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In gran parte del mondo, tra gli estremi della tecnologia informatica e delle (ormai poche) società raccoglitrici e cacciatrici, stanno le infinite gradazioni economiche e gli infiniti livelli culturali tutti riconducibili a un unico comune denominatore: la terra, un bene prezioso e sempre più raro. L'uso individuale o comune della terra differenzia le società; possesso o mancanza di terra differenzia la ricchezza; considerazione o disinteresse per la terra differenzia le culture.
Ovunque nel mondo, alla crescita demografica e al degrado degli ecosistemi, che induce una pressione sempre maggiore sulle aree coltivabili, si associano una commercializzazione dell'agricoltura che provoca sovente l'espulsione degli agricoltori dai loro terreni e la distribuzione diseguale e spesso iniqua delle risorse agricole.
Secondo l'Ifad (Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo), la causa della povertà in ambito rurale è legato all'impossibilità di accedere alla terra e alle risorse produttive che ne derivano. Anche da parte di chi, tradizionalmente, sulla terra viveva. Diversi studi condotti dalla Fao hanno dimostrato che ogni anno cresce dal 3 al 5% la percentuale di piccoli agricoltori che si ritrovano senza terra. Un fenomeno, questo, che sta alla base di buona parte dei problemi del Terzo Mondo, a partire dall'esplosione demografica delle città.
Fuga dalle campagne ed eccessiva frammentazione dei terreni agricoli disponibili a fronte di un'agricoltura "globalizzata", che richiede grandi investimenti per produzioni intensive e di grande resa economica ma che esaurisce in breve tempo i terreni, si affiancano sulle mappe della povertà mondiale.
In questo Dossier intendiamo mettere in risalto alcuni fenomeni che interessano - pur con le specificità locali - l'intero pianeta. In particolare ci interessa sottolineare la situazione dei "senza terra", costretti dal latifondo (Brasile), dalle necessità dell'economia globale (Africa), dall'imprevidenza dei governi (Filippine) e dall'indifferenza a mendicare gli scarti del benessere.
Il thailandese Supachai Panitchpadki è designato a succedere il prossimo anno al neozelandese Mike Moore alla guida dell'Organizzazione mondiale del commercio (Wto). È lui a indicare quali sono i limiti di processi che schiacciano il mondo agricolo e trasformano i sui attori tradizionali in nuovi "fuoricasta": "Che i frutti della globalizzazione non siano divisi equamente è dimostrato dal fatto che 1,4 miliardi di persone nel mondo lottano per vivere con un reddito inferiore a un dollaro al giorno, che un terzo dei bambini nei Paesi in via di sviluppo sono malnutriti, che almeno 900 milioni di uomini e donne sono disoccupati o sottoccupati" (intervento su Globalizzazione e sistemi di protezione sociale, Bangkok, 20 novembre 2000). E la povertà colpisce anzitutto i Paesi ancora definiti a economia agricola.
Un mondo, quello contadino, associato da molti ad arretratezza economica e valori antiquati, destinato all'estinzione in nome del progresso? Forse, ma con poca consolazione. Ricorda ancora Panitchpakdi come, in un'Asia colpita dalla crisi economica, "in un momento di disperato bisogno sono entrati in gioco forti legami familiari e comunitari. Senza i "valori asiatici" (e la "tenuta" del mondo contadino, n.d.r.) i risultati sarebbero stati assai peggiori".
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