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 Aprile 2001 - Dossier: Scacciati dalla terra

La denuncia di mons. Balduino
Brasile: "Sem terra, schiavi del latifondo"

In Brasile, la distribuzione iniqua dei terreni, da secoli, lascia nella totale povertà milioni di persone in un Paese-continente dalle immense risorse. Ne abbiamo parlato con mons. Tomás Balduino, vescovo emerito di Goiás, cittadina a ovest della capitale Brasilia. In questa diocesi mons. Balduino ha prestato servizio per 31 anni, dopo l'intensa esperienza precedente con gli indios del Pará. Domenicano, è stato tra i fondatori del Commissione pastorale della terra (Cpt), che tuttora presiede.

Come nasce storicamente, in Brasile, il problema dei sem terra? E qual è oggi la situazione?
All'origine c'è la lotta contro il latifondo, che esiste fin dalla "scoperta" del Brasile. È iniziato con le capitanías ereditarias, la divisione del Paese in 12 grandi aree assegnate ai condottieri amici del re del Portogallo. Oggi l'1% dei proprietari ricchi occupa il 43% delle terre del Brasile. Invece il 53% dei proprietari poveri occupa il 3-4% di terra. Quello dei sem terra ? più precisamente "Movimento dei lavoratori rurali senza terra" (Mst) -, nato 15 anni fa, è oggi uno dei più forti movimenti sociali del Brasile, raccoglie 15 milioni di persone. Ma è solo uno dei movimenti di contadini nella storia del Brasile, a dimostrazione di come il problema sia secolare. Prima ci sono stati, ad esempio, i Canudos, a Bahía, nell'Ottocento, e la Lega contadina, nel secolo appena concluso.

Perché, in 500 anni, non si è riusciti a cambiare il sistema?
In difesa del latifondo c'è tutto un apparato legislativo, giudiziario, politico. Esso prende forma soprattutto con l'abolizione della schiavitù (1888). Sapendo che i neri, ritrovatisi liberi ma senza alcun bene, avrebbero cercato di entrare nei terreni, venne fatta una legge ad hoc, che impediva l'accesso alla terra. La schiavitù insomma venne abolita senza nessun indennizzo. Ma la legge non ha impedito che gli schiavi si unissero e occupassero le terre in modo pacifico. Il termine che è entrato poi nel vocabolario e nella stessa legislazione brasiliani è poseiro: chi occupa la terra per vivere e lavorare. Così la legge, a posteriori, ha dovuto riconoscere che quando qualcuno occupa una terra per un anno e un giorno, in una forma pacifica, e il proprietario non protesta, non può essere mandato via. Tuttavia, permangono altre forme di pressione e di violenza. Ad esempio, con la Costituzione del 1988 è stata ostacolata la riforma agraria. L'art. 185 dice infatti: "La terra produttiva non può essere oggetto di riforma agraria". Questo rimanda il problema della riforma agraria al tribunale, che deve stabilire se una terra è produttiva... con tutti i problemi di corruzione e di confusione di poteri che si possono immaginare. In questo quadro si colloca la lotta dei sem terra, che sono in pratica gli eredi degli schiavi dell'800. La loro sfida è arrivare al possesso di terre non coltivate, abbandonate a se stesse, attraverso un'occupazione non individuale, ma comunitaria e organizzata.

Come è organizzato il movimento?
In forma collegiale, con leader scelti dalle assemblee. Si valorizza molto l'educazione, l'"educazione liberatrice", come la chiama Paulo Freire. Ci sono scuole interne al movimento. Si è capita una cosa: la chiave del potere è il sapere, la più grande debolezza dei contadini è la loro ignoranza. Poi si punta molto sullo sviluppo della tecnologia agricola, con ottimi risultati.

Qual è in genere la reazione dei proprietari?
Molto pesante. Dopo l'occupazione (il governo e i proprietari parlano di "invasione") quasi sempre si apre un processo e c'è una sentenza di espulsione. Arriva la polizia e manda via tutti, anche con la violenza. Ma poi c'è una nuova occupazione. Solo nella diocesi di Goiás ci sono 40 insediamenti di sem terra: tutti sono nati per occupazione. Alla fine, in genere, il governo "cede" e a volte fornisce anche infrastrutture, sementi, ecc. Ma non sempre è così: una ricerca della Cpt ha evidenziato che dal 1985 al 1996 sono stati assassinati 976 contadini. I colpevoli sono poliziotti, proprietari terrieri, killer da loro ingaggiati. I processi sono stati 56 e solo 7 le condanne.

La Chiesa che posizione ha assunto?
Nel 1980 la Conferenza episcopale brasiliana ha pubblicato un documento intitolato proprio La Chiesa e i problemi della terra. Vi si diceva tra l'altro: "Non vogliamo sostituirci alle organizzazioni dei lavoratori rurali, però li appoggiamo. Vogliamo che loro siano soggetti, autori e destinatari della propria storia, con le loro organizzazioni autonome". La Chiesa è entrata dunque in una fase nuova, anche grazie al Concilio: prima c'era una visione di dipendenza, eravamo noi i protagonisti. Ora si cambia: il protagonista è l'indio, il senza terra, il senza tetto, noi lo appoggiamo. Non vogliamo fare la "nostra" riforma agraria e proporla ai sem terra. È una prospettiva nuova, anche di fronte al Governo che non può più dire: "la Chiesa fa politica e promuove la propria riforma agraria".

Quali sono le prospettive per il futuro?
È importante sottolineare che la questione della terra oggi non è solo un problema materiale di sopravvivenza, dell'avere un posto dove vivere e lavorare. È necessario un cambiamento più ampio, a livello culturale. Non si può risolvere il problema dei sem terra senza riforma agraria, ma non c'è possibilità di riforma agraria senza un cambiamento di strutture complessive, di mentalità, di valori sia all'interno del Paese sia a livello internazionale.


Stefano Femminis



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