| Maggio 2000 - Editoriale |
| Chiesa e martirio |
Il 12 marzo scorso, Giovanni Paolo II ha celebrato solennemente in San Pietro la "Giornata del perdono". I commentatori sono pressochè unanimi nel ritenere che si è trattato di un evento di portata storica, del giorno forse più importante non solo del Grande Giubileo del 2000, ma addirittura dell'intero pontificato. Tuttavia i pareri non sono stati tutti entusiasti; dubbi e riserve si sono manifestati pure all'interno della Chiesa. Non tutti hanno capito che la Chiesa, chiedendo perdono delle colpe dei suoi figli, rende profeticamente più visibile e più comprensibile agli uomini del terzo millennio l'esperienza fondamentale del cristiano, che è quella della propria debolezza e insieme della misericordia di Dio. Non tutti hanno capito che chiedere pubblicamente perdono delle intolleranze e delle violenze nel servizio della verità (crociate, Inquisizione, guerre di religione, conversioni forzate), delle divisioni tra i cristiani, delle persecuzioni contro gli ebrei e di tutte le altre deviazioni dal Vangelo, non solo non fa da schermo alla santità della Chiesa ma, al contrario, serve a far risplendere agli occhi dell'uomo contemporaneo in modo più limpido e credibile il Volto vero di Dio, che è misericordia e amore. L'uomo contemporaneo - disse Paolo VI - "ascolta più volentieri i testimoni che i maestri o se ascolta i maestri lo fa perchè sono dei testimoni" (Evangelii nuntiandi, n. 41). La Chiesa dunque, impegnandosi a purificare la memoria - cioè a eliminare dalla coscienza personale e collettiva tutte le forme di risentimento o di violenza che l'eredità del passato vi avesse lasciato -, in realtà non fa che impegnarsi in una nuova forma di testimonianza (martyrion), più comprensibile alla sensibilità culturale dell'uomo di oggi. Proprio come già avviene con i martiri dei tempi nuovi. Ai nostri giorni, infatti, i nuovi testimoni del Vangelo vengono uccisi non perchè credono (in odium fidei), ma perchè amano (in odium amoris): è stato così con Massimiliano Kolbe, sacrificatosi al posto di un padre di famiglia in un lager nazista; con il vescovo Oscar Romero, assassinato sull'altare dagli "squadroni della morte", perchè amava i suoi campesinos; con don Pino Puglisi, eliminato al quartiere Brancaccio di Palermo, perchè con amore coraggioso sottraeva i ragazzi alla schiavitù della mafia. L'uomo contemporaneo li accetta come maestri, perchè li riconosce come testimoni. Ebbene, con la "Giornata del perdono", la Chiesa del terzo millennio si presenta al mondo non più solo come "Madre di martiri", ma essa stessa come "Madre martire"; assume cioè su di sè il "martirio" nella duplice accezione di testimonianza storica e di testimonianza profetica. La testimonianza storica dei nuovi martiri viene sublimata dalla testimonianza profetica della domanda di perdono per le colpe passate. Sono due aspetti complementari dell'unico "martirio", dell'unica testimonianza di Dio amore, che la Chiesa da sempre offre al mondo. Testimonianza che tocca il vertice nel martirio di Cristo sul Calvario: esso pure - come il martirio della Chiesa - mistero di peccato e di redenzione, di morte e di risurrezione. "Ai nostri giorni i nuovi testimoni del Vangelo vengono uccisi non perchè credono, ma perchè amano". |
Bartolomeo Sorge |