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 Novembre 2000 - Dossier: Migranti in cerca di futuro

L’Asia che insegue il benessere

Nonostante sia un fenomeno in crescita, l’emigrazione dall’Asia verso altre aree del mondo, non è nuova. Pochi sanno che le grandi ferrovie transcontinentali americane furono costruite col sacrifico di migliaia di cinesi, giapponesi e filippini. Gli stessi che dovevano dar vita a dense colonie sulla costa orientale degli Stati Uniti e del Canada. Le minuscole "chinatown" delle città europee (tra cui, una delle più antiche, quella di Milano), poca cosa rispetto agli esempi d’oltre Atlantico, sono diventate "teste di ponte" per un’immigrazione cinese che negli ultimi anni è diventata consistente e sempre meno controllabile, così come avviene per le "piccola India", "piccola Saigon" o "piccola Jakarta" di Londra, Parigi o Amsterdam. Neppure può passare inosservata la colonizzazione (che oggi è solido predominio economico) delle coste dell’Africa orientale e meridionale da parte, soprattutto, di indiani. E di origine indiana è anche la più massiccia presenza asiatica nei Caraibi. Per il Giappone, poi, esportatore di manodopera all’inizio del secolo, la presenza di suoi cittadini ovunque nel mondo è oggi legata allo sviluppo economico e finanziario di questo Paese e agli interessi delle sue aziende; oltre che, naturalmente, alle esigenze di studio e svago dei giapponesi.
Tuttavia la maggior parte dei movimenti di lavoratori asiatici riguarda lo stesso continente. La globalizzazione dell’economia ha aumentato la mobilità di chi, legalmente o illegalmente, cerca fortuna all’estero. In questo favorita dal permanere di grandi diversità in termini di sviluppo e risorse: gli operai dell’iper-tecnologica Singapore sono per il 20% stranieri; a Taiwan sono filippini i marinai sui pescherecci e thailandesi i muratori; ancora filippini, e indonesiani, sono i manovali nell’industria; in Giappone, agli stranieri - non solo asiatici, in verità - sono affidati i lavori più sporchi, pericolosi e disagiati. Sempre più il notevole flusso migratorio dall’Asia sudorientale (Indocina, Thailandia, Birmania, arcipelago malese-indonesiano, Filippine) si trova a concorrere con quello crescente dal Subcontinente indiano (India, Pakistan, Bangladesh, Sri Lanka) e dalla Cina.
Le cifre sono destinate a essere solo indicative. Un esempio? Dati ufficiali indicavano, nel 1996, 2,6 milioni i lavoratori emigrati nell’intero continente, altre fonti stimavano nello stesso anno che nella sola Asia orientale essi fossero 2,5 milioni, perlopiù filippini, indonesiani e thailandesi diretti verso i Paesi Arabi, Malaysia, Singapore, Brunei, Corea del Sud, Hong Kong e Giappone.
I problemi sono enormi, simili e diversi da quelli dell’emigrazione globale. Tuttavia, va sottolineato che qui, più che in Occidente, le tutele legali sono assai scarse e non aiutano radicati pregiudizi, per cui molti Paesi non possono vivere senza immigrati ma non vogliono convivere con essi. Quasi dappertutto, per uno straniero acquisire una nuova cittadinanza è un miraggio.


Stefano Vecchia


Filippini: dispersi nel mondo ambasciatori della fede

Se c’è un luogo al mondo dove l'impatto migratorio arriva al punto di condizionare la vita dell'intera nazione, questo è le Filippine. Bastano pochi dati a rendere l'ampiezza di un fenomeno allo stesso tempo economico e sociale. Esso acquista valenze culturali per l'impatto che sta avendo sulla mentalità, le abitudini e i rapporti umani in questo arcipelago di oltre settemila isole: nel 1996 c'erano 6 milioni di filippini sparsi in 149 nazioni; ora sono 8 milioni (su 74 milioni di abitanti) in 193 Paesi; in pratica, almeno una famiglia filippina su due ha un suo membro all'estero, nel 61% dei casi, una donna; le rimesse in valuta costituiscono una buona fetta della ricchezza nazionale prodotta ogni anno. Questa massa di persone, spesso con un diploma o una laurea da non poter giocare (salvo rari casi) sul mercato del lavoro internazionale, ha costruito e sta consolidando un'economia basata quasi sempre sul soddisfacimento di bisogni immediati, senza una ricaduta in termini di sviluppo duraturo: l'orizzonte immediato è la famiglia (la grande famiglia estesa filippina), di cui il villaggio e la provincia costituiscono un'appendice.
Tenacia e adattabilità sono caratteristiche essenziali di un'emigrazione che è caratterizzata da una grande mobilità, favorita dalla diffusa conoscenza della lingua inglese. Facile dunque prevedere che, una volta superata la temporanea contrazione dovuta al crollo finanziario di molti Paesi asiatici, l'emigrazione filippina continuerà a crescere, trovando nuove mete. Soprattutto, agganciandosi alle vaste comunità filippine all'estero. Già ora il 70% delle rimesse arrivano dagli Stati Uniti e dal Canada. In questi Paesi pochi sono i lavoratori con contratto temporaneo. In maggioranza si tratta di veri e propri immigrati, persone che vanno per restare, senza limiti di tempo. Cosa che non succede per l'Asia o il Medio Oriente, viste come mete temporanee e necessarie, ma non ambite.
Certo gli interessi in gioco dietro una media giornaliera di oltre 2mila partenze dal solo aeroporto internazionale di Manila sono ormai troppo grandi. E sono assai evidenti le falle del complesso sistema di reclutamento e controllo governativo che troppo spesso spinge chi voglia andare all'estero a mettersi nelle mani di una delle molte agenzie illegali, sborsando una cifra che arriva ai 2 milioni di lire, e che raddoppia se nei Paesi di accoglienza l'assunzione non viene gestita direttamente dai governi ma da apposite agenzie.
Per l'Italia, una delle mete privilegiate per compatibilità caratteriale e per assonanze culturali, oltre che per il radicamento delle comunità filippine, partono soprattutto quelli che hanno parenti, compaesani, che garantiscono loro un'abitazione e un lavoro, anche se non sempre una regolarità di cui spesso restano oscuri i termini burocratici e pratici, anche da chi in Italia vive e lavora da tempo. In questi ultimi mesi si registra una certa preoccupazione per il sistema di quote previsto dalla nuova legge, che poco spazio lascerebbe all'arrivo di altri filippini, se non per ricongiunzioni familiari. E rischia di incrementare gli ingressi illegali.
«Abbiamo chiesto al governo filippino di prendere seriamente in considerazione un accordo bilaterale con l'Italia per definire le migliori procedure possibili per regolare il flusso di filippini verso questo Paese, al fine di fermare un commercio di esseri umani che porta alcuni nostri connazionali a pagare fino a 5mila dollari per il solo viaggio». A parlare è Ramon Arguelles, il vescovo che dai sovraffollati uffici del vecchio quartiere fortificato (Intramuros) di Manila, guida con decisione la Commissione episcopale per la cura pastorale dei migranti e degli itineranti, da cui dipendono anche le cappellanie che un po’ dappertutto sostengono e organizzano la fede esuberante dei filippini, spesso indicati come esempio di una ri-evangelizzazione dell’Occidente.
E, a proposito di illegali, su un totale di 235mila individuati lo scorso anno in Italia, appena 13mila sono filippini. Sempre secondo i dati pubblicati dalla Caritas per il 1999, sarebbero 67.574 i filippini residenti nel nostro Paese di cui 27.002 a Roma e nel Lazio e 19.458 in Lombardia. L'episcopato filippino, mentre chiede con forza alle proprie autorità di creare adeguate possibilità di lavoro nell'arcipelago, sostiene lo sforzo del governo italiano di scoraggiare l'immigrazione illegale o clandestina, senza - avverte - negare il diritto all'immigrazione.
Un’immigrazione che rischia di diventare indispensabile. Infatti, essa va a coprire principalmente attività di carattere sociale, come l’assistenza agli anziani, agli ammalati e ai portatori di handicap, oltre che alle cure domestiche e alla custodia dei nostri figli, campi in cui le strutture pubbliche e private manifestano evidenti limiti. In ogni caso, attività perseguite con una dedizione che ha radici nella cultura del lontano arcipelago.

s.v.



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