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 Maggio 2000 - Dossier: Il mondo dei martiri

L'Asia cammina sulle orme dei martiri

In Asia, dopo venti secoli di evangelizzazione, i cattolici sono il 3% della popolazione; la religione cristiana deve affrontare i mille problemi del continente, le cento sfide del confronto con culture e fedi diverse; la Chiesa cerca un difficile dialogo con quelle realtà che vorrebbero ignorarla o asservirla alle necessità del potere. In questo contesto l'intera comunità cattolica non può che avere un rapporto privilegiato con i suoi numerosissimi martiri, che sono - prima ancora che testimoni di una fede sicura - uomini e donne capaci di esprimere la propria solidarietà, la profonda simpatia con gli uomini e le donne di realtà forse refrattarie al messaggio evangelico, ma non per questo insensibili alla coerenza spinta sino al sacrificio. A maggior ragione quando questa coerenza si associa a comportamenti che toccano in profondità il cuore degli asiatici: a partire da una sincera ricerca religiosa e volontà di dialogo, urgente sia dove si registrano fenomeni di integralismo - associati a una più o meno vasta strumentalizzazione politica (come in India, Afghanistan, Pakistan, Nepal, Bangla Desh, Bhutan e Maldive), sia in quei Paesi dove l'intolleranza religiosa si affianca alla crisi economica o a conflitti interni (come l'Indonesia, Sri Lanka, Cambogia e Myanmar/Birmania). In questo senso vale l'esempio di martiri "antichi", come san Tommaso apostolo, ucciso presso Madras nel 70 dopo Cristo, o come il catechista vietnamita Andrea, giustiziato nel 1644 (primo di ben 170mila), e il suo contemporaneo filippino Pedro Calungsod - entrambi beatificati il 5 marzo scorso, insieme al presbitero thailandese Nicolas Bunkert Kithamrung. Ma, forse, vale ancora di più per i martiri "moderni", nuovi e diversi, come il filippino Lorenzo Ruiz, ucciso dai giapponesi durante il secondo conflitto mondiale, o i religiosi e religiose massacrati a Timor est tra l'agosto e il settembre 1999 mentre assistevano i timoresi terrorizzati. E, uscendo dall'ambito ecclesiale, non hanno forse lo stesso valore esemplare il sacrificio del pastore protestante Graham Stuart Staines, bruciato vivo con i due figli in India nel maggio 1999 per essersi posto al servizio dei tribali contro i latifondisti, e quello del "Mahatma"" Gandhi, condannato a morte nel 1949 per la sua difesa dei diritti delle minoranze religiose, in una terra che da patria dell'armonia religiosa sembra essersi trasformata in un inferno per i non hindu? L'Asia ha tutta una tradizione di testimonianza attraverso il martirio, ma proprio qui, accanto a forme "tradizionali" di oppressione che nascono dalla reazione di ambienti religiosi o politici, oppure da interessi illeciti messi in discussione, si sono sviluppate forme moderne e aggiornate di persecuzione. Il governo cinese ha reagito con stizza alla notizia che il 1° ottobre prossimo il Papa canonizzerà 120 martiri cinesi vissuti fra il XVII e il XX secolo: un fatto sentito come una minaccia al potere politico. Al di là dei recenti e promettenti sviluppi, è indubbio che le sofferenze imposte in Cina, Vietnam e Corea del Nord alla comunità cattolica vanno oltre la repressione occasionale per diventare sistematica negazione di qualsiasi espressione religiosa e dei diritti dei cittadini. Non è azzardato dire che in queste realtà proprio il martirio ha tenuta accesa la fiamma della fede.


Stefano Vecchia


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