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 Maggio 2000 - Orizzonti della fede

Ciad lo sviluppo passa dalle coscienze
La tormentata storia politica di questo Paese è una pesante ipoteca sul suo progresso civile ed economico. Nella costruzione della democrazia è prioritaria la crescita morale.

Nel gennaio scorso a N'Djamena si è svolta un'assemblea speciale dei gesuiti attivi in Ciad, per esaminare la situazione religiosa e sociale in cui operano. Pubblichiamo online la testimonianza di p. Roberto Boroni, Superiore della Regione Nord Italia dei gesuiti, che ha partecipato all'assemblea.

"Ora ho capito che cos'è il mal d'Africa, quella nostalgia che provano i nostri missionari quando ritornano in Italia. In Ciad ho conosciuto un'essenzialità della vita che rende più gioiosa l'esistenza. Te ne accorgi anche quando partecipi alle messe africane, dove la celebrazione non è "ritualità" ma manifestazione piena della vita". Il gesuita padre Boroni non ha dimenticato l'atmosfera straordinaria che ha respirato in Ciad durante il periodo natalizio.

Padre Boroni, qual è stato il motivo della sua visita?
Come Superiore della Regione Settentrionale della Provincia d'Italia, ho "ereditato" anche l'antica Provincia Veneto-Milanese della Compagnia di Gesù. I missionari italiani presenti in Ciad - e in altre parti del mondo, come in Brasile -, provengono in gran parte da questo territorio che ora fa parte dell'unica provincia dei gesuiti d'Italia. Con questo viaggio ho voluto prima di tutto far sentire a questi nostri "confratelli italiani e amici nel Signore" un presenza cordiale e fraterna da parte della "provincia madre", e ho voluto anche vivere un'esperienza personale di diretto contatto diretto con la missione. Quando nel 1960 sono entrato in noviziato ricordo di aver chiesto al padre Santi, l'allora Provinciale della Veneto-milanese, di poter andare in Ciad...e ora si è realizzato quel desiderio, anche se per poco tempo.

Con che spirito ha messo piede in Ciad?
Sono andato senza pregiudizi e animato dal desiderio di vivere insieme a questi miei fratelli un po' della loro esperienza, lasciandomi interpellare dalla realtà di un diverso mondo culturale. Non ero mai stato in Africa e da subito sono stato colpito da un'atmosfera unica, straordinaria: se il Ciad ha bisogno di tutto e le esigenze sono molteplici, la gente però conserva una genuina gioiosità della vita che in Europa si fatica a trovare. Su questo stile di vita - essenziale e gioioso - s'innesta il lavoro dei nostri missionari: annunciare la "Buona Notizia" e promuovere la dignità della persona.

Ci parli delle opere, dei progetti concreti.
Mi ha impressionato molto l'ospedale di Goundi, un'opera fortemente voluta e sostenuta dal padre Gherardi, con la collaborazione di alcune religiose, di altri due gesuiti (uno spagnolo e uno cileno, esperti nel campo della medicina) e di personale medico e infermieristico del luogo, appositamente formato. Questa realtà sanitaria, che dispone di un centinaio di posti letto è accompagnata da una rete di ambulatori distribuiti nella zona, è aperta a tutti: cristiani, musulmani e animisti. I pazienti sono seguiti con cura, competenza, sostegno farmacologico adeguato e un ambiente decoroso e igienicamente sano. L'ospedale dispone di una sala operatoria, di un laboratorio di analisi, di un gabinetto radiologico. Ora si propone - se si troveranno benefattori per i 50 milioni necessari - di creare anche un piccolo reparto per malattie infettive. È un'opera che ha costi, ma che il padre Gherardi porta avanti confidando solo nella Provvidenza: è troppo importante che continui la gioia e la gratitudine di queste persone che si vedono accolte e curate con dignità, quando attorno a loro non c'è che incompetenza e totale abbandono! Il Buon Samaritano continua anche oggi il suo servizio. Ho potuto inoltre vedere come i nostri missionari siano attenti al bene di tutta la la persona, unendo evangelizzazione e promozione umana, fede e giustizia, Vangelo e dignità della persona. Così nella loro opera di servizio della fede hanno dato origine a significative iniziative di sviluppo integrale della persona, quali le banche alimentari, luoghi di stoccaggio di arachidi e miglio per metterli sul mercato nel momento più opportuno, scuole agricole dove i giovanissimi alunni non apprendono solo nozioni intellettuali, ma anche a valorizzare meglio la coltivazione della terra e l'allevamento del bestiame, le scuole di comunità, costruite e gestite in collaborazione tra cristiani e musulmani. Questo lavoro di evangelizzazione e promozione umana ha fatto crescere la stima della Chiesa presso il popolo ciadiano, sia musulmano, sia animista.

Come ha visto il Ciad?
Il Ciad è una nazione costituita principalmente da due gruppi etnici con diverse mentalità: il primo, più ricco e più potente, è il gruppo arabo-islamico del nord, che domina con il commercio; il secondo è quello animista, legato soprattutto alla povera produzione agricola e commerciale, capace di far fronte alle varie evenienze e godere di una sua autonomia e benessere.

Come sono accolti i missionari?
Molto bene, soprattutto fra le popolazioni animiste. Mi è stato riferito - e io stesso ho potuto in parte constatarlo - che un gran numero di queste popolazioni chiedono di poter iniziare i tre anni di cammino catecumenale e i nostri padri, con i catechisti, devono discernere con cura chi ammettere e poi seguire nella formazione. Infatti la conversione al cristianesimo può essere ricercata anche come un modo per mantenere una propria identità culturale di fronte alla espansione del mondo islamico. Nella richiesta di conversione influisce non poco la stima che la gente semplice e più povera ha verso i nostri missionari, considerati molto diversi dagli uomini di governo. Mentre questi ultimi pensano ai propri interessi, i missionari si preoccupano del bene della popolazione, pagando di persona e con uno stile di vita molto modesto e disinteressato.

I rapporti con i musulmani?
Posso dire che c'è un buon dialogo interreligioso, fatto di stima e accoglienza reciproca. Il terreno su cui si realizza l'incontro e la collaborazione è quello di iniziative al servizio della persona: le scuole di comunità, le scuole agricole, l'ospedale e i dispensari. Questo servizio alla persona rende ben disposte verso i missionari anche le autorità politiche locali, normalmente musulmane.

Qual è la situazione della Chiesa cattolica? Ci sono molte vocazioni?
La Chiesa ciadiana è molto giovane, con solo mezzo secolo di storia alle spalle. È una Chiesa in forte crescita, che si sta dando una struttura ecclesiale e amministrativa per rispondere alle grandi sfide che la attendono per il servizio del Regno e del Paese. L'arcivescovo di N'Djamena, Charles Vandame, gesuita, presidente della conferenza episcopale del Ciad, sta lavorando per far crescere una Chiesa autoctona, capace di assumersi la responsabilità dell'evangelizzazione e della promozione umana, della formazione e della cura delle comunità cristiane, dell'inculturazione della fede, del sostentamento del clero in modo che possa operare in condizioni di vita dignitose al servizio del Vangelo. Il numero e la qualità dei giovani che si preparano al sacerdozio danno speranza per il futuro della Chiesa locale. Quest'anno al Gran Seminario di N'Djamena, retto dal gesuita Agide Galli, si aggiungerà il nuovo seminario di Sarh per i primi due anni di teologia.

La Compagnia di Gesù ha un ruolo primario nella Chiesa del Ciad. Quali le direttive del prossimo futuro?
Sin dagli anni Cinquanta, la Compagnia si è sempre preoccupata di "fondare e far crescere" la comunità ecclesiale. La presenza dei gesuiti si è come identificata con i bisogni delle diocesi che si andavano formando e che spesso erano affidate a vescovi gesuiti. La Compagnia non ha così pensato a fare "opere sue", ma ha servito alle necessità delle Chiese diocesane. Attualmente la Compagnia si sta orientando verso alcune priorità: il dialogo interreligioso, la cultura, l'educazione e la spiritualità. Il dialogo con l'Islam è molto importante, e per questo l'arcivescovo di N'Djamena ha designato un gesuita esperto di islam quale suo vicario per il nord del Ciad, abitato in prevalenza da musulmani. I gesuiti sono poi impegnati nel mondo della cultura con un centro culturale nella capitale, gestiscono in collaborazione con laici qualificati, e con la direzione del centro radio-televisivo della diocesi.

Che cosa auspica per l'Africa?
È un continente dimenticato. Il Ciad ne è un esempio. Le potenze dell'Occidente non sono interessate al suo sviluppo. Questo domanda alla Chiesa un più intenso lavoro sul piano educativo e formativo e sul piano dello sviluppo socio-politico. I gesuiti hanno compreso questa necessità, e infatti scuole in cui vi sia una crescita culturale e si offrano strumenti adeguati per rispondere alle sfide quotidiane. Accompagnare gli uomini, le famiglie nella crescita umana di fede, coinvolgendo la corresponsabilità dei laici, fa parte dello stile della Compagnia di Gesù, e anche in Africa mi sono sentito tra "amici e compagni di Gesù" . Mi sono sentito a casa mia.

Alberto Castaldini



Relazione all'assemblea di p. Souk Allag (...)

Box: I mali antichi di N'Djamena (...)

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