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 Maggio 2000 - Rubriche

Primopiano su Chen Shui-bian

Certamente pochi politici al mondo si metterebbero volontariamente nei panni di Chen Shui-bian, nuovo presidente della Repubblica di Cina in Taiwan eletto col 39% dei voti nelle elezioni dello scorso 18 marzo. Un presidente che, più che all'amministrazione del proprio piccolo Paese (23 milioni di abitanti su 36mila kmq) e al rafforzamento della sua giovane democrazia, deve guardare oltre lo stretto braccio di mare che lo separa dalla Cina popolare, deve tenere conto delle necessità e degli umori di un vicino scomodo per nulla al mondo disposto a rinunciare alla sua supremazia o pronto ad accettare una formale proclamazione di indipendenza. Così, salvo imprevisti dagli effetti sconvolgenti, Chen (nella foto durante la campagna elettorale) dovrà per quattro anni guidare il suo Paese nella finzione di indipendenza senza concedere a Pechino altro che una sorta di partnership economica e l'illusione di un'indefinita transizione verso "un Paese, due sistemi" sul modello di Hong Kong.
E quanto sia scomoda la poltrona presidenziale a Taipei - dove da sempre la vita politica è caratterizzata da diffusa litigiosità e significativi voltafaccia - lo ha confermato l'uscita anticipata dalla vita politica dell'ex presidente Lee Tang-hui. Deluso dalla catastrofe elettorale del suo partito, il Kuomintang - ormai solo nominalmente il Partito nazionalista che Chiang Kai-shek in fuga dalle armate di Mao aveva radicato sull'isola - ma soprattutto preoccupato per i violenti scontri fra le diverse ali del partito all'indomani del responso delle urne, il vecchio Lee ha preferito non attendere la scadenza del 20 maggio e lasciare subito il Kuomintang alla gestione provvisoria di un comitato di saggi.
Le note biografiche del nuovo presidente taiwanese sono scarne ma significative. Nato da una famiglia di modesti agricoltori nel sud dell'isola e laureatosi poi in Legge all'Università nazionale, Chen si distinse come avvocato difensore di dissidenti nel 1979, quando le prime e violente manifestazioni di massa per la democrazia portarono all'arresto di numerosi oppositori al regime. Eletto al consiglio municipale di Taipei nel 1981 e a sua volta incarcerato nel 1986 per la pubblicazione di articoli considerati sconvenienti, Chen entrò nella politica attiva come parlamentare nel 1989. Nel 1994 l'oggi 49enne Chen otteneva per sè e per il suo Partito democratico progressista un risultato prestigioso, vincendo la carica di sindaco della capitale.
Una vita e una carriera politica, comunque costruite su due punti: la difesa della democrazia e delle minoranze, l'indipendenza. Una posizione, questa, ammorbidita negli ultimi tempi, ma tuttavia ricca di fascino per i taiwanesi, che questa volta non si non lasciati intimidire dalle minacce di Pechino ma hanno dato fiducia a un uomo di principi, certo, ma anche giovane e pragmatico. Il primo passo del neopresidente lo dimostra. Con una mossa a sorpresa che mirava a togliere a Pechino ogni pretesto per un intervento armato, Taiwan ha formalmente e unilateralmente rinunciato a ogni pregiudiziale sul commercio e sugli investimenti nella Cina popolare. E se la politica, l'orgoglio internazionale e l'ideologia mantengono Pechino su posizioni ostili, negli ultimi anni la presenza della finanza e dell'imprenditoria taiwanesi sul continente cinese ha acquistato una consistenza assai più che simbolica: in realtà si avvicina sempre più ad essere una necessità al di là e al di qua degli Stretti di Formosa. Un personaggio come Chen Shui-bian, rappresentante di una classe politica originaria dell'isola e non coinvolta nei miti della guerra di liberazione, sembra avere le carte in regola per rilanciare davanti all'interlocutore cinese e alla comunità internazionale la questione dell'identità taiwanese.


Stefano Vecchia




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