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 Maggio 2000 - Eco dei gesuiti

Un travagliato rapporto
Gesuiti ed ebrei: ritorna il dialogo
Ignazio di Loyola fu vicino agli israeliti. Il suo successore Laynez aveva origine ebraiche. Nel 1593 la Compagnia pose fine a ogni apertura. Dopo il Vaticano II, il nuovo corso.

Era il 3 novembre del 1593 quando si aprì la V Congregazione generale della Compagnia di Gesù. Scrive il padre William Bangert, autorevole storico gesuita, che il consesso si inaugurò sotto cattivi auspici. In piena Controriforma, il papa Clemente VIII riteneva infatti che i figli di Sant'Ignazio avessero perso l'iniziale fervore. Già il suo predecessore Sisto V li aveva affidati all'esame dell'Inquisizione, e questa aveva sollevato alcune riserve. Fronde interne alla Compagnia - facenti capo al cardinale Francisco de Toledo - stavano inoltre minando alla base l'autorità del generale Claudio Acquaviva, eletto nel 1581. Occorreva perciò rafforzare la credibilità dell'ordine. Se il decreto 54 condannò chi meditava di modificare le Costituzioni, il decreto 52 escluse l'ingresso nella Compagnia di persone di origine ebraica e saracena, poichè i convertiti avrebbero potuto destabilizzarla dall'interno.
La norma fu rimossa solo nel 1946 con la XXIX Congregazione, ma già Leone XIII ne aveva ridimensionato la portata.
La decisione - oggi verrebbe definita palesemente antisemita, ma si deve rapportare al clima politico e alla mentalità dell'epoca - contrastava non poco con l'atteggiamento che il fondatore Ignazio riservava agli ebrei. Egli, conterraneo di santa Teresa d'Avila e san Giovanni della Croce, grandi mistici dalle ascendenze marrane, si rammaricava di non avere origini ebraiche. Il Ribadeneira narra questo aneddoto: "Un giorno che stavamo mangiando davanti a molti, a un certo momento, parlando di sè disse che avrebbe considerato grazia speciale di nostro Signore venire dalla razza degli ebrei; e aggiunse il motivo dicendo: "Come! Poter essere parente di Cristo nostro Signore, secundum carnem, e di Nostra Signora la gloriosa Vergine Maria". Disse queste parole con un aspetto tale e con tanto sentimento che gli vennero le lacrime e la cosa fu molto notata".
Anche al domenicano Domenico da Foligno, ebreo convertito, Ignazio raccomandava di ritenere le proprie origini un autentico dono, non un'infamia.
Quando Ignazio istituì la casa di Santa Maria della Strada, ben presto vi dovette accogliere numerosi catecumeni o ebrei desiderosi di convertirsi a Cristo. Il Santo inoltre persuase papa Paolo III a favorire la scelta dei neofiti, che fino ad allora sottostava a condizioni umilianti. Con le lettere apostoliche Cupientes iudaeos (1542) fu permesso ai convertiti di mantenere i propri averi e l'eredità paterna. Agli ecclesiastici e secolari il Papa affidava invece i catecumeni poveri. L'anno successivo il pontefice garantiva strutture sanitarie per i neofiti e raccomandava per loro l'assistenza delle confraternite. Tutto ciò si doveva all'influenza di Ignazio di Loyola, amico degli ebrei, loro fratello nello spirito.
Come osserva lo storico gesuita Garcìa-Villoslada, Ignazio fu "fondatore" per eccellenza, perchè "gettò le fondamenta, innalzò le mura e coprì col tetto, stabilmente e durevolmente, non pochi edifici fisici e materiali, sociali e morali".
Ignazio perciò non temette di edificare un nuovo ordine sociale, fondato sulla carità e l'amore per i fratelli, non sulla divisione, sul "ghetto". In questo va ravvisata la straordinarietà della sua azione, diretta a portare il Vangelo a tutti e a realizzare una società nuova. Mezzo secolo dopo, il quadro politico era completamente mutato e lo statu quo si fondava sulla separazione degli universi mentali e religiosi. Impensabile l'ingresso - come avvenne in passato - di ebrei nella Compagnia, impensabile la nomina a generale nel 1558 dello spagnolo Diego Laynez (nell'immagine a finco), figlio di christiani novi, e per questo difeso strenuamente dal confratello mantovano Antonio Possevino contro coloro che ne mettevano in dubbio la sincerità e la fede. Tre anni prima sotto il regno di Paolo IV, con la bolla Cum nimis absurdum, non era stato forse istituito il ghetto di Roma?
Oggi, a più di quattro secoli e mezzo dalla nascita della Compagnia, il rapporto fra i gesuiti e gli ebrei è mutato. Se fino alla prima metà del Novecento resisteva in qualche ambiente un atteggiamento di netta chiusura (è il caso di alcuni articolisti di La Civiltà Cattolica, come è stato recentemente evidenziato dal volume di R. Taradel e B. Raggi, La segregazione amichevole. "La Civiltà Cattolica" e la questione ebraica 1850-1945 , pubblicato da Editori Riuniti), poi, grazie anche al Concilio, si è completato il cambiamento. Già però agli inizi del secolo, con l'attività dell'Istituto Biblico, con filiale a Gerusalemme, fondato nel 1909, era maturato il rispetto per le sorgenti ebraiche della fede. Non è un caso che Agostino Bea, anima ecumenica del Concilio, sia stato a lungo rettore del Biblico.
Anche la recente XXXIV Congregazione generale della Compagnia ha mirato a un maggiore impegno in questa direzione, e nel mese prossimo si terrà a Gerusalemme un incontro tra i gesuiti impegnati nel dialogo con gli ebrei e l'islam. Lontana è ormai l'epoca in cui la Chiesa "assediata" dalla modernità - alla fine dell'800 - inaspriva le tesi a difesa della propria dottrina. Oggi è il dialogo il tratto distintivo delle relazioni con gli ebrei, grazie anche al fatto che sant'Ignazio non recise mai il legame con quella che il gesuita cardinale Carlo Maria Martini ha chiamato la "radice santa" del Cristianesimo, cioè Israele.


Alberto Castaldini


La relazione del gesuita Stanislaw Obirek al Forum di Stoccolma
L'insegnamento etico-religioso e l'Olocausto

Come prete cattolico e come gesuita, la mia conoscenza dell'Olocausto si è formata all'interno della famiglia di origine, a scuola, nelle aule dell'università, con la lettura di libri e attraverso le relazioni umane che ho intrattenuto durante la mia vita.
La mia consapevolezza della Shoah è stata però condizionata da una programmata e calcolata amnesia che ha influenzato (e influenza tuttora) la società polacca, soprattutto coloro che fanno parte della generazione nata dopo la guerra. I polacchi infatti hanno presente il martirio della propria nazione, ma il ricordo va soprattutto alla loro gente, e in minima parte agli ebrei, ai lituani, agli ucraini, ai russi e agli stessi innocenti di origine tedesca. Questa visione etnicamente unidimensionale del nostro passato è il risultato di una sofisticata "ingegneria delle anime", della quale sono stato anch'io vittima.
Narol, la mia città natale, è un tipico borgo ebreo-polacco-ucraino, situato vicino ai campi di sterminio di Belzec e Sobibor, e non molto lontano da quello di Majdanek. Ho conosciuto le radici storiche della mia terra attraverso gli accattivanti romanzi di Isaac Bashevish Singer, e negli anni più recenti gli autori che mi hanno aiutato a comprendere l'unicità dell'Olocausto sono stati Jan Gross, Hanna Krall e Wilhelm Dichter, assieme agli storici americani Daniel J. Goldhagen e Peter Novick.
Negli ultimi tempi la Chiesa ha intrapreso una serie di iniziative positive. Anche gli interventi di Giovanni Paolo II a favore del dialogo ebraico-cristiano sono stati stampati per i fedeli della Polonia. Il 16 gennaio scorso si è svolta una speciale commemorazione ebraica, e a Cracovia proprio i gesuiti nel 1998 hanno organizzato un convegno internazionale, in occasione del quale i quaranta confratelli riuniti hanno avuto come ospite il rabbino Leon Klenicki, con il quale sono state sollevate scottanti questioni ancora aperte, come l'incidenza del dialogo ebraico-cristiano nella teologia cattolica.
A Cracovia i gesuiti sono i responsabili di una casa editrice, la Wam, che l'anno scorso ha stampato un libro, Rituali e simboli ebraici del rabbino Simon De Vries, divenuto ben presto un best-seller. Sull'onda di questo successo e dell'interesse crescente del pubblico stiamo per dare alle stampe un libro del rabbino Byron Sherwin su Giovanni Paolo II e il dialogo interreligioso. Non bastano le conferenze, i libri, per comprendere ciò che è avvenuto, ma piuttosto il racconto dei sopravvissuti. L'ascoltare la loro testimonianza mi ha insegnato a inchinarmi di fronte a una sofferenza così profonda che le stesse parole rischiano di ridimensionarne il ricordo. La religione e l'etica come possono aiutarci a comprendere meglio l'evento dell'Olocausto? Che cosa abbiamo imparato di Dio e degli uomini attraverso questa tragedia? È possibile credere in Dio e nell'uomo dopo Auschwitz ? Le voci profetiche di Elie Wiesel e Wilhelm Dichter, che ho avuto il privilegio di incontrare, e di molti altri possono dare una risposta a questi interrogativi.
Come tutti i veri profeti, essi rivelano la verità più cruda e possiedono una libertà innata. Il vero profeta è libero di parlare, di rivelare il messaggio autentico e le sue ragioni. Il vero profeta è una persona capace di amare, di accogliere un nuovo essere umano nel mondo, di non dimenticare il male, ma allo stesso tempo di riconoscere un potere più grande di qualsiasi male. Credo che Dio, che è più grande della storia degli ebrei e più grande anche della storia dei cristiani, ci aiuterà a scrivere il nostro futuro comune.


Stanislaw Obirek S.I.


L'aiuto ai "fratelli maggiori" perseguitati

Ricorda il padre Vincent Lapomarda nell'ultima edizione dell' Annuario della Compagnia di Gesù, che in tutta Europa molti gesuiti aiutarono gli ebrei durante gli anni della persecuzione. Non si può dimenticare, ad esempio, la figura di padre Alfred Delp in Germania.
In Italia spiccò fra gli altri Pietro Boetto (1871-1946), cardinale-arcivescovo di Genova, che con il suo intervento salvò la vita a 800 ebrei. Egli infatti riuscì a ottenere un salvacondotto che li sottrasse agli artigli della Gestapo. Anche lo storico padre Pietro Tacchi Venturi (1861-1956), del quale erano note le simpatie nei confronti di Mussolini e del fascismo (il gesuita fu artefice della mediazione che portò alla firma dei Patti Lateranensi), operò in tal senso. Non solo protesse gli ebrei convertiti al cattolicesimo contro la legislazione civile, ma quando l'esercito italiano occupò parte della Iugoslavia cercò di aiutare 200 bambini ebrei trasferendoli in Italia. Protestò contro i tedeschi durante l'occupazione di Roma e fece pressioni sul Vaticano per portare aiuto ai perseguitati.
A Torino padre Secondo Goria (1895-1975) condannò pubblicamente l'antisemitismo. A Roma le residenze gesuitiche nascosero gli ebrei braccati, che trovarono scampo al Collegio Russico, all'Istituto Orientale, presso l'attuale Istituto Storico. Nei pressi della capitale si aprirono le porte del Collegio dei Nobili di Mondragone a Frascati.
Il gesuita Pietro Filippetto, come direttore dell'Ufficio Assistenza religiosa di Milano, aiutò gli ebrei presenti in Lombardia. Anche a Gallarate e a Triuggio la Compagnia portò soccorso ai perseguitati.


A.C.






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