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 Aprile 2001 - Dossier: Scacciati dalla terra

Quando la legge non basta
Filippine: una riforma fallita

Quando divenne presidente nel 1986 mettendo fine alla dittatura Marcos, uno dei primi atti di Corazón Aquino fu di avviare un vasto Programma di riforma agraria, il maggiore nella storia filippina, che avrebbe dovuto ridistribuire a 3,9 milioni di contadini 10,3 milioni di ettari in dieci anni. La successiva Legge per la riforma agraria (1988) spostava il termine per il raggiungimento degli obiettivi proposti al 2000. La difficoltà maggiore - allora come oggi - sta nel convincere chi beneficia principalmente della terra, e spesso è anche responsabile delle decisioni politiche, a cederla ai contadini.
Gli stessi Aquino non sono altro che una delle dinastie (9.500 persone in tutto) che controllano il 20% dei terreni agricoli delle Filippine: l'Hacienda Luisita, la tenuta familiare degli Aquino, copre cinquemila ettari sull'isola di Luzon; Eduardo Cojuangco, cugino di Cory Aquino, possiede da solo 11mila ettari in quattro province del Paese.
Tuttavia, le Filippine, che hanno ereditato dal dominio spagnolo il sistema del latifondo, hanno una lunga storia di tentativi di ridistribuzione delle terre ai contadini. Fatti salvi i tentativi, anche da parte del clero locale, già dal XIX secolo, la prima Riforma agraria venne varata nel 1955 dal presidente Ramón Magasaysay. Al centro stava l'obbligo per i latifondisti di cedere ai contadini le terre eccedenti i trecento ettari. Il provvedimento venne rilanciato nel 1963 sotto la presidenza di Diosdado Macapagal (padre dell'attuale presidente Gloria Macapagal-Arroyo), che limitò però le terre da ridistribuire a quelle coltivate a grano e riso.
Preoccupato di ingraziarsi le masse impoverite (e sottomesse dall'imposizione della legge marziale nel 1972), Ferdinand Marcos dichiarò l'intero Paese soggetto alla riforma agraria e ordinò ai proprietari terrieri di mantenere per sé soltanto sette ettari di terreno agricolo. Il risultato fu la nascita di numerose "società" - in pratica aziende familiari o cartelli di famiglie - che, dopo averle cedute, riacquistavano le terre dai contadini o convertivano le proprie in piantagioni di prodotti destinati all'esportazione e quindi non coinvolte dalla legge. Fu così che, durante il regime Marcos dal 1972 al 1986, la riforma riguardò soltanto 440mila agricoltori e 755mila ettari coltivati a riso e grano.
Riacquistata la democrazia, le difficoltà apparvero evidenti anche sotto l'amministrazione Estrada (1998, gennaio 2001). Il suo programma di completamento della riforma in quattro anni, dovette essere presto rivisto al più realistico obiettivo di 583mila ettari annui per sei anni. Per accelerare le riforme, Estrada - che si era presentato come "Presidente dei poveri" - pose un ex attivista di sinistra, Boy Morales a capo del Dipartimento per la riforma agraria. Sotto Morales si sviluppò un programma di "Imprese economiche miste" con l'obiettivo di promuovere investimenti privati nelle aree sottoposte alla riforma, al fine di provvedere adeguati servizi e agevolazioni ai beneficiari. Il punto è che il solo uso del suolo e non la proprietà poteva essere fornito come partecipazione a questo programma e il risultato è stata la perdita di controllo degli agricoltori sulle loro terre e spesso la riconquista del suolo da parte degli ex proprietari allo scadere dei dieci anni previsti dalla legge. Sotto Estrada solo 335mila ettari sono stati realmente ceduti ai contadini.
Nei fatti, l'intero processo di riforma è stato vanificato dai troppi compromessi e dalle difficoltà tecniche d'attuazione. Secondo Rorie Fajardo, funzionario del Programma per l'assistenza allo sviluppo, c'è una ragione semplice e urgente perché il Governo attui la riforma agraria: la fame. "I braccianti agricoli stanno perdendo il loro lavoro, molti sono alla disperazione, mentre attendono che il Dar provveda a distribuire loro le terre. Incapaci di lavorare come contadini a causa del boicottaggio che colpisce chi si oppone ai proprietari terrieri, questi uomini vanno sovente a impiegarsi nell'edilizia, dove già la concorrenza è spietata".
In nessun luogo, tuttavia, la situazione di disagio dei lavoratori rurali è estesa e radicata come a Negros, l'isola che è indicata dallo stesso Dipartimento per la riforma agraria "l'ultima frontiera". Secondo le organizzazioni governative e non governative è qui che la riforma, che altrove prosegue con esasperante lentezza, subisce i ritardi più clamorosi. Non a caso Negros è patria di grandi latifondisti, i "baroni" della canna da zucchero che mantengono un sistema semifeudale e beneficiano per primi della militarizzazione dell'isola, giustificata fin dai tempi della dittatura Marcos con la presenza della guerriglia comunista.
In una recente conferenza stampa organizzata dalla federazione sindacale contadina Force Mapalad-Negros Occidental, i cui membri sono i dipendenti di 52 aziende agricole (haciendas), si è sottolineato come il degrado sociale di Negros dipenda dalla mancanza di volontà politica nell'attuare una vera riforma agraria. Si calcola che sull'isola siano 15mila le persone che vivono con lo spettro della fame e il numero potrebbe essere anche superiore, dato l'elevato numero di lavoratori non registrati nelle varie associazioni e quindi non censibili.
C'è una via d'uscita? La neopresidente Gloria Macapagal-Arroyo ha assunto come responsabile per la riforma agraria Hernani Berganza, il negoziatore tra l'esercito e l'Arroyo nelle intense giornate che hanno anticipato le dimissioni di Estrada. Certamente, una persona di esperienza e provate capacità diplomatiche. Tuttavia, negli anni scorsi, Berganza si era impegnato ad attirare investimenti stranieri nella sua provincia. In particolare, aveva cercato di favorire l'installazione di un impianto per la produzione di cemento in una delle cittadine costiere, nonostante le proteste dei pescatori e dalla Chiesa locale.


Sonny Evangelista


  Le parole di Giovanni Paolo II

"Ogni uomo ha diritto alla terra".

A voi, carissimi uomini del mondo agricolo, è affidato il compito di far fruttificare la terra. Compito importantissimo di cui oggi si va riscoprendo sempre più l'urgenza. Il vostro ambito di lavoro è abitualmente indicato, dalla scienza economica come "settore primario". Nello scenario dell'economia mondiale, al confronto con gli altri settori, il suo spazio si presenta molto differenziato, a seconda dei continenti e delle nazioni. Ma quale che ne sia il peso in termini economici, il semplice buon senso basta a porne in rilievo il reale "primato" rispetto alle esigenze vitali dell'uomo. Quando questo settore è sottovalutato o bistrattato, le conseguenze che ne derivano per la vita, la salute, l'equilibrio ecologico, sono sempre gravi e, in genere, difficilmente rimediabili, almeno in tempi brevi.
La Chiesa ha avuto sempre, per questo ambito di lavoro, uno sguardo speciale, che si è espresso anche in importanti documenti magisteriali. Come dimenticare, a tal proposito, la Mater et magistra del beato Giovanni XXIII? Egli pose per tempo, per così dire, "il dito sulla piaga", denunciando i problemi che già purtroppo in quegli anni facevano dell'agricoltura un "settore depresso", e ciò sia in rapporto "all'indice di produttività delle forze di lavoro", sia "al tenore di vita delle popolazioni agricolo-rurali" (Mater et Magistra, nn. 111-112).
Nell'arco di tempo che va dalla Mater et magistra ai nostri giorni, non si può certo dire che i problemi siano stati risolti. Si deve, piuttosto, constatare che altri se ne sono aggiunti, nel quadro delle nuove problematiche derivanti dalla globalizzazione dell'economia e dall'inasprirsi della "questione ecologica".
La Chiesa ovviamente non ha soluzioni "tecniche" da proporre. Il suo contributo si pone al livello della testimonianza evangelica, e s'esprime attraverso la proposta di quei valori spirituali che danno senso alla vita e orientano le scelte concrete anche sul piano dell'economia e del lavoro.
Il primo valore in gioco, quando si guarda alla terra e a quelli che la lavorano, è senza dubbio il principio che riconduce la terra al suo creatore: la terra è di Dio! È, dunque, secondo la sua legge che deve essere trattata [...].
Ogni uomo, ogni popolo, ha diritto a vivere dei frutti della terra. È uno scandalo intollerabile, all'inizio del nuovo Millennio, che moltissime persone siano ancora ridotte alla fame e vivano in condizioni indegne dell'uomo. Non possiamo più limitarci a riflessioni accademiche: occorre rimuovere questa vergogna dell'umanità con appropriate scelte politiche ed economiche di respiro planetario [...].
Le cause di tale situazione, com'è noto, sono molteplici. Tra le più assurde vi sono i frequenti conflitti interni agli Stati, spesso vere guerre dei poveri.
Resta poi la pesante eredità di una spesso iniqua distribuzione della ricchezza, all'interno delle singole nazioni e a livello mondiale [...].

Messaggio in occasione del Giubileo del mondo agricolo, 12 novembre 2000



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