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Quando divenne presidente nel 1986 mettendo fine alla dittatura Marcos, uno dei primi atti di Corazón Aquino fu di avviare un vasto Programma di riforma agraria, il maggiore nella storia filippina, che avrebbe dovuto ridistribuire a 3,9 milioni di contadini 10,3 milioni di ettari in dieci anni. La successiva Legge per la riforma agraria (1988) spostava il termine per il raggiungimento degli obiettivi proposti al 2000. La difficoltà maggiore - allora come oggi - sta nel convincere chi beneficia principalmente della terra, e spesso è anche responsabile delle decisioni politiche, a cederla ai contadini.
Gli stessi Aquino non sono altro che una delle dinastie (9.500 persone in tutto) che controllano il 20% dei terreni agricoli delle Filippine: l'Hacienda Luisita, la tenuta familiare degli Aquino, copre cinquemila ettari sull'isola di Luzon; Eduardo Cojuangco, cugino di Cory Aquino, possiede da solo 11mila ettari in quattro province del Paese.
Tuttavia, le Filippine, che hanno ereditato dal dominio spagnolo il sistema del latifondo, hanno una lunga storia di tentativi di ridistribuzione delle terre ai contadini. Fatti salvi i tentativi, anche da parte del clero locale, già dal XIX secolo, la prima Riforma agraria venne varata nel 1955 dal presidente Ramón Magasaysay. Al centro stava l'obbligo per i latifondisti di cedere ai contadini le terre eccedenti i trecento ettari. Il provvedimento venne rilanciato nel 1963 sotto la presidenza di Diosdado Macapagal (padre dell'attuale presidente Gloria Macapagal-Arroyo), che limitò però le terre da ridistribuire a quelle coltivate a grano e riso.
Preoccupato di ingraziarsi le masse impoverite (e sottomesse dall'imposizione della legge marziale nel 1972), Ferdinand Marcos dichiarò l'intero Paese soggetto alla riforma agraria e ordinò ai proprietari terrieri di mantenere per sé soltanto sette ettari di terreno agricolo. Il risultato fu la nascita di numerose "società" - in pratica aziende familiari o cartelli di famiglie - che, dopo averle cedute, riacquistavano le terre dai contadini o convertivano le proprie in piantagioni di prodotti destinati all'esportazione e quindi non coinvolte dalla legge. Fu così che, durante il regime Marcos dal 1972 al 1986, la riforma riguardò soltanto 440mila agricoltori e 755mila ettari coltivati a riso e grano.
Riacquistata la democrazia, le difficoltà apparvero evidenti anche sotto l'amministrazione Estrada (1998, gennaio 2001). Il suo programma di completamento della riforma in quattro anni, dovette essere presto rivisto al più realistico obiettivo di 583mila ettari annui per sei anni. Per accelerare le riforme, Estrada - che si era presentato come "Presidente dei poveri" - pose un ex attivista di sinistra, Boy Morales a capo del Dipartimento per la riforma agraria. Sotto Morales si sviluppò un programma di "Imprese economiche miste" con l'obiettivo di promuovere investimenti privati nelle aree sottoposte alla riforma, al fine di provvedere adeguati servizi e agevolazioni ai beneficiari. Il punto è che il solo uso del suolo e non la proprietà poteva essere fornito come partecipazione a questo programma e il risultato è stata la perdita di controllo degli agricoltori sulle loro terre e spesso la riconquista del suolo da parte degli ex proprietari allo scadere dei dieci anni previsti dalla legge. Sotto Estrada solo 335mila ettari sono stati realmente ceduti ai contadini.
Nei fatti, l'intero processo di riforma è stato vanificato dai troppi compromessi e dalle difficoltà tecniche d'attuazione. Secondo Rorie Fajardo, funzionario del Programma per l'assistenza allo sviluppo, c'è una ragione semplice e urgente perché il Governo attui la riforma agraria: la fame. "I braccianti agricoli stanno perdendo il loro lavoro, molti sono alla disperazione, mentre attendono che il Dar provveda a distribuire loro le terre. Incapaci di lavorare come contadini a causa del boicottaggio che colpisce chi si oppone ai proprietari terrieri, questi uomini vanno sovente a impiegarsi nell'edilizia, dove già la concorrenza è spietata".
In nessun luogo, tuttavia, la situazione di disagio dei lavoratori rurali è estesa e radicata come a Negros, l'isola che è indicata dallo stesso Dipartimento per la riforma agraria "l'ultima frontiera". Secondo le organizzazioni governative e non governative è qui che la riforma, che altrove prosegue con esasperante lentezza, subisce i ritardi più clamorosi. Non a caso Negros è patria di grandi latifondisti, i "baroni" della canna da zucchero che mantengono un sistema semifeudale e beneficiano per primi della militarizzazione dell'isola, giustificata fin dai tempi della dittatura Marcos con la presenza della guerriglia comunista.
In una recente conferenza stampa organizzata dalla federazione sindacale contadina Force Mapalad-Negros Occidental, i cui membri sono i dipendenti di 52 aziende agricole (haciendas), si è sottolineato come il degrado sociale di Negros dipenda dalla mancanza di volontà politica nell'attuare una vera riforma agraria. Si calcola che sull'isola siano 15mila le persone che vivono con lo spettro della fame e il numero potrebbe essere anche superiore, dato l'elevato numero di lavoratori non registrati nelle varie associazioni e quindi non censibili.
C'è una via d'uscita? La neopresidente Gloria Macapagal-Arroyo ha assunto come responsabile per la riforma agraria Hernani Berganza, il negoziatore tra l'esercito e l'Arroyo nelle intense giornate che hanno anticipato le dimissioni di Estrada. Certamente, una persona di esperienza e provate capacità diplomatiche. Tuttavia, negli anni scorsi, Berganza si era impegnato ad attirare investimenti stranieri nella sua provincia. In particolare, aveva cercato di favorire l'installazione di un impianto per la produzione di cemento in una delle cittadine costiere, nonostante le proteste dei pescatori e dalla Chiesa locale.
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