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 Ottobre 2000 - Editoriale

L'immigrato, nostro fratello

Il fenomeno migratorio ha assunto, negli ultimi anni, dimensioni bibliche. Sono circa 100 milioni le persone che oggi si spostano da una parte all'altra del mondo. Lasciano la loro patria, non sempre volontariamente, ma per lo più controvoglia spinti dalla miseria e dalla fame, dalla violenza, dalle guerre, dalle rivalità etniche. Tuttavia, queste persone non si dirigono verso territori spopolati e da dissodare, come avvenne - per esempio - con le migrazioni dall'Europa verso l’America, dopo le grandi scoperte geografiche. Gli imponenti flussi migratori di oggi si orientano di preferenza verso le aree più ricche del mondo, già densamente popolate.
Ciò spiega perché l'emigrazione sia vissuta spesso dai Paesi ospitanti come una "invasione", e perché alcuni chiedano perfino la chiusura dei centri di accoglienza, che gli "scafisti" siano respinti con le armi, che si anteponga a ogni altra considerazione la difesa della propria identità nazionale, culturale e religiosa. Questo clima di non accoglienza rende più amara e triste la vicenda umana degli immigrati, tacciati indiscriminatamente di essere "clandestini", "socialmente pericolosi", un "pericolo pubblico".
Certamente timori e inquietudini non sono privi di fondamento. Anche perché il fenomeno migratorio è difficilmente controllabile, e l'incontro tra diversi crea sempre delicati problemi di integrazione culturale, sociale, religiosa e politica.
Tuttavia, la soluzione non sta nel chiudere i cuori e le frontiere. Rendiamoci conto che il fenomeno migratorio, in un mondo globalizzato, è inarrestabile. Un recente rapporto dell’ONU indica che in Europa, nei prossimi 50 anni vi sarà bisogno di circa 160 milioni di immigrati. Solo in Italia, dove oggi essi si avvicinano al milione e mezzo, ne occorreranno circa 15 milioni. Quale "cortina" di ferro o di bambù, quale "cordone" culturale, etnico o religioso potrà mai contenere la pressione crescente che i cinque miliardi di poveri del Sud del mondo esercitano verso il miliardo di privilegiati del Nord? Il problema, dunque, non si risolve chiudendo, ma accogliendo: cioè orientando e regolando i flussi migratori, in forma legale e strutturale. Non bastano le soluzioni di emergenza. «Il processo di globalizzazione - dice il Papa nel messaggio per la Giornata delle migrazioni 2000 (19 novembre) - può costituire un'opportunità, se le differenze culturali vengono accolte come occasione di incontro e di dialogo, e se la ripartizione disuguale delle risorse mondiali provoca una nuova coscienza della necessaria solidarietà che deve unire la famiglia umana»(n. 4).
È un messaggio, questo, che vale per tutti e in primo luogo per i cristiani. La Chiesa certo non è chiamata a sostituirsi ai governi; ma non può sottrarsi al dovere di contribuire a creare nuove condizioni culturali e spirituali per accogliere gli immigrati. Proprio per questo, il Papa - in fedeltà alla parola del Signore: «Ero forestiero e mi avete ospitato» (Mt 25,35) - da un lato, condanna con forza «ogni discriminazione fondata sulla razza, la cultura o la religione come contraria al disegno di Dio» (n. 6), dall'altro impegna tutti ad adoperarsi, «affinché la dignità di ogni persona sia rispettata, l'immigrato venga accolto come fratello e tutta l'umanità formi una famiglia unita» (n. 5). Non è un estraneo. Non è un invasore. L'immigrato è nostro fratello.


Bartolomeo Sorge S.I.


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