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Il luogo ha tutta l'apparenza di un devaloka, del "rifugio delle divinità" e vi si parla il Sanscrito, l'amata lingua sacra dell'India. Avvicinandosi al minuscolo villaggio sulla riva del maestoso fiume Thungabhadra, nello Stato meridionale indiano del Karnataka, lo sguardo si perde nel verde rigoglioso dei campi e dei palmizi: una visione che già annuncia un "Paradiso in terra". "Bhavan kaha?" "Chi siete?" è la prima domanda che accoglie il visitatore a Mathuru, l'unico luogo al mondo dove è ancora parlato comunemente l'antico sanscrito, lingua flessibile e precisa allo stesso tempo, l'idioma che ha fornito uno sfondo culturale all'intera India.
All'alba, il sole che sorge richiama gli abitanti di Mathuru sulle rive del fiume per il bagno rituale, la recitazione dei sacri mantra e le pratiche devozionali (puja). Scena identica al tramonto quando, inoltre, l'occasione si trasforma in un piacevole momento di incontro fra gli abitanti. Qui, dove pure la maggior parte delle case ospita un apparecchio televisivo, niente sembra intaccare i ritmi e le convinzioni tradizionali, in particolare le pratiche religiose.
Dove però un uomo d'oggi può trovare motivo di scandalo è nel persistere dell'intoccabilità. I bramini infatti continuano a tenersi a distanza di sicurezza dalle altre caste, consentendo loro di svolgere solo lavori umili come il lavaggio degli abiti, la fabbricazione di utensili e la pulizia dei cortili. Ma, anche dopo essersi avvalse di questi servizi indispensabili, le donne di casa praticano riti purificatori per allontanare eventuali influenze nefaste. Anche le somme di denaro o i doni dati ai fuoricasta in cambio della loro opera, sono collocati a debita distanza o lasciati cadere dall'alto per assicurare la purezza al donatore. All'interno della casta la discriminazione tocca le donne mestruate, alle quali non è consentito l'ingresso nella cucina, il sancta sanctorum di tutti gli dei (una ragione addotta per rifiutare alle donne il sacerdozio). In questi giorni è il capofamiglia a cucinare per i congiunti.
I fine-settimana rendono, se possibile, ancora più caratteristico "il villaggio della tradizione". In questi giorni, e durante le ricorrenze tradizionali, uomini di ogni età si radunano nel cortile del tempio per cantare inni devozionali e raccontare storie selezionate dai testi epici. Sono soprattutto i più giovani ad apprezzare queste occasioni di svago e cultura, perchè è per loro l'occasione di entrare in contatto, attraverso la viva voce degli anziani, con gli elementi fondamentali dell'induismo. Non mancano gare di disegni fatti con polveri colorate (rangoli), di danza Bharatanatyam, di poesia. Nei giorni festivi viene servito anche un pasto comunitario per rafforzare l'unità e la partecipazione degli abitanti di Mathuru. E il pasto condiviso è anche essenziale per l'altra grande occasione di ritrovo: il matrimonio.
Secondo una tradizione millenaria, "i matrimoni sono celebrati anzitutto in cielo" e le unioni d'amore sono ancora oggi un'eccezione. Tuttavia, nonostante le preoccupazioni e anche le discriminazioni che questa pratica porta con sè (in particolare per la donna), il matrimonio è una festa corale, condotta nella data stabilita secondo i principi della numerologia e dell'astrologia. Durante la cerimonia, le lampade a olio vengono tenute accese in ogni casa come segno di partecipazione e augurio di felicità per gli sposi; alla fine un pasto comune e piccoli doni offerti dai parenti degli sposi (di solito una noce di cocco o una moneta d'argento) sigillano una festa insieme individuale e di tutti. Il giorno dopo la vita riprende i suoi ritmi millenari in quest'ansa di apparente serenità che rappresenta un'eccezione nella stessa India.
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