Afghanistan, da cui è separata da una catena di montagne valicabili solo a piedi. Chitral, sorge a circa 1500 metri di altitudine, in una verde vallata bagnata dal fiume omonimo che scende verso sud e, deviando in territorio afghano, muta il suo nome in Kunar. Le cime circostanti, ammantate di nevi perenni raggiungono i 7700 metri col Tirich Mir, il gigante che domina la valle. In passato, di qua transitavano le carovane dirette ad occidente. Esse, valicato il Shawal pass, il più alto del Nuristan, si congiungevano alle ramificazioni della Via della Seta che percorrevano l'Asia centrale e il Turkestan. Attualmente, Chitral è solo il primo insediamento importante per i profughi afghani che varcano la frontiera, dieci anni or sono inseguiti dall'Armata Rossa, ora, dai Taliban, gli studenti islamici che hanno fatto regredire il proprio paese all'epoca medievale. Ai viaggiatori che raggiungono Chitral, consiglio di assistere alle partite serali di polo che si svolgono nell'apposito stadio tra formazioni militari. Di questo gioco, conosciuto come tipicamente inglese, in realtà non si conoscono con certezza le origini. Potrebbe derivare dal bushkashi, un gioco equestre ancora in voga in Afghanistan, in cui abilissimi cavalieri cercano di strapparsi di mano il corpo di un montone decapitato.Tornando ai Kalash, tre sono le principali valli in cui vivono: quella di Birir, la più a sud, è la meno popolata con circa 500 individui, quelle di Rombur e di Bomboret (la più grande) ne ospitano ciascuna un migliaio. Qui, in una rotazione tra le vallate che dura, appunto, tre giorni, si tiene la festa dell'Equinozio di Primavera (Chilimjosh), che da qualche anno attira anche qualche sparuto turista, tutti viaggiatori individuali giunti sin qui dai paesi più disparati: Australia, Canada, Singapore. Ma non basta l'entusiasmo né tantomeno il denaro per raggiungere le valli kalash. Per arrivare ai loro insediamenti, distanti una quarantina di chilometri da Chitral, occorrono oltre due ore. La strada è sconsigliabile a chi soffre di cuore o di vertigini: strettissima e dal fondo friabile sempre in pericolo di frane, essa segue il fondo valle per un tratto e poi s'inerpica tra dirupi scoscesi. I villaggi sono situati a quote vicini a 1800-2000 metri. Le case sono addossate le une alle altre anche in senso verticale, per poter disporre di tutto il terreno piano per coltivare e meglio difendersi in caso di attacchi nemici.
La Festa della Primavera
Le guide pakistane parlano della Festa dell'Equinozio di Primavera con meraviglia. In realtà, avrei presto scoperto che solo le donne sfoggiano abiti e monili diversi dal quotidiano, mentre gli uomini, vestono come i musulmani, uniche differenze: una cintura di stoffa colorata tenuta ad armacollo e qualche piuma di uccello appuntata sul tondo berretto in lana tipico delle tribù pathane e afghane della zona. L'abito delle donne kalash è di cotone nero ricamato a vari colori con disegni geometrici a greche; al collo portano centinaia di collane fatte con perline di vetro o di plastica coloratissime. Sul capo invece, troneggia una stola che scende sulle spalle composta da conchiglie, bottoni di madreperla e piastrine metalliche. Più la donna è ricca e più prezioso è il suo kopas (così si chiamano questi copricapi). In genere, le Kalash non hanno problemi a farsi fotografare, contrariamente alle musulmane, anche se ora alcune pretendono un compenso pecuniario. Alcune di loro, specie le ragazze nubili si tingono le mani con l'henné e in occasione di feste come questa, usano un pesante trucco, dall'effetto simile atatuaggi. Incontrandosi due donne kalash si baciano tre volte sulle guance e sulla mano destra. La festa offre parecchi spunti di colore - gli abiti più belli e le acconciature più elaborate - ma, per noi europei, le danze e il solo ritmo del tamburo risultano primitivi e monotoni. Ciò che più colpisce è invece lo spirito di socialità col quale gli abitanti di ciascun villaggio accolgono gli ospiti dei villaggi vicini; si abbracciano, si scambiano calorose strette di mano e sorridono spesso, denunciando un carattere allegro e mite. Il Chilimjosh è occasione di eventi sociali, altrimenti difficili per l'asprezza del territorio. Ad esempio, è in questa occasione che sbocciano nuovi amori, si siglano i fidanzamenti e si perfezionano i contratti matrimoniali. Inevitabilmente la festa coinvolge anche i vicini musulmani, e non è rara la presenza del governatore della provincia.
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