| Maggio 2000 - Rubriche |
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Cosmorama
Corea del Nord: Italia "testa di ponte" dell'Occidente
La visita del ministro degli Esteri Lamberto Dini in Corea del Nord a fine marzo, decisa per "creare più ampie vie di comunicazione e allentare la tensione nella penisola coreana" rappresenta certo un fatto di tutto rilievo ma solleva anche diverse perplessità. "Non mi è chiaro cosa stia facendo l'Italia, a parte cercare opportunità d'investimento a lungo termine - ha dichiarato Roh Jae-won, ex ambasciatore sudcoreano a Pechino ed esperto di questioni nordcoreane -. Tra i Paese europei, finora è solo l'Italia a dimostrare un certo interesse verso la Corea del Nord. Forse gli italiani conoscono cose che altri non conoscono". Quel che è certo, è che l'avvicinamento di Roma alla Corea del Nord, sottoposta a un regime autoritario di stampo comunista, ha portato finora a Pyongyang aiuti in cibo per l'equivalente di oltre sette miliardi di lire, veicolato attraverso il Programma alimentare delle Nazioni Unite. |
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Il Governo di Pyongyang ha anche firmato un trattato di cooperazione con la Russia e inviato delegazioni ad alto livello in Canada e in Cina. Anche il Giappone, che aveva sospeso ogni rapporto con Pyongyang dopo il lancio da parte nordcoreana di un missile balistico che aveva sorvolato il suo territorio alla fine del 1998, ha riaperto la porta al Governo marxista guidato da Kim Jong Il.
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Cacao più amaro per i Paesi produttori Quando si pensa al cacao, la prima cosa che viene in mente è il cioccolato, leccornia per bambini e adulti. Pochi sanno, invece, che il mercato del cacao, fonte di sostentamento per milioni di persone, sta vivendo una lunga crisi che sta mettendo a rischio intere economie nel Terzo Mondo. Il cacao è una pianta che cresce nella fascia climatica compresa tra i 20 gradi sopra e i 20 gradi sotto l'Equatore. In questa fascia si trovano i maggiori produttori: Costa d'Avorio, Ghana, Camerun, Indonesia, Brasile, Messico, Malaysia, Ecuador, Venezuela. Negli ultimi 30 anni, il mercato è stato interessato da un processo di concentrazione che ha riguardato tutte le fasi produttive. Se è vero però che i tre maggiori Paesi produttori (Costa d'Avorio, Ghana e Camerun) esportano il 60% del cacao mondiale e che, almeno in teoria, le loro organizzazioni di commercializzazione potrebbero condizionare gli scambi, questo però non avviene poichè il mercato è costantemente in surplus di offerta e quindi il maggior potere contrattuale è nelle mani dei compratori (le multinazionali) che determinano l'andamento (verso il basso) dei prezzi, condizionando le economie degli Stati che vivono sulla monocultura del cacao.
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Ecuador: la Chiesa, gli indios e il dollaro (...) Cambogia: giudizio rinviato sul genocidio (...) Uganda: rapiti e obbligati a uccidere i fratelli (...) Australia: da Eldorado a terra d'emigranti (...) Zambia: piegato dal debito, invaso dai rifugiati (...)
Sembra non esserci fine alle sofferenze della Sierra Leone. Dopo che gli accordi di Lomè, nell'estate scorsa con un discutibile compromesso avevano posto fine a otto anni di guerra tra il Governo e il Fronte rivoluzionario unito (Ruf), la comunità internazionale sembra essersi dimenticata del Paese africano. Due gli impegni maggiori, entrambi disattesi: il disarmo doi ben 30mila combattenti e il loro sostentamento. La guerra ha provocato 100mila vittime (su 4 milioni di abitanti) e ha creato 2 milioni di profughi. L'economia è pressochè inesistente, dopo che il Ruf ha scatenato un vortice di violenza senza precedenti nello Stato africano. Dietro le quinte le grandi compagnie commerciali, attratte dallo sfruttamento dei ricchi giacimenti di oro e diamanti della Sierra Leone. La mancata conquista della capitale Freetown da parte del Ruf guidato dallo spregiudicato Foday Sankoh, spinse i ribelli e il presidente legittimo Kabbah a una tregua. La riconciliazione nazionale avrebbe garantito l'immunità a Sankoh oltre che un un'ampia sfera di controllo sulle risorse del Paese, ma oggi è la società stessa che ha bisogno di un rinnovamento radicale, di sostegno umano e finanziario. Basti pensare alla condizione psico-fisiche dei moltissimi bambini arruolati nelle file della Ruf, che dopo essere stati drogati, venivano scagliati contro la popolazione inerme.
Salvador: Parlamento conquistato dagli ex guerriglieri (...)
Si chiama "pane della carità" e da alcuni mesi si può trovare in quasi tutte le panetterie e pasticcerie del Messico. Chi lo acquista sa che il 5% della spesa va a sostenere la Caritas locale nei suoi progetti di sostegno ai più poveri. L'idea della Conferenza episcopale messicana ha trovato l'appoggio logistico della Camera nazionale della industria panificatrice e si propone di raccogliere in un anno 6 milioni di peso messicani (circa un miliardo e 200 milioni di lire) grazie alla vendita prevista di 20 milioni di pezzi. Il "pane della carità", prodotto artigianalmente, pesa 330 grammi, costa 1.200 lire ed è suddiviso in 12 parti, a simboleggiare gli apostoli riuniti intorno a Gesù, con un cerchio centrale che rappresenta i poveri. L'originale iniziativa, ha spiegato il segretario esecutivo della Conferenza episcopale, Alberto Athiè, rientra in un più ampio progetto della Chiesa messicana orientato a realizzare una "radiografia della fame" nel Paese; particolare attenzione verrà inoltre prestata ai controlli sull'utilizzo del denaro raccolto. Secondo alcune stime ufficiali, in Messico vi sono almeno 20 milioni di persone in condizioni di povertà estrema.
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| Notizie in breve |
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Cina: popolazione incontenibile Senegal: finisce dopo 40 anni la "dittatura dolce" (...) Buenos Aires, vescovo contro il "Vangelo light" (...) 300mila "no" ai bambini-soldato (...)
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