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 Maggio 2000 - Dossier: Il mondo dei martiri

Africa, il sacrificio e la speranza

La Chiesa africana ricorda per molti aspetti la comunità cristiana dei primi secoli, perseguitata dagli imperatori di Roma, crocifissa, arsa sul rogo. I martiri del Continente nero sono una delle costanti di un cammino di fede segnato dall'entusiasmo, dalla promozione della persona, dal riscatto sociale. In Africa la croce è diventato il simbolo del progresso autentico, quello umano, che permette alla persona di svilupparsi nella sua interezza. La croce incarna la speranza di quanti vogliono sottrarsi ai vincoli dei potentati locali, al fondamentalismo, ai lacci di un immobilismo sociale che non permette alcun sviluppo. Alle soglie del XXI secolo, mentre la Chiesa si appresta a canonizzare la canossiana sudanese Bakhita, i cristiani sono ancora duramente perseguitati nella regione dei Grandi Laghi, in Congo, in Sudan, in Egitto e anche a nord, lungo le coste del Mediterraneo che in passato furono una delle culle del cristianesimo. La vicenda di Emmanuel Kataliko, arcivescovo di Bukavu, nella Repubblica democratica del Congo, rapito dai ribelli filo-ruandesi in seguito alla sua dura condanna nei confronti della guerra civile, è assimilabile a quella del vescovo ruandese Augustine Misago, da mesi sottoposto a un processo con l'accusa di genocidio, e si aggiunge all'assassinio dell'arcivescovo congolese Christophe Munzihirwa nel 1996.

La morte è il tragico compimento del sacrificio. Sono passati quattro anni dalla barbara uccisione dei sette monaci cistercensi trappisti, sgozzati in Algeria dai Gruppi islamici armati. Dopo una prigionia di 56 giorni, i sette furono uccisi poichè il Governo francese aveva rifiutato la scarcerazione di alcuni terroristi algerini. La vicenda dei monaci si inserì nel più vasto e drammatico scenario della guerra fratricida algerina, durante la quale gli integralisti armati hanno seminato migliaia di morti, i loro stessi fratelli musulmani, rei di non piegarsi alle logiche del fondamentalismo più esasperato. I sette monaci, alcuni con cinquant'anni di vita algerina alle spalle, erano tutti di nazionalità francese. Il monastero trappista di Nôtre-Dame de l'Atlas, dove svolgevano la loro missione in terra d'Africa, è stato fondato nel 1934. Toccante l'immediata risposta dei confratelli uccisi: "In questo momento - disse l'Abate generale dei trappisti padre Bernardo Olivera - vogliamo prima di tutto pregare. Pregare per le famiglie dei nostri fratelli, per i cittadini dell'Algeria, per i cristiani e le cristiane della Chiesa di Algeri. I nostri fratelli ci lasciano una testimonianza incredibile, quella del Vangelo vissuto fino in fondo, quella delle Beatitudini".


Alberto Castaldini


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