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Pensare all'America Latina significa richiamare alla memoria la grande impresa, portata avanti dalla Chiesa a partire dalla cosiddetta "scoperta" delle terre nuove. Questa impresa è stata presentata in molti modi, alcuni dei quali richiederebbero un ulteriore approfondimento. A noi interessa dare uno sguardo alla conquista dell'America dalla prospettiva della liberazione. Il primo problema da affrontare è il fatto che venga dato per scontato che la storia dell'America inizi nel 1492 con l'arrivo di Cristoforo Colombo. In realtà, già da millenni quelle terre erano abitate da vari popoli, alcuni dei quali vivevano in società bene organizzate e possedevano culture assai sviluppate che avevano dato origine ai grandi imperi dei Maya, degli Aztechi e degli Incas. Un semplice sguardo alle città sacre di Tehotihuacan, Machu Pichu e Tikal ci dà l'idea della tecnologia della costruzione che questi popoli avevano sviluppato. Ma l'architettura e l'ingegneria sono solo un campione della loro straordinaria cultura. Oggi sappiamo che i Maya, ad esempio, possedevano conoscenze assai progredite di matematica e di astronomia.
Ciò nonostante, i colonizzatori pensavano di dover liberare quei popoli imponendo loro la cultura occidentale cristiana. Pertanto la domanda che ci poniamo è fino a che punto la conquista e la successiva colonizzazione abbiano significato la liberazione dei popoli dell'America. I protagonisti della cristianizzazione di gran parte del continente furono i conquistadores e i missionari. Non conosciamo a fondo le motivazioni che spingevano Colombo e tanti altri nel portare avanti con coraggio un'impresa che comportava rischi enormi. Tuttavia sappiamo da alcune testimonianze che, prima ancora dell'arrivo dei missionari, essi si sentivano portatori dell'annuncio del Vangelo e della civiltà cristiana. Non vi è alcun dubbio che il Vangelo sia un messaggio di liberazione: purtroppo questa parola ha così tante connotazioni che con essa possiamo intendere realtà non solo diverse ma spesso contrastanti e talvolta radicalmente opposte.
Gli europei pensavano agli abitanti dell'America come a selvaggi che andavano civilizzati mediante l'imposizione della cultura europea. Inizialmente le intenzioni dei re di Castiglia e Aragona e del Portogallo, come pure del Papa, erano buone e miravano alla salvezza delle anime e alla propagazione della fede cristiana. Malgrado queste buone intenzioni i risultati furono assai negativi. Gli indio finirono in schiavitù e vennero sottomessi interamente alla volontà dei nuovi padroni. Le minacce di scomunica da parte del Papa a chiunque riducesse gli indio in schiavitù non ebbero alcun risultato e lo stesso Papa dovette attenuarle su richiesta dell'Imperatore Carlo V. Anzi, con l'arrivo dei neri africani, utilizzati per i lavori più pesanti, il problema peggiorò ulteriormente.
Fra i missionari vi furono alcuni, come Las Casas e Montesinos, che lottarono strenuamente per cambiare la situazione. Furono veri profeti, i quali ebbero il coraggio di denunciare gli abusi degli encomenderos. Non possiamo ignorare il contributo di Fr. Luis de Vitòria alla causa degli indios americani quando, con grande coraggio, negava la potestà pontificia e imperiale di disporre delle loro terre e dei loro beni. Vitòria ribadiva che i cosiddetti "barbari" erano i padroni legittimi delle loro terre già molto prima dell'arrivo degli spagnoli e che nè il peccato nè l'infedeltà costituivano un motivo legittimo per spogliarli dei loro diritti. Nemmeno la condizione di selvaggi, deficienti e persino malati di mente, che gli spagnoli attribuivano agli indios, poteva giustificare azioni contrarie ai diritti di legittima proprietà. Insomma, Vitòria proclamava la parità di diritti fra gli indio e i conquistadores.
Va sottolineato inoltre che l'impegno di diversi missionari rappresenta un buon esempio per illuminare le attuali riflessioni sulla "nuova evangelizzazione". Poichè gli indios faticavano a imparare il castigliano, i missionari intrapresero il non facile compito di imparare le loro lingue. Il primo libro pubblicato in terra americana nel 1539 era in lingua nahuatl. I metodi utilizzati per la catechesi passavano per la predicazione, le drammatizzazioni e altre espressioni ludiche. Furono numerosi i catechismi, i rituali, i sussidi per la confessione studiati per queste popolazioni. In essi possiamo intravedere lo sforzo per inculturare il Vangelo cercando di avvicinarlo alla comprensione e all'accettazione da parte degli indios.
Purtroppo, però, molti altri missionari collaborarono con gli sfruttatori e, nonostante lo straordinario sforzo di inculturazione, l'etnocentrismo ebbe la meglio. Oltre tutto, una visione cristiana propria dell'epoca, fortemente segnata dal millenarismo, aumentò l'ansia di ottenere conversioni rapide e massicce.
Le terre sconfinate, delle quali si erano impadroniti la Spagna e il Portogallo, furono sottoposte al patronato reale, fatto che rendeva ancora più evidente l'ambiguità fra il governo spirituale e quello temporale. Si può perciò affermare con obiettività che la Chiesa, come collettività, non rappresentava per gli americani una presenza liberatrice.
Nel diciannovesimo secolo, grazie allo stimolo ideologico proveniente dall'Europa, i Paesi dell'America Latina riuscirono a conquistare la loro indipendenza. Tuttavia, ciò non significava una vera e propria liberazione. Lo stesso clero visse una profonda spaccatura tra chi difendeva il movimento indipendentista e chi si schierava con la dominazione spagnola. Anche successivamente, per motivi diversi, i Paesi latinoamericani non poterono vantarsi di una vera indipendenza. Il dominio dell'aristocrazia e l'emarginazione del popolo durarono a lungo.
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