| Maggio 2000 - Il mondo i popoli |
| L'esperienza di una volontaria italiana |
| Timor, così ti ricordo |
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La parte orientale dell'isola di Timor ha votato la propria indipendenza. Tuttavia, questa scelta di libertà ha scatenato un'ondata di violenza risolta solo con l'intervento di una forza armata multinazionale. Il ruolo dei volontari nei drammatici giorni del referendum e nella ricostruzione.
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"No, da Timor est l'Onu non è mai andato via. Nemmeno quando venivano distrutte le nostre sedi. Nemmeno quando i suoi osservatori rischiavano la vita. Le Nazioni Unite hanno preso un impegno che hanno mantenuto fino in fondo. È giusto che questo si sappia perchè in pochi l'hanno detto e, ancora meno, l'hanno scritto".
Il giorno fatidico arriva il 30 agosto. Si vota solo dalle 6 alle 15 e negli osservatori c'è il timore che non tutti riescano a votare. "Invece siamo stati smentiti - racconta -. I timoresi si sono presentati ai seggi puntualissimi e hanno votato con ordine. Alle 13 le operazioni di voto erano già concluse". Inizia lo spoglio. Nei timoresi la paura di ritorsioni è tanta. In quei giorni Dili si svuota. La gente sfolla verso la montagna o in luoghi ritenuti sicuri. E anche l'annuncio della vittoria è dato con felicità, ma senza enfasi. Francesca, nel frattempo, dal seggio in cui era, si trasferisce al quartier generale dell'Onu, con l'ordine di non muoversi. "Dal momento dell'annuncio della vittoria degli indipendentisti - ricorda - sono iniziati gli scontri. Noi non vedevamo nulla, però sentivamo gli spari e scorgevamo, in lontananza, le alte colonne di fumo degli incendi. Poi abbiamo saputo che tutto il materiale necessario alle elezioni (mappe, fogli di registrazione, ecc.) era stato dato alle fiamme. Tutto, tranne le schede elettorali date in custodia alla polizia indonesiana. La polizia e l'esercito hanno sempre mantenuto un comportamento ambiguo. Da un lato appoggiavano le milizie e, dall'altro, si presentavano come i garanti del regolare svolgimento del referendum". Nei giorni successivi alle elezioni, Timor est diventa sempre meno sicura. L'Onu decide di evacuare parte del suo personale. E anche Francesca deve partire. "A settembre - osserva - insieme ad altri miei compagni ci siamo trasferiti in Australia. Lì abbiamo intervistato i profughi scappati da Timor est, raccogliendo testimonianze sulle violazioni dei diritti umani". Ma per Francesca l'impegno a Timor est non è finito. A ottobre rientra a Dili per poi trasferirsi ad Alieu, uno dei santuari della resistenza separatista. "In questa fase - spiega - il nostro compito era quello della mappatura del territorio e del coordinamento delle iniziative dell'Onu con quelle delle organizzazioni umanitarie (Ong, agenzie umanitarie, ecc.). Quest'incarico è durato fino a dicembre. Poi sono tornata in Italia". I rischi che ha corso non sembrano averla spaventata. Anzi, è determinata a tornare. "Ho sempre lavorato nel settore sociale - spiega -, sono impegnata in organizzazioni che si battono per i diritti dei bambini e per aiutare le prostitute. Il mio impegno per l'Onu è il coronamento di questa vocazione. È stata un'esperienza stimolante, perchè oltre a vivere un'esperienza in presa diretta e come parte attiva di eventi unici, ho potuto lavorare a contatto con la gente. E questo mi ha dato enormi soddisfazioni". Per Francesca l'opportunità di tornare a Timor est potrebbe essere legata alla nuova missione Onu (Untaet), che ha il compito di amministrare l'isola fino alle prossime elezioni politiche. "Penso che farò domanda per parteciparvi - conclude -, Timor est per me è stata un'esperienza unica". |
Enrico Casale |
| Una ricostruzione necessaria e difficile |
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La pace - una pace "a denti stretti" - regna oggi a Timor Est, a distanza di dieci mesi dal referendum che ha sancito il ritiro della pesante tutela indonesiana e l'indipendenza. Il 23 febbraio si è conclusa la prima fase della pacificazione, quella condotta dalla forza militare internazionale dell'Interfet, 8mila uomini, posta sotto il comando australiano e con la partecipazione italiana. A essa è subentrato un contingente armato, sotto il diretto controllo delle Nazioni Unite. Sotto la tutela Onu sono state ripristinate l'erogazione di elettricità e di acqua potabile, molte strade sono state riaperte e si lavora per ristabilire le connessioni telefoniche. Almeno 100mila studenti sono tornati nelle loro classi , spesso solo capanne senza cattedre nè banchi, e in tutta la regione molti opedali e dispensari sono stati riaperti. |
| La mini-nazione che sarà |
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Capitale: Dili |