| Maggio 2000 - Orizzonti della fede |
| Iran tra fede e politica |
| Aria nuova a Teheran |
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Le tornate elettorali di febbraio e aprile hanno spianato la strada ai riformisti che cercano di conciliare progresso e fede. Passando dai diritti civili e dal rispetto delle minoranze La testimonianza del nunzio Apostolico.
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È convinzione diffusa nella opinione pubblica iraniana e nelle analisi degli esperti che le elezioni del 18 febbraio scorso per la Sesta Assemblea costitutiva islamica (Parlamento) siano un punto di svolta nella vita politica della Repubblica islamica dell'Iran. L'afflusso alle urne (oltre il 75%) è stato il più alto registrato alle elezioni parlamentari nei vent'anni di rivoluzione e va visto come un chiaro segno della volontà degli iraniani di voltare pagina rispetto alla rigida intransigenza che ha caratterizzato, anche se non sempre in modo uniforme, i primi due decenni della Repubblica Islamica. Il primo chiaro sentore di questa volontà di cambiamento si era avuto il 13 maggio 1997 (2 Khordad 1376, secondo il calendario persiano), con la scelta quasi plebiscitaria del Presidente Seyyed Mohammad Khatami, (il quale, contrariamente alle previsioni della vigilia che davano per favorito lo speaker della Camera, l'ayatollah Nateq Nouri, aveva riportato altre il 70% dei voti).
Il responso delle urne Alla vittoria del 2 Khordad si era ispirata la propaganda del partito riformista della Compartecipazione (Mosharekat), guidato dal quarantenne Mohammad Reza Khatami, fratello del Presidente. Il suo Partito iraniano della partecipazione islamica invitava gli elettori a fare del 19 Bahman (18 febbraio), data delle elezioni parlamentari, "un altro 2 Khordad", un'altra vittoria dei sostenitori della politica aperta e riformista del Presidente Khatami. La risposta della popolazione non ha deluso le attese. Dei 290 seggi del nuovo Parlamento, già al primo turno delle elezioni 177 sono andati ai riformisti, mentre 49 sono stati divisi fra conservatori e indipendenti. In aprile, poi, il ballottaggio ha deciso dei rimanenti 64 seggi e, come facilmente prevedibile, il partito riformista ha riportato un'altra vittoria. A questi dati si aggiunge, come segno indiscusso della "voglia di nuovo", quella che si può definire la "sconfitta politica" dell'ayatollah Hashemi Rafsanjani, già per otto anni presidente della Camera e per altri otto alla presidenza della Repubblica islamica. Tra i 30 deputati eletti nella capitale, e di cui 29 appartengono al Partito della partecipazione, egli è risultato trentesimo, dopo un conteggio dei voti inspiegabilmente lento, non esente da critiche e da sospetti di brogli. Secondo alcuni esperti, la scelta dell'elettorato è stata motivata più dalla volontà di escludere i conservatori dalla Camera che dalla condivisione dei programmi dei riformisti. Il nuovo Parlamento, che terrà la sua prima seduta il 28 maggio prossimo, dovrà però farsi carico delle attese e delle speranze della popolazione e avviare e riforme che incidano nella vita del Paese. Da un punto di vista giuridico, va notato che i cristiani, insieme agli zoroastri e agli ebrei, sono le uniche minoranze religiose ufficialmente riconosciute dalla Costituzione della Repubblica islamica che all'articolo 13 sancisce, "entro i limiti delle leggi islamiche", la libertà di esercitare il culto e di regolare le questioni interne alla comunità (statuto personale e insegnamento religioso) secondo le rispettive norme delle comunità stesse. Il riconoscimento di questi diritti però fissa anche il limite entro cui le minoranze possono agire. Infatti, si può parlare di libertà di culto, ma non è consentito fare opera di evangelizzazione presso i non cristiani; le minoranze hanno le loro scuole, ma il preside deve comunque essere un musulmano e parte dell'insegnamento religioso è fatto con testi cosiddetti "interconfessionali" preparati dal ministero della Pubblica istruzione; i cristiani sono cittadini iraniani a tutti gli effetti, ma per accedere a cariche e impieghi governativi è quasi sempre richiesta l'appartenenza all'islam; al Parlamento ci sono i rappresentanti delle minoranze (cinque in tutto: due armeni, un assiro, un ebreo e uno zoroastriano), ma è legittimo chiedersi quale possa essere il loro peso in una camera di 290 parlamentari! La difficile "normalità" In breve, il limite ai diritti delle minoranze nasce dalla "confessionalità" stessa della Repubblica islamica. Ed è forse questa la ragione per cui, mentre negli ultimi vent'anni la popolazione iraniana è pressochè raddoppiata, la minoranza cristiana, cedendo al miraggio dell'emigrazione verso Occidente, si è ridotta di quasi due terzi. C'è da augurarsi che, con la vittoria dei riformisti, che si dicono fautori del dialogo e del pluralismo a livello sia nazionale, sia internazionale, diminuisca il peso di questa confessionalità e che venga almeno in parte realizzato uno degli slogan della propaganda elettorale: "l'Iran per tutti gli iraniani". I problemi cui far fronte non sono pochi. All'interno si dovrà far luce su questioni sinora irrisolte, quali la disoccupazione e l'inflazione che raggiungono livelli preoccupanti per l'economia del Paese, o messe a tacere, come le uccisioni a catena di intellettuali e scrittori nel vano tentativo di arrestare la libertà di espressione e di stampa avviate con la presidenza di Khatami. Si potrà giungere anche a una maggiore flessibilità nell'abbigliamento delle donne (alcune neo-parlamentari hanno già sottolineato la non obbligatorietà del velo - chador - nella loro funzione). In politica estera invece torna costantemente il problema delle relazioni con gli Stati Uniti, e dopo l'elezione di Khatami entrambe le parti hanno manifestato, se pur con qualche disagio, il desiderio di superare la crisi ormai ventennale che divide i due Paesi. Se i riformatori riusciranno a ottenere qualche risultato sia sul fronte interno che su quello internazionale, ci potrà essere quella graduale normalizzazione delle condizioni di vita che la popolazione attende ormai da tanto tempo. A beneficiare di questo potrà essere anche la piccola minoranza cristiana presente in Iran. Una minoranza divisa a sua volta in vari riti e Chiese e che, in vent'anni di rivoluzione islamica, è diminuita in misura preoccupante. A motivo della emigrazione, accentuatasi soprattutto in questi ultimi anni, secondo le stime del clero locale, si è passati da circa 300mila cristiani, di cui 250mila armeni, a poco più di 100mila unità. All'interno di questa minoranza, i cattolici superano di poco i 10mila, suddivisi nei tre riti assiro-cattolici, armeno e latino. Questa presenza cristiana è caratterizzata, in misura notevole, dal suo aspetto "etnico": salve alcune eccezioni, per lo più nelle Chiese protestanti, il cristiano iraniano di solito è tale perchè al tempo stesso è "armeno" o "assiro-caldeo", appartenente cioè a un gruppo etnico diverso per cultura, lingua e tradizioni, da quello più propriamente "iraniano". Questo si riflette nel parlare comune, dove spesso il termine "armeno" viene usato come sinonimo di "cristiano". |
Mons. Angelo Mottola Nunzio apostolico in Iran |
| Il ruolo dei mass media |
| Vent'anni di rivoluzione nel sospetto dell'Occidente |
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A oltre vent'anni dalla cacciata dello shah e dalla proclamazione della Repubblica islamica (30 marzo 1979), e a quasi undici dalla morte dell'ayatollah Khomeini (3 giugno 1989), l'Iran è tornato ad occupare spazio sui media occidentali. |
Federico Tagliaferri giornalista |