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 Maggio 2000 - Il mondo i popoli

L'esperienza di una volontaria italiana
Timor, così ti ricordo
La parte orientale dell'isola di Timor ha votato la propria indipendenza. Tuttavia, questa scelta di libertà ha scatenato un'ondata di violenza risolta solo con l'intervento di una forza armata multinazionale. Il ruolo dei volontari nei drammatici giorni del referendum e nella ricostruzione.

"No, da Timor est l'Onu non è mai andato via. Nemmeno quando venivano distrutte le nostre sedi. Nemmeno quando i suoi osservatori rischiavano la vita. Le Nazioni Unite hanno preso un impegno che hanno mantenuto fino in fondo. È giusto che questo si sappia perchè in pochi l'hanno detto e, ancora meno, l'hanno scritto".
Francesca Dell'Acqua risponde così alle accuse di una parte della stampa e dell'opinione pubblica. E lo fa a ragion veduta perchè lei, a Timor est, c'era. Era lì nei momenti più "caldi", proprio come osservatore dell'Onu. "Sono partita il 17 giugno pensando di rimanere solo due mesi - ricorda -. Poi la data del referendum è stata spostata dal 15 al 30 agosto. E così la mia missione si è protratta fino a dicembre".
Francesca, 29 anni di Abbiategrasso (MI), non era alla prima esperienza. Nel 1998 ha fatto parte, come supervisore elettorale (con la funzione di controllo della regolarità delle operazioni di voto), della missione organizzata dall'Osce in Bosnia. Lo scorso anno poi ha partecipato con compiti di osservatore elettorale (con la funzione di controllo delle operazioni di voto e della regolarità delle elezioni) in Nigeria.
Timor est, quindi, non è stata un'occasione sporadica, ma la tappa di un percorso più lungo, che Francesca ha iniziato subito dopo la laurea in Filosofia. "Nel 1997 - spiega - mi sono iscritta allo European Master Degree in Human Rights and Democratization, un corso internazionale di studi a Venezia per laureati in materie umanistiche e giuridiche. Dopo il master, è iniziata la mia esperienza, prima in Bosnia, poi in Nigeria. Quest'ultima missione, pur essendo composta da rappresentanti dell'Unione Europea, era organizzata dall'Onu. Sono così venuta a contatto con l'Organizzazione delle Nazioni Unite. E, una volta tornata in Italia, ho deciso di fare domanda alla sede di Bonn per potere diventare osservatore volontario".
La domanda viene accettata e l'occasione per partire arriva presto. Destinazione: Timor est. La chiamata arriva una sola settimana prima della partenza. Il tempo di organizzarsi e la missione inizia. "Prima di entrare nel vivo dell'operazione - racconta - abbiamo preso parte a un corso di formazione, nel quale ci sono state impartite nozioni di pronto soccorso, antropologia, lingua locale. Poi siamo entrati in azione. Io sono stata destinata a Dili, la capitale. Del nostro contingente facevano parte 400 osservatori, 10 dei quali italiani".
Il primo compito è la "mappatura" del territorio per la scelta di luoghi accessibili nei quali fissare i seggi. "Ma le nostre mansioni non si esaurivano lì - spiega Francesca -. Una volta fissati i seggi, abbiamo proceduto alla registrazione dei votanti. È stata un'operazione lunga, erano necessari documenti con foto e non sempre i timoresi li avevano. In questi casi dovevamo ricorrere alla certificazione del capovillaggio o del sacerdote. Conclusa la registrazione, abbiamo girato per i villaggi per 15 giorni per insegnare alla gente come si vota, che cosa sono le istituzioni democratiche e che ruolo hanno le istituzioni internazionali".

Intanto iniziavano a imperversare le milizie paramilitari, gruppi organizzati dall'esercito in funzione antindipendentista. Ne fanno parte per lo più ragazzi musulmani, ma anche cattolici. "In alcune zone dell'isola, quelle più occidentali, - ricorda - le milizie erano particolarmente attive contro i separatisti. A Dili la situazione era più tranquilla perchè gli indipendentisti erano forti. Ma la strategia, credo, fosse più complessa. Penso che le forze armate indonesiane mirassero a "circondare" il capoluogo, assicurandosi prima il controllo delle zone più periferiche dell'isola. Ben presto ci sono arrivate notizie di scontri che coinvolgevano la popolazione, ma anche i nostri colleghi. Nonostante le condizioni di sicurezza precarie, l'Onu non si è mai tirata indietro. C'era la convinzione che il referendum fosse l'unica opportunità, per i timoresi, di conquistare l'indipendenza".
Il giorno fatidico arriva il 30 agosto. Si vota solo dalle 6 alle 15 e negli osservatori c'è il timore che non tutti riescano a votare. "Invece siamo stati smentiti - racconta -. I timoresi si sono presentati ai seggi puntualissimi e hanno votato con ordine. Alle 13 le operazioni di voto erano già concluse". Inizia lo spoglio. Nei timoresi la paura di ritorsioni è tanta. In quei giorni Dili si svuota. La gente sfolla verso la montagna o in luoghi ritenuti sicuri. E anche l'annuncio della vittoria è dato con felicità, ma senza enfasi. Francesca, nel frattempo, dal seggio in cui era, si trasferisce al quartier generale dell'Onu, con l'ordine di non muoversi. "Dal momento dell'annuncio della vittoria degli indipendentisti - ricorda - sono iniziati gli scontri. Noi non vedevamo nulla, però sentivamo gli spari e scorgevamo, in lontananza, le alte colonne di fumo degli incendi. Poi abbiamo saputo che tutto il materiale necessario alle elezioni (mappe, fogli di registrazione, ecc.) era stato dato alle fiamme. Tutto, tranne le schede elettorali date in custodia alla polizia indonesiana. La polizia e l'esercito hanno sempre mantenuto un comportamento ambiguo. Da un lato appoggiavano le milizie e, dall'altro, si presentavano come i garanti del regolare svolgimento del referendum".
Nei giorni successivi alle elezioni, Timor est diventa sempre meno sicura. L'Onu decide di evacuare parte del suo personale. E anche Francesca deve partire. "A settembre - osserva - insieme ad altri miei compagni ci siamo trasferiti in Australia. Lì abbiamo intervistato i profughi scappati da Timor est, raccogliendo testimonianze sulle violazioni dei diritti umani". Ma per Francesca l'impegno a Timor est non è finito. A ottobre rientra a Dili per poi trasferirsi ad Alieu, uno dei santuari della resistenza separatista. "In questa fase - spiega - il nostro compito era quello della mappatura del territorio e del coordinamento delle iniziative dell'Onu con quelle delle organizzazioni umanitarie (Ong, agenzie umanitarie, ecc.). Quest'incarico è durato fino a dicembre. Poi sono tornata in Italia".
I rischi che ha corso non sembrano averla spaventata. Anzi, è determinata a tornare. "Ho sempre lavorato nel settore sociale - spiega -, sono impegnata in organizzazioni che si battono per i diritti dei bambini e per aiutare le prostitute. Il mio impegno per l'Onu è il coronamento di questa vocazione. È stata un'esperienza stimolante, perchè oltre a vivere un'esperienza in presa diretta e come parte attiva di eventi unici, ho potuto lavorare a contatto con la gente. E questo mi ha dato enormi soddisfazioni".
Per Francesca l'opportunità di tornare a Timor est potrebbe essere legata alla nuova missione Onu (Untaet), che ha il compito di amministrare l'isola fino alle prossime elezioni politiche. "Penso che farò domanda per parteciparvi - conclude -, Timor est per me è stata un'esperienza unica".

Enrico Casale


Una ricostruzione necessaria e difficile

La pace - una pace "a denti stretti" - regna oggi a Timor Est, a distanza di dieci mesi dal referendum che ha sancito il ritiro della pesante tutela indonesiana e l'indipendenza. Il 23 febbraio si è conclusa la prima fase della pacificazione, quella condotta dalla forza militare internazionale dell'Interfet, 8mila uomini, posta sotto il comando australiano e con la partecipazione italiana. A essa è subentrato un contingente armato, sotto il diretto controllo delle Nazioni Unite. Sotto la tutela Onu sono state ripristinate l'erogazione di elettricità e di acqua potabile, molte strade sono state riaperte e si lavora per ristabilire le connessioni telefoniche. Almeno 100mila studenti sono tornati nelle loro classi , spesso solo capanne senza cattedre nè banchi, e in tutta la regione molti opedali e dispensari sono stati riaperti.
Tuttavia la tensione resta alta e così l'incertezza del futuro.
Ora le sfide di Timor Est si chiamano "transizione verso la piena indipendenza", "pacificazione", "sviluppo". Mentre i leader storici dell'irredentismo timorese e della lotta per i diritti umani mons. Belo, Xanana Gusmao, Ramos Horta, stanno raccogliendo le simpatie del mondo per la nuova nazione che nascerà entro due, tre anni, e promettenti impegni di investimenti e aiuti, il livello di distruzione è tale da non permettere illusioni sui tempi e l'intensità della ricostruzione. "Sono stato finora in altre zone di guerra, ma l'estensione e la profondità della distruzione di Timor Est mi ha sorpreso", dichiarava a fine febbraio il presidente della Banca Mondiale, James Wolfensohn, dopo aver firmato la concessione di un primo stanziamento di 21,5 milioni di dollari.
Ma se il denaro potrà aiutare a far rinascere - letteralmente - il Paese dalle ceneri ed evitare che disoccupazione, criminalità e odio marchino la nascita della piccola nazione, non sarà facile concellare il ricordo degli almeno 3000 morti, delle migliaia di edifici dati alle fiamme, delle violenze e della paura che ancora ancora trattiene 100mila profughi - su oltre 250mila iniziali - nei campi di Timor ovest.
Il Segretario generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, si è personalmente impegnato affinchè venga fatta luce sui crimini compiuti nelle settimane successive al referendum dalle milizie filoindonesiane sostenute dall'esercito. La responsabilità di accertare tali crimini è stata affidata al governo di Jakarta, guidato dal presidente Wahid, a cui si riconosce una reale volontà di giustizia, lasciando però aperta l'ipotesi di un tribunale internazionale.
(S.V.)



La mini-nazione che sarà

Capitale: Dili
Superficie: 14.874 kmq
Popolazione: 850mila abitanti
Disoccupati: 70% della popolazione
Risorse: caffè, marmo, giacimenti di petrolio e gas nelle acque costiere
Religione: cristiani 90% (62,5% di cattolici)



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