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Il conflitto infinito
"A causa dei continui scontri fra le "Tigri" tamil e l'esercito, i civili fuggono in cerca di salvezza. Anche da Vavuniya migliaia di persone hanno dovuto lasciar le proprie case per salvarsi dalle bombe e ora vivono in condizioni pietose nei dintorni della città. Sono persone poverissime, intere famiglie che sono state più volte costrette alla fuga dalla guerra... Io ho cercato di assisterle, per salvarle almeno dalla fame" (mons. Rayappu Joseph, vescovo emerito di Mannar).
Dal 1983 lo Sri Lanka è lacerato da un conflitto che oppone il governo e l'esercito srilankese alle "Tigri per la liberazione della patria tamil" (Liberation Tigers of Tamil Eelam, Ltte) che combattono per l'indipendenza delle regioni a maggioranza tamil del nordest dell'isola. Finora sono 60mila i caduti nel conflitto, che ha provocato 200mila orfani
La discriminazione etnica della minoranza tamil (hindu e cristiana) da parte dei singhalesi buddhisti è alla base del conflitto. Una discriminazione che ha preso spesso l'aspetto dell'oppressione, sino dall'indipendenza dalla Gran Bretagna nel 1948, quando il potere venne trasferito a un governo espressione della maggioranza singhalese.
I governi successivi hanno adottato iniziative legislative e politiche sempre più discriminatorie. L'abolizione del tamil come una delle lingue ufficiali nello stesso anno e la limitazione all'ingresso di studenti tamil nelle università nel 1971, ne sono esempi. Il permanere della violenza etnica nel corso degli anni ha avuto come risultato ondate di trasferimenti coatti. Nel 1979 il Governo promulgò la legge per la prevenzione del terrorismo, integrata nella Costituzione del 1982. La legge dà alle forze di sicurezza un ampio potere di arresto arbitrario, detenzione prolungata e tortura in stato di detenzione.
Nel 1983 la tensione latente esplose in guerra aperta. L'uccisione di tredici soldati governativi provocò un massacro di tamil in tutta l'isola: oltre tremila vennero massacrati e il 95% delle proprietà tamil nel sud furono distrutte. Diverse imbarcazioni cariche di profughi si diressero a nord. "La nostra casa era distrutta, come pure la nostra auto. Siamo riusciti a fuggire nascondendoci sotto il letto in una casa di nostri vicini singhalesi", ricorda Jesudhasan, che viveva a Colombo. La famiglia scappò a Jaffna, dove visse per mesi in un campo profughi, prima di iniziare la lenta ricostruzione della propria vita.
Nel 1987, a seguito dell'accordo indo-srilankese, 200mila profughi tornarono dall'India nello Sri Lanka, soltanto per essere ancora una volta coinvolti in un conflitto: questa volta quello fra Ltte e la forza di pacificazione indiana. Quest'ultima, accusata successivamente di gravi violazioni dei diritti umani nei confronti dei civili srilankesi, si ritirò nel 1990 e contemporaneamente si riaccese la guerra tra esercito governativo e tamil. Un flusso di 100mila profughi si riversò ancora una volta in India, terra ancestrale dei tamil. Oggi, oltre ai 70mila profughi che vivono in piccoli campi nello stato indiano meridionale del Tamil Nadu, la diaspora tamil interessa molti Paesi del mondo. A essi si aggiungono gli oltre 700mila rifugiati interni, dei quali 204mila sono ospitati nei cosiddetti "centri di assistenza". E per molti di loro la fuga verso l'ignoto è un'odissea ripetutasi più volte.
Durante le offensive militari, i civili non solo rischiano la vita sotto le bombe, ma diventano oggetto di frequenti violazioni dei diritti umani. Dal 1990 il Governo di Colombo impone sulla regione di Vanni, sotto controllo tamil, un embargo su medicinali, kerosene e altri beni necessari. Vittime dirette sono i 375mila abitanti superstiti e, indirettamente oltre 300mila sfollati.
Un gruppo di famiglie sfollate recentemente ci ha confidato: "Tutti stanno morendo in quest'area, per mancanza di cibo o di medicine. Siamo ridotti a bere l'acqua usata per cuocere il riso un giorno, e a risparmiare il riso per il giorno seguente. I medicinali scarseggiano e la malaria è molto comune e non lascia scampo a chi ne è infettato. Anche i casi di tifo, colera, febbre cerebrale sono frequenti". C'è poi il problema dei reclutamenti forzati nelle file delle "Tigri": "Abbiamo lasciato Kilinochchi (Vanni) per timore che nostro figlio venisse reclutato dall'Ltte nella sua scuola", ci comunica un'anziana copia nel centro di accoglienza "Jeeva Nagar" di Mannar.
Vite da sfollati
"Non possono avere alcuna iniziativa. Tutto è controllato, guidato da leggi e regolamenti governativi" (fonti governative nei campi profughi).
La situazione dei civili che vivono nei campi per i profughi, interni nelle regioni di Vavuniya e Mannar sotto il controllo dell'esercito ma confinanti con aree in mano ai ribelli, è indicativa delle violazioni dei diritti umani di cui sono vittime i tamil nei distretti settentrionali.
Gli "ospiti" non possono muoversi liberamente, soprattutto quelli provenienti da aree ribelli, tenuti in campi di transito finché ne siano stati accertate la provenienza e l'identità. Da qui vengono avviati in centri di accoglienza, da dove possono andarsene soltanto se trovano qualcuno che garantisca per loro. Possono anche richiedere permessi validi tre mesi per lavorare nella città di Vavuniya, ma di notte devono rientrare nei campi.
Queste limitazioni sono parte di un "sistema di permessi" rigido e penalizzante, gestito dall'esercito. Addirittura, prima del giugno 2000, i campi erano sigillati e operavano praticamente come centri di detenzione. Da quella data, che ha visto un drastico taglio agli aiuti governativi, ai profughi è stato concesso di cercare un impiego fuori dai campi.
Alcuni profughi vivono in piccole capanne di foglie di cocco e rami, altri in grandi dormitori che possono contenere fino a 130 persone, in minuscoli spazi individuali o familiari, divisi dai sari multicolori o da foglie di banano.
Il centro di Adappankulam, nel distretto di Mannar, ospita 1.473 persone. A nessuna organizzazione non governativa è consentito avere un ufficio nel campo, ma possono comunque operare fornendo servizi indispensabili. Il centro è situato nei pressi di un accampamento militare, ma non ci sono particolari tensioni. "Mantenere buoni rapporti con i soldati ci permette di sopravvivere", spiega un rifugiato. Gli uomini ospitati nel centro vengono spesso arrestati e a volte detenuti per il sospetto di collegamenti con le "Tigri" tamil. Tuttavia, una volta davanti ai giudici, vengono spesso rilasciati. "Quando mi hanno arrestato con l'accusa di essere un ribelle - ricorda il 27enne Pushparaja - mia moglie era incinta. Mi hanno torturato perché confessassi e prima che mi rilasciassero per motivi di salute mi sono guadagnato una trentina di ferite" e due anni di dura prigionia.
Ma Pushparaja si può considerare fortunato, rispetto ai molti che semplicemente sono "scomparsi" durante la custodia. Secondo il "Gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sulle scomparse imposte o involontarie" (Wgeid), lo Sri Lanka è il secondo Paese al mondo quanto a casi non documentati di sparizione di esseri umani. Lo stesso Governo accetta un dato approssimativo di 17mila casi.
I civili sono impossibilitati a reagire quando i diritti vengono violati. La Chiesa locale, insieme a comitati di cittadini, svolge un ruolo primario nella protezione della popolazione, occupandosi anche delle persone arrestate, degli "scomparsi" e di altre violazioni dei diritti umani.
Un altro campo si trova presso Murunkan. Qui Arokiam ci ha raccontato la sua storia: "Sono arrivato qui nel marzo 1999. Prima, dal 1997, avevamo vissuto nel campo presso il santuario di Madhu, ma ce ne siamo dovuti andare insieme a migliaia di altri profughi quando l'esercito ha occupato la zona", ricorda la donna. Ma non prima che un bombardamento le uccidesse la figlia venticinquenne e danneggiasse l'edificio sacro. "Avevo un altro figlio, che si ammalò e morì. Ora vivo con l'unica figlia sopravvissuta e mio marito Nicholas, postino in pensione. Nicholas sta male, soffre di disturbi renali ma non può curarsi perché occorre richiedere un permesso per lasciare il campo e cercare medicine" E Nicholas aggiunge; "Sono andato in pensione da un anno ma non ho ancora avuto la rendita governativa; per questo mia moglie ha dovuto vendere i suoi gioielli per acquistare cibo in cambio delle razioni governative, mai arrivate. Anche sopravvivere è difficile".
La ricerca della pace
"Il governo srilankese dovrebbe proporre una soluzione che soddisfi le aspirazioni del popolo tamil e riconosca il suo diritto all'autodeterminazione. Il Governo dovrebbe porre fine agli arresti indiscriminati, alle torture e all'uccisione di tamil, mentre nega loro il diritto alla vita e alla libertà di espressione" (da un volantino distribuito nell'Università di Batticaloa il 17 gennaio 2001, durante una manifestazione per chiedere colloqui di pace).
Il Governo di Colombo descrive la guerra come la lotta per liberare i tamil da una dittatura "terrorista" e "fascista". Il Liberation Front of Tamil Eelam, dal canto suo, pretende che gli elementi essenziali di una "nazione tamil" (indicati come: territorio, nazionalità, autodeterminazione) siano alla base dei negoziati.
Tuttavia, sostiene il vescovo di Mannar, Rayappu Joseph "le "Tigri" dovrebbero essere trattate alla pari, invece di essere chiamati "terroristi". Il loro scopo è di raggiungere uno Stato separato, che nessuno accetterebbe, ma al contempo il Governo dovrebbe chiarire che, se esiste un diritto all'autodeterminazione, questo non significa necessariamente l'indipendenza".
Un ruolo attivo in questi mesi ha avuto la Norvegia, propostasi - e accettata - come mediatrice tra le due parti.
Forse proprio da questo intervento è stata suggerita una mossa che a molti è sembrato un significativo passo verso la pace. Il 27 novembre 2000 il leader dei ribelli tamil, Vellupillai Prabhakaran ha dichiarato che l'Ltte era pronto per colloqui di pace una volta stabilito un clima favorevole attraverso il cessate-il-fuoco e la fine dell'embargo economico nelle aree sotto controllo tamil. Alla dichiarazione è seguito un cessate-il-fuoco unilaterale il 24 dicembre, che dura tuttora (metà febbraio 2001, n.d.r.).
Mosse insufficienti, secondo il Governo, che subordina la sospensione delle ostilità a un positivo sviluppo dei negoziati. Una doccia fredda, unita alla notizia che per l'anno in corso il bilancio statale prevede una spesa di 63,39 miliardi di rupie (circa 1.500 miliardi di lire) per la difesa, contro 52,43 miliardi di rupie dello scorso anno (stima).
Gi aiuti provenienti dall'estero spesso finiscono con l'alimentare il conflitto, e questo pone pesanti limiti a ogni positivo sviluppo. Il vescovo di Mannar mette in guardia contro "aiuti forniti indiscriminatamente allo Sri Lanka, svuotati di qualsiasi elemento pacificatore" e, contemporaneamente, sottolinea come soltanto l'intervento esterno può realmente mettere fine alla guerra. "Solo le potenze straniere possono gestire un accordo negoziato tra le parti in conflitto. La pressione su entrambe deve esercitarsi soprattutto dall'esterno - suggerisce mons. Joseph -. Dovrebbe arrestarsi ogni aiuto che arriva ai contendenti, in modo da permettere che si affermi la ragione e si raggiunga un accordo attraverso mezzi civili. La carneficina deve fermarsi e una pace dignitosa è più importante del cibo".
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