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Il 27 marzo padre José María Tojeira, rettore dell'Università centroamericana (Uca) "José Simeón Cañas" di San Salvador, ha presentato alla Procura generale della Repubblica una denuncia contro l'ex capo dello Stato, Alfredo Cristiani, e sei ex alti ufficiali delle Forze Armate, accusandoli di essere responsabili del massacro di sei gesuiti e due donne avvenuto nell'ateneo 11 anni fa. All’alba del 16 novembre 1989, infatti, un gruppo di militari del battaglione Atlacatl, un'unità specificamente addestrata negli Stati Uniti alla lotta antiguerriglia, fece irruzione nell’università e uccise a sangue freddo i religiosi Ignacio Ellacuría, Segundo Montés, Ignacio Martín Baro, Joaquín Lopez y Lopez, Juan Ramon Moreno e Amando Lopez, oltre alla cuoca Elba Julia Ramos e a sua figlia quindicenne Celina Mariceth Ramos.
La Compagnia di Gesù chiede ora formalmente la riapertura del processo che fu chiuso nel 1993 con la condanna a trent’anni di carcere per due esecutori, il colonnello Guillermo Benavides e il tenente Yusshy Mendoza, subito rimessi in libertà dall'amnistia presidenziale decretata alla fine della guerra civile. Nel dossier fornito alla magistratura, p. Tojeira denuncia come "autori per omissione" della strage l'ex presidente Cristiani e l'allora ministro della Difesa, generale Rafael Humberto Larios, e sostiene che l’eccidio fu pianificato dai generali Ren" Emilio Ponce, Orlando Zepeda e Rafael Bustillo, a quel tempo rispettivamente capo dello stato maggiore congiunto delle Forze Armate, viceministro della Difesa e comandante della Forza aerea salvadoregna, e dai colonnelli Francisco Elena Fuentes e Orlando Montano, all’epoca comandante della Prima brigata di fanteria dell'esercito e viceministro di pubblica sicurezza. Tutti i militari sono oggi a riposo, mentre Cristiani è tuttora presidente dell’Alleanza repubblicana nazionalista (Arena), il partito di estrema destra dell’attuale capo di Stato, Francisco Flores.
La clamorosa iniziativa dei gesuiti è giunta al termine della settimana di celebrazioni per il ventesimo anniversario dell’assassinio di mons. Oscar Romero, che ha coinvolto centinaia di migliaia di salvadoregni e fatto confluire nel piccolo Paese centroamericano migliaia di persone provenienti da tutto il mondo per commemorare l’arcivescovo-martire di San Salvador.
"Coscienza critica" da cancellare
Fondata nel 1965, la Uca si pose subito al servizio della fede e della giustizia, ancor prima che, alla metà degli anni ’70, p. Ellacuría coniasse il motto dell'università: "Coscienza critica della realtà del Salvador". Già nel 1971 la casa editrice dell'università pubblicò un libro su un grande sciopero dei maestri, appoggiandone le ragioni, e iniziò a sostenere la necessità di una profonda riforma agraria. L’anno dopo un altro volume smascherava i brogli nelle elezioni presidenziali che avevano portato al potere il colonnello Arturo Molina. Da allora le ricerche e le pubblicazioni si concentrarono sulla povertà, la disoccupazione, la mancanza di case, le carenze del sistema scolastico e dell’assistenza sanitaria, la violazione dei diritti umani e la politica statunitense. Si trattava di dire «la verità del Paese», denunciando come tratto caratteristico del Salvador fossero l’ingiusta povertà della maggioranza dei cittadini e la repressione che si abbatteva su quanti si organizzavano per rivendicare condizioni di vita più dignitose.
La Uca fece propria l’opzione per i poveri e la mise in pratica in diversi modi: nell’insegnamento si cercava di far conoscere prima di tutto la realtà nazionale, cioè la situazione della maggioranza della popolazione; nella ricerca si tentava di scoprire la cause dell’oppressione e di individuare proposte economiche, politiche, tecnologiche, sanitarie, culturali che migliorassero la vita della gente; nell’attività sociale ci si rivolgeva direttamente ai movimenti popolari, attraverso le pubblicazioni, le prese di posizione e i seminari di formazione. Nel corso degli anni nacquero così la Cattedra universitaria di analisi della realtà nazionale, il Centro di riflessione teologica (Crt), l'Istituto dei diritti umani della Uca (Idhuca), l'Istituto universitario di opinione pubblica (Iudop), il Centro di informazione, documentazione e appoggio alla ricerca (Cidai) e il Centro di pastorale "Monsignor Oscar Arnulfo Romero". I libri della Uca Editores divennero rapidamente fonti indispensabili per comprendere la realtà salvadoregna e le sue riviste erano (e restano) di gran lunga le migliori del Paese: il settimanale El Salvador Proceso e il mensile Estudios Centroamericanos (Eca), con le loro approfondite e puntuali analisi sull’evolversi della situazione economica, sociale e politica nazionale e regionale, il quindicinale Carta a las Iglesias, strumento di animazione e canale di espressione del lavoro pastorale nelle comunità cristiane, la trimestrale Revista Latinoamericana de Teología, con gli interventi dei più acuti teologi e biblisti del continente.
Alla fine degli anni ’70 la Uca era non solo il principale centro intellettuale del Paese, ma un’istituzione al servizio di un progetto di trasformazione della società salvadoregna. Così, quando un colpo di Stato organizzato da alcuni giovani ufficiali abbatte il dittatore Humberto Romero, il 15 ottobre 1979, nella Giunta rivoluzionaria di governo, composta da due militari e tre civili, entra anche il suo rettore, Román Mayorga Quirós. Il venir meno di ogni prospettiva riformista lo porterà però alle dimissioni, il 3 gennaio 1980, e l'Uca parteciperà, in qualità di osservatrice, alla nascita del Fronte democratico rivoluzionario (Fdr), che riunirà per tutto il decennio l’opposizione al governo militar-democristiano. Sono i mesi della repressione più violenta, che culmina con l'omicidio di mons. Romero. Gli attentati contro le strutture dell’università e i professori che vi insegnano si moltiplicano. L’anno dopo, la missione d’inchiesta di Pax Christi internazionale constatava: «Nel Salvador sembra che pensare sia sovversivo!».
Dal 6 gennaio 1976, quando era esplosa la prima bomba, l'Uca subirà altri 15 attentati: alla tipografia, al centro di analisi matematica, alla biblioteca, alla palazzina dell’amministrazione. A questi attentati si sommeranno, sempre più numerose, le minacce di morte per telefono o con lettere anonime, gli attacchi delle radio di proprietà dell’oligarchia e sulla stampa governativa, con accuse violentissime in editoriali, articoli d’opinione e inserzioni a pagamento di organizzazioni paramilitari o delle potenti associazioni imprenditoriali, di fantomatici gruppi di "Dame di Cristo Re" o delle stesse Forze Armate che chiedono l’espulsione o l’eliminazione dei gesuiti più noti, i cui nomi compaiono regolarmente nelle "liste nere" degli "squadroni della morte". Né mancherà l’ostracismo di alcuni vescovi. Eppure fin dal 1981, dopo la prima grande offensiva fallita del Fronte Farabundo Martí per la liberazione nazionale (Fmln), la Uca aveva sostenuto la necessità di "umanizzare il conflitto" e risolverlo attraverso il negoziato, una proposta giudicata allora un tradimento dalla destra e poco gradita alla guerriglia, ma a cui p. Ellacuría avrebbe lavorato instancabilmente fino alla morte.
La cultura al servizio dei poveri
Come ricorda p. Jon Sobrino, uno dei massimi teologi della liberazione del continente, salvatosi dall’eccidio perché in quel momento era in Thailandia per tenere un corso di cristologia, «nell'Università - chiaramente nell'insegnamento e negli scritti di teologia, ma anche nei momenti solenni e negli atti pubblici - ricordavamo la nostra ispirazione cristiana come qualcosa di centrale, come ciò che dava vita, direzione, animo e significato a tutto il nostro lavoro e una spiegazione anche ai rischi che coscientemente correva l’Università. Si parlava con estrema chiarezza del Regno di Dio e dell'opzione per i poveri, del peccato e della sequela di Gesù. I gesuiti esponevano questa ispirazione cristiana dell’Università non per abitudine e la gente percepiva che era proprio questa ispirazione a guidare l’Università; lo coglieva anche chi non era esplicitamente credente e di ciò tutti erano grati, perché attraverso la fede cristiana vissuta in queste dimensioni, l’Università diveniva sempre più salvadoregna».
I "martiri della Uca", di volta in volta accusati di essere "comunisti", "antipatriottici", "leader guerriglieri" o "liberacionistas", erano protagonisti e figli di questa storia. Ignacio Ellacuría era l'intellettuale più noto e il rettore dell’università; Ignacio Martin Baro, il vicerettore, dirigeva l'Iudop e insegnava Psicologia sociale alla facoltà di Scienze umane e Naturali; Joaquín López y López, figlio di una ricca famiglia di latifondisti, guidava da 20 anni Fé y Alegría, un'opera di educazione popolare; Segundo Montes era direttore dell'Idhuca e del dipartimento di Sociologia; Amando López coordinava la facoltà di Filosofia e insegnava Teologia al Crt; Juan Ramón Moreno era maestro dei novizi e vicedirettore del Centro pastorale "Monsignor Oscar Arnulfo Romero". Tutti univano all’attività accademica il lavoro con la gente a Santa Tecla, Jayaque, Quetzalpeteque, Tierra Virgen o Colomoncagua, nelle parrocchie delle zone urbane povere, nelle comunità rurali o tra i rifugiati. Non a caso un gruppo di 9mila esuli in Honduras, una volta rientrati nel Paese, fonderà nel 1990 Ciudad Segundo Montés, ricordando come il gesuita ripetesse che l’organizzazione creata durante l’esilio non solo poteva permettere loro di resistere, ma avrebbe costituito la base di un modello di sviluppo comunitario alternativo.
La ragione della loro morte, in fin dei conti, è ben sintetizzata da p. Sobrino: «Questi gesuiti furono uccisi perché avevano fatto dell’Università un efficace strumento di difesa del popolo povero, perché erano divenuti coscienza critica in una società di peccato e coscienza creativa di una futura società diversa, l'utopia del Regno di Dio in favore dei poveri. Li uccisero perché tentarono di dar vita a un’Università veramente cristiana. Li uccisero perché credettero nel Dio dei poveri e resero feconda questa fede attraverso l’università».
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