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Nonostante sia un fenomeno in crescita, l’emigrazione dall’Asia verso altre aree del mondo, non è nuova. Pochi sanno che le grandi ferrovie transcontinentali americane furono costruite col sacrifico di migliaia di cinesi, giapponesi e filippini. Gli stessi che dovevano dar vita a dense colonie sulla costa orientale degli Stati Uniti e del Canada. Le minuscole "chinatown" delle città europee (tra cui, una delle più antiche, quella di Milano), poca cosa rispetto agli esempi d’oltre Atlantico, sono diventate "teste di ponte" per un’immigrazione cinese che negli ultimi anni è diventata consistente e sempre meno controllabile, così come avviene per le "piccola India", "piccola Saigon" o "piccola Jakarta" di Londra, Parigi o Amsterdam. Neppure può passare inosservata la colonizzazione (che oggi è solido predominio economico) delle coste dell’Africa orientale e meridionale da parte, soprattutto, di indiani. E di origine indiana è anche la più massiccia presenza asiatica nei Caraibi. Per il Giappone, poi, esportatore di manodopera all’inizio del secolo, la presenza di suoi cittadini ovunque nel mondo è oggi legata allo sviluppo economico e finanziario di questo Paese e agli interessi delle sue aziende; oltre che, naturalmente, alle esigenze di studio e svago dei giapponesi.
Tuttavia la maggior parte dei movimenti di lavoratori asiatici riguarda lo stesso continente. La globalizzazione dell’economia ha aumentato la mobilità di chi, legalmente o illegalmente, cerca fortuna all’estero. In questo favorita dal permanere di grandi diversità in termini di sviluppo e risorse: gli operai dell’iper-tecnologica Singapore sono per il 20% stranieri; a Taiwan sono filippini i marinai sui pescherecci e thailandesi i muratori; ancora filippini, e indonesiani, sono i manovali nell’industria; in Giappone, agli stranieri - non solo asiatici, in verità - sono affidati i lavori più sporchi, pericolosi e disagiati. Sempre più il notevole flusso migratorio dall’Asia sudorientale (Indocina, Thailandia, Birmania, arcipelago malese-indonesiano, Filippine) si trova a concorrere con quello crescente dal Subcontinente indiano (India, Pakistan, Bangladesh, Sri Lanka) e dalla Cina.
Le cifre sono destinate a essere solo indicative. Un esempio? Dati ufficiali indicavano, nel 1996, 2,6 milioni i lavoratori emigrati nell’intero continente, altre fonti stimavano nello stesso anno che nella sola Asia orientale essi fossero 2,5 milioni, perlopiù filippini, indonesiani e thailandesi diretti verso i Paesi Arabi, Malaysia, Singapore, Brunei, Corea del Sud, Hong Kong e Giappone.
I problemi sono enormi, simili e diversi da quelli dell’emigrazione globale. Tuttavia, va sottolineato che qui, più che in Occidente, le tutele legali sono assai scarse e non aiutano radicati pregiudizi, per cui molti Paesi non possono vivere senza immigrati ma non vogliono convivere con essi. Quasi dappertutto, per uno straniero acquisire una nuova cittadinanza è un miraggio.
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