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Il concetto teologico del martirio
Il ventaglio delle accezioni di martirio si apre ai settori storico, giuridico o religioso. La tradizione cristiana finora riferiva il termine greco martys (martire, testimone) esclusivamente a colui che a Gesù Cristo pubblicamente offre la testimonianza del sangue.
Nei primi anni del cristianesimo, Paolo (Atti 22, 20) si rivolgeva al Signore così: "Quando si versava il sangue di Stefano, tuo "testimonio". La parola virgolettata è precisamente in greco martys, martire, colui che suggella con la propria vita la fedeltà a Gesù. La persecuzione che porta alla testimonianza cruenta è essenziale alla Chiesa, perchè essa non può essere dissimile dal suo fondatore, martire in modo eminente ed esemplare.
Egli ha dato la prova suprema della sua fedeltà alla missione affidatagli dal Padre. Nel momento dell'addio ai discepoli, egli afferma: "Io sono nato e venuto nel mondo per rendere testimonianza alla verità" (Gv 18,37).
L'evangelista Luca, in modo particolare, presentando il testimone Gesù nella Passione, tratteggia gli aspetti che caratterizzano il martire: silenzio e pazienza davanti alle accuse e oltraggi, dimenticanza della propria sofferenza, perdono ai persecutori da un lato ma anche, dall'altro, il sostegno di Dio nel momento della prova e del sacrificio.
La passione di Gesù è essenzialie alla sua missione, come afferma Isaia (53, 11) descrivendo le sofferenze del servo di JHWH, che deve passare atttraverso la morte "per apportare a moltitudini la redenzione dai peccati" (Mt 20, 28).
Il disegno di salvezza di Dio passa attraverso la morte di Gesù testimone del Padre. Gesù aveva detto: "Quando sarò innalzato da terra, crocifisso, attirerò a me tutti gli uomini" (Gv 12, 32).
Come corpo di Cristo, la Chiesa ha la vocazione al martirio, alla testimonianza del sangue: "Il servo non è maggiore del padrone; se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi" (Gv 15, 20).
Gli apostoli Pietro Giacomo e Giovanni, i più vicini al Maestro, si sono resi conto della sequela di Gesù nella passione, perchè egli lo ha annunciato loro; ma a tutti gli altri discepoli ha rivelato: "Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo, se invece muore, produce molto frutto" (Gv 12, 24).
Se in epoca veterotestamentaria, al tempo dei Maccabei (2 Ma 6-7), la comunità ebraica ha avuto i suoi martiri, in epoca neotestamentaria la comunità cristiana ha avuto i suoi testimoni sorretti da una realtà nuova: la piena imitazione di Cristo, la partecipazione perfetta alla sua testimonianza, alla sua missione di salvezza e all'efficacia della sua passione (Paolo è un frutto del martirio di Stefano) e alla gloria descritta dall'Apocalisse.
Il vero martirio è sempre centrato in Gesù Cristo che sostanzia la testimonianza dei suoi discepoli. È questo l'elemento che lo distingue (e separa) sia dal sacrificio dei sapienti greci (pensiamo a Socrate), sia dall'immolazione ebraico-maccabaica. Il pieno riferimento a Cristo esalta il martirio cristiano.
Ed è proprio l'intimo legame a Gesù e al suo insegnamento - "Non c'è amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici" (Gv 15,13) - che dilata il concetto di martirio dalla testimonianza cruenta della fede alla prova suprema dell'amore, cioè al martirio della carità. San Massimiliano Kolbe e il carabiniere Salvo D'Acquisto che hanno scelto e voluto morire per salvare il prossimo, giustamente si devono dichiarare autentici martiri. C'è in loro, come in tutti i martiri, una testimonianza resa pubblicamente da veri discepoli di Cristo. La testimonianza fa parte del concetto di martire e deve essere pubblica: "Chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anche il Figlio dell'uomo lo riconoscerà davanti agli angeli di Dio" (Lc 12, 10).
Il martirio rivela la presenza dello Spirito Santo, Spirito di verità e d'amore che inabitando nel testimone lo sorregge nella sua pubblica testimonianza sia della fede, sia della carità: "Lo Spirito del Padre parlerà in loro" (Mt 10, 20).
L'inabitazione dello Spirito santo nel martire conferisce al suo corpo quella dignità che farà di esso una reliquia sacra. Come Gesù dopo la morte non è rimasto nella terra, ma fu elevato al cielo, così anche il martire, per un privilegio che lo distingue dagli altri fedeli, salirà direttamente al paradiso e perciò diverrà un intercessore per gli uomini.
Ultima connessione, stupenda, con il concetto di martirio, esso ci spalanca il mondo futuro dell'eternità, perchè con la sua morte e risurrezione Gesù ha iniziato la creazione d'un mondo futuro. Il discepolo che soffre come il Maestro, per il Maestro e, meglio, con il Maestro, nel momento stesso nel quale agli occhi del mondo sembra fallire perchè viene sacrificato, collabora alla creazione d'un mondo futuro per l'umanità.
La realtà storica del martirio
Gesù ha divinamente profetato: "Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi" (Gv 15, 20); "Avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme e in tutta la Giudea e Samaria e fino agli estremi confini della terra" (Atti 1,8). Nessuna profezia è stata così pienamente veritiera dal lato sia geografico, sia cronologico.
La persecuzione, anche sotto l'aspetto storico, risulta essenziale al cristianesimo. La storia della Chiesa registra i fatti persecutori fin dal suo sorgere. L'evangelista Luca negli Atti degli Apostoli ci racconta delle sofferenze patite dalla comunità gerosolimitana fin dalle primissime origini.
Pietro e Giovanni vengono incarcerati per decisione del sinedrio; Stefano è il primo martire, lapidato verso l'anno 36; l'apostolo Giacomo, fratello dell'evangelista Giovanni, è "morto di spada" (Atti 12, 3) nel 41 o 44, ad opera di Erode Agrippa I (pronipote di Erode il Grande, autore della strage degli innocenti, nipote di Erode Antipa uccisore di Giovanni Battista e testimone della passione di Gesù).
La persecuzione di Nerone (64-67) sotto l'aspetto territoriale è limitata alla sola Roma, ma riveste capitale importanza perchè avvia il primo periodo della storia della Chiesa denominata l'Era dei Martiri, che si protrae fino alla libertà concessa ai cristiani dall'imperatore Costantino nel 313.
Martiri eccellenti fra le vittime neroniane l'apostolo Pietro crocifisso nel 66 o 67 sul colle vaticano e sepolto esattamente sotto l'altare papale, dominato dalla cupola michelangiolesca. Paolo, nello stesso anno del martirio di Pietro, è stato decapitato fuori le mura di Roma, là dove si erge la basilica costantiniana a lui dedicata.
Per tre secoli il cristianesimo si è diffuso in estensione e intensità. Tra le molteplici cause della sua rapida espansione gli storici inseriscono anche lo spettacolo di forza e serenità dato dai cristiani durante le persecuzioni. Tertulliano ha scritto: "Sanguis martyrum semen christianorum", il sangue dei martiri produce cristiani, e addirittura chiama il martirio una lusinga, "illecebra magis sectae".
La prima persecuzione è stata un capriccio ("dolo principis incertum" asserisce Tacito) di Nerone, che ha accusato i cristiani dell'incendio devastatore nel 64 di dieci sui 14 rioni di Roma. La seconda, molto cruda, è dovuta alla dinastia dei Flavii (69-96), specialmente all'imperatore Domiziano ("inopia rapax" scrive Svetonio), che mediante proscrizioni e confische voleva rimpinguare l'erario vuoto. A Roma in questo torno di tempo l'evangelista Giovanni testimoniò Cristo immerso in una caldaia di olio bollente, ma uscitone "purior et vegetior" fu relegato a Patmos. Gli Antonini (98-108) scatenarono la terza persecuzione, perchè la professione di cristianesimo era considerata un delitto. Spicca tra i martiri la figura di sant'Ignazio, terzo vescovo di Antiochia.
L'ostilità sanguinosa dell'Impero contro i cristiani proseguì sotto l'africano Settimio Severo (193-211), che avvia la persecuzione "per editto". Colpisce anche i fedeli più umili. Su tutti i martiri di quest'epoca si alza Ireneo di Lione, dottore della Chiesa. Ma le Passioni, un genere letterario originato dal martirio, si interessa ai semplici. La Passione delle sante Perpetua e Felicita risulta uno degli scritti più autorevoli e stupendi della letteratura cristiana.
L'imperatore Decio (249.251), mirando a ridestare la religione di Stato, emanò un editto di proscrizione universale. Non voleva far martiri, ma disfare i cristiani, e riuscì spesso nell'intento di creare apostati.
L'imperatore Diocleziano è il famigerato imperatore della più cruenta, estesa e intensa persecuzione contro i cristiani. In Egitto vi furono esecuzioni collettive di trenta, sessanta, fin cento cristiani al giorno. Lattanzio scrive: "Anche se avessi cento lingue, cento bocche, una voce ferrea, non riuscirei a comprendere tutte le forme di delitti o scorrere tutto l'elenco delle sofferenze che i giudici hanno inferto a giusti e innocenti nelle varie province imperiali".
Analogamente alla prima epoca della storia cristiana, giustamente definità "dei martiri", anche le altre età hanno espresso i loro testimoni, in connessione con i 21 concili ecumenici, con la propagazione delle fede negli altri continenti soprattutto a opera dei missionari di vari istituti religiosi, che elencano ciascuno la propria schiera di martiri.
Versare il sangue per testimoniare il Vangelo si potrebbe pensare sia cosa d'altri tempi, non della nostra era civilizzata. Eppure la realtà ci costringe ad affermare che la nostra epoca non è meno insanguinata e perciò gloriosa. Lo testimonia il martirologio del nostro secolo ventesimo, che ecumenicamente e giustamente onora tutti coloro che in varia forma hanno dato la vita per Cristo Signore.
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