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In America Latina, forse più ancora che in altri continenti, il martirio e la persecuzione dei cristiani si identificano con la lotta all'ingiustizia, la denuncia dei soprusi, la difesa dei più poveri. In un continente dove, nel Novecento, la dittatura e la repressione delle libertà sono state il dazio da pagare per passare dal dominio coloniale alla piena indipendenza e dove oggi le fortissime sperequazioni socio-economiche all'ombra della globalizzazione rappresentano il nuovo volto dell'ingiustizia, la Chiesa non ha fatto mancare la sua risposta, fatta di amore e di riconciliazione, ma anche di coraggiosa denuncia. Pagandone le conseguenze: limitandosi ai soli consacrati e seminaristi, si calcola che dal secondo dopoguerra alla fine del secolo gli uomini e le donne uccisi per la loro fedeltà a Cristo siano stati circa 140, di cui circa 50 nei soli anni Novanta.
Quest'ultimo dato testimonia come, nonostante la fine della contrapposizione tra i due blocchi politico-militari - quello occidentale e quello sovietico -, fonte anche in quest'area di notevoli tensioni, il Vangelo vissuto continui a rappresentare una "pietra d'inciampo". Anzi, la sensazione è che, nel corso dei decenni, la Chiesa sia riuscita a svincolarsi sempre più da una certa contiguità con il potere e a imporsi come voce autorevole e distinta rispetto a quella dello Stato. Gli esempi più fulgidi di questo cammino sono forse mons. Romero, ucciso in El Salvador nel 1980 (cfr Popoli, marzo 2000) e mons. Gerardi, assassinato in Guatemala nel 1998: due uomini liberi, che non hanno temuto di andare contro poteri costituiti per far valere le ragioni degli oppressi.
Questo cammino della Chiesa verso una maggiore autenticità per un più libero servizio della giustizia non è avvenuto in modo indolore; numerose sono state e sono le tensioni anche nel corpo ecclesiale: basti ricordare le controversie legate alla teologia della liberazione o la forza dirompente di figure profetiche non sempre sostenute dalla gerarchia, quali dom Hèlder Câmara o mons. Samuel Ruiz. Ma il segno più evidente che la Chiesa latinoamericana affonda saldamente le proprie radici nel Vangelo è il fatto che tanti laici hanno accompagnato i consacrati nel martirio; sono testimoni che sfuggono alle fredde contabilità degli uccisi, catechisti, contadini, insegnanti di cui forse nessuno conosce la storia, "agnelli" pronti ad andare al macello insieme ai loro pastori. In questo senso, non è fuori luogo considerare accanto ai "martiri" anche tanti uomini e donne non direttamente inseriti nella Chiesa ma comunque colpiti per il loro impegno a fianco dei più poveri. Si pensi alle vittime delle dittature, dall'Argentina, al Cile, a Cuba; si pensi a coloro che oggi combattono la violenza e la corruzione in Colombia; si pensi agli indigeni che chiedono rispetto per la propria cultura e tradizione.
Per tutti valgono le parole che p. Arrupe, l'allora Superiore generale dei gesuiti, pronunciò quando, a cavallo tra 1976 e 1977 nel giro di pochi mesi cinque gesuiti vennero trucidati in diversi luoghi del mondo: "Il Signore sembra ancora una volta volerci indicare i valori e il tipo di testimonianza che Egli tiene in grande considerazione. Egli ha tratto dall'oscurità e coronato con il martirio questi suoi "servi fedeli", uomini che gli sono stati fedeli nelle cose piccole e banali, che l'hanno servito nell'affamato, nell'assetato, nel vagabondo, che l'hanno amato nel povero attraverso il loro lavoro e la loro sincerità".
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