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Era il 3 novembre del 1593 quando si aprì la V Congregazione generale della Compagnia di Gesù. Scrive il padre William Bangert, autorevole storico gesuita, che il consesso si inaugurò sotto cattivi auspici. In piena Controriforma, il papa Clemente VIII riteneva infatti che i figli di Sant'Ignazio avessero perso l'iniziale fervore. Già il suo predecessore Sisto V li aveva affidati all'esame dell'Inquisizione, e questa aveva sollevato alcune riserve. Fronde interne alla Compagnia - facenti capo al cardinale Francisco de Toledo - stavano inoltre minando alla base l'autorità del generale Claudio Acquaviva, eletto nel 1581. Occorreva perciò rafforzare la credibilità dell'ordine. Se il decreto 54 condannò chi meditava di modificare le Costituzioni, il decreto 52 escluse l'ingresso nella Compagnia di persone di origine ebraica e saracena, poichè i convertiti avrebbero potuto destabilizzarla dall'interno.
La norma fu rimossa solo nel 1946 con la XXIX Congregazione, ma già Leone XIII ne aveva ridimensionato la portata.
La decisione - oggi verrebbe definita palesemente antisemita, ma si deve rapportare al clima politico e alla mentalità dell'epoca - contrastava non poco con l'atteggiamento che il fondatore Ignazio riservava agli ebrei. Egli, conterraneo di santa Teresa d'Avila e san Giovanni della Croce, grandi mistici dalle ascendenze marrane, si rammaricava di non avere origini ebraiche. Il Ribadeneira narra questo aneddoto: "Un giorno che stavamo mangiando davanti a molti, a un certo momento, parlando di sè disse che avrebbe considerato grazia speciale di nostro Signore venire dalla razza degli ebrei; e aggiunse il motivo dicendo: "Come! Poter essere parente di Cristo nostro Signore, secundum carnem, e di Nostra Signora la gloriosa Vergine Maria". Disse queste parole con un aspetto tale e con tanto sentimento che gli vennero le lacrime e la cosa fu molto notata".
Anche al domenicano Domenico da Foligno, ebreo convertito, Ignazio raccomandava di ritenere le proprie origini un autentico dono, non un'infamia.
Quando Ignazio istituì la casa di Santa Maria della Strada, ben presto vi dovette accogliere numerosi catecumeni o ebrei desiderosi di convertirsi a Cristo. Il Santo inoltre persuase papa Paolo III a favorire la scelta dei neofiti, che fino ad allora sottostava a condizioni umilianti. Con le lettere apostoliche Cupientes iudaeos (1542) fu permesso ai convertiti di mantenere i propri averi e l'eredità paterna. Agli ecclesiastici e secolari il Papa affidava invece i catecumeni poveri. L'anno successivo il pontefice garantiva strutture sanitarie per i neofiti e raccomandava per loro l'assistenza delle confraternite. Tutto ciò si doveva all'influenza di Ignazio di Loyola, amico degli ebrei, loro fratello nello spirito.
Come osserva lo storico gesuita Garcìa-Villoslada, Ignazio fu "fondatore" per eccellenza, perchè "gettò le fondamenta, innalzò le mura e coprì col tetto, stabilmente e durevolmente, non pochi edifici fisici e materiali, sociali e morali".
Ignazio perciò non temette di edificare un nuovo ordine sociale, fondato sulla carità e l'amore per i fratelli, non sulla divisione, sul "ghetto". In questo va ravvisata la straordinarietà della sua azione, diretta a portare il Vangelo a tutti e a realizzare una società nuova. Mezzo secolo dopo, il quadro politico era completamente mutato e lo statu quo si fondava sulla separazione degli universi mentali e religiosi. Impensabile l'ingresso - come avvenne in passato - di ebrei nella Compagnia, impensabile la nomina a generale nel 1558 dello spagnolo Diego Laynez (nell'immagine a finco), figlio di christiani novi, e per questo difeso strenuamente dal confratello mantovano Antonio Possevino contro coloro che ne mettevano in dubbio la sincerità e la fede. Tre anni prima sotto il regno di Paolo IV, con la bolla Cum nimis absurdum, non era stato forse istituito il ghetto di Roma?
Oggi, a più di quattro secoli e mezzo dalla nascita della Compagnia, il rapporto fra i gesuiti e gli ebrei è mutato. Se fino alla prima metà del Novecento resisteva in qualche ambiente un atteggiamento di netta chiusura (è il caso di alcuni articolisti di La Civiltà Cattolica, come è stato recentemente evidenziato dal volume di R. Taradel e B. Raggi, La segregazione amichevole. "La Civiltà Cattolica" e la questione ebraica 1850-1945 , pubblicato da Editori Riuniti), poi, grazie anche al Concilio, si è completato il cambiamento. Già però agli inizi del secolo, con l'attività dell'Istituto Biblico, con filiale a Gerusalemme, fondato nel 1909, era maturato il rispetto per le sorgenti ebraiche della fede. Non è un caso che Agostino Bea, anima ecumenica del Concilio, sia stato a lungo rettore del Biblico.
Anche la recente XXXIV Congregazione generale della Compagnia ha mirato a un maggiore impegno in questa direzione, e nel mese prossimo si terrà a Gerusalemme un incontro tra i gesuiti impegnati nel dialogo con gli ebrei e l'islam. Lontana è ormai l'epoca in cui la Chiesa "assediata" dalla modernità - alla fine dell'800 - inaspriva le tesi a difesa della propria dottrina. Oggi è il dialogo il tratto distintivo delle relazioni con gli ebrei, grazie anche al fatto che sant'Ignazio non recise mai il legame con quella che il gesuita cardinale Carlo Maria Martini ha chiamato la "radice santa" del Cristianesimo, cioè Israele.
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