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 Aprile 2001 - Il mondo, i popoli

Il commento di un grande inviato
Da Bush a Bush
Che cosa cambia per l'America Latina
Pinochet non avrà (forse) il processo che i sopravvissuti sperano: lui sul banco, avvocati che lo accusano, figli e mogli delle vittime che lo guardano. Se il processo si farà, saranno carte tra avvocati. Ma il segnale resta.

In America Latina, violare i diritti umani non è più un segreto da seppellire nella paura. Questa, almeno, l'ipotesi di tre mesi fa. L'ombra di Bush figlio circondato dagli uomini del padre rimette in dubbio la certezza. Gli intrecci del passato possono rinascere. La nuova politica di Washington modula interessi diversi da quelli dell'amministrazione Clinton. Prima di lasciare la Casa Bianca i democratici hanno fatto un po' di terra bruciata distribuendo tramite Internet i segreti della politica estera americana anni '80. Non tutti ma abbastanza per far capire quale aria tirava nelle stanze di allora.

Vecchi slogan
Primo segno del futuro incerto lo si coglie a Cuba, schermo sacrilego dell'antica querelle. L'aria di capitale delle vacanze è offuscata. La voglia di sembrare spensierati, che i manifesti distribuivano lungo le strade nella ritrovata vocazione commerciale del vendere rum, sole e spiagge, voli a basso costo, è all'improvviso soffocata dai vecchi slogan della rivoluzione: Socialismo o muerte, Venceremos dappertutto. Gli anniversari di repressioni coloniali - non importa se americane, vanno bene anche le spagnole di due secoli fa - richiamano le folle comandate a celebrare l'ignominia. Castro riesuma le mobilitazioni del passato. Con qualche ragione. Bush deve la presidenza ai cubani che infuriano contro Fidel a Miami.
Ma la normalizzazione di Washington deve affrontare temi più complessi. Panama, Ecuador e Salvador hanno dollarizzato la loro economia sprofondando la miseria, già terribile, nell'angoscia dei senza niente. Per comprare un pacchetto di sigarette straniere il popolo indio spende la paga di un mese. Le complicazioni crescono in particolare attorno a Panama. I cinesi di Pechino hanno vinto l'appalto per gestire i due ingressi del Canale. Non è una preoccupazione. La disinvoltura capitalistica di quel comunismo dà garanzie agli investitori che vogliono allargare la striscia d'acqua, incrementare il canale secco potenziando le due ferrovie che lo costeggiano. Preoccupa però la permeabilità dei confini con la Colombia. Il flusso di narcodollari è inarrestabile. E la Panama barocca degli spagnoli vede proliferare i grattacieli. Un modo per lavare capitali sporchi, sviluppo senza progresso, perché appena il sole tramonta si scopre che i palazzi di vetro sono scatole vuote.
Nessuno le abita. Le luci restano spente.
Se le tre guerriglie colombiane (Farc, da 40 anni in armi, Eln, d'ispirazione guevarista e le milizie di autodifesa dei grandi proprietari) sembrano voler aprire un dialogo col fragilissimo presidente Pastrana, un'altra criminalità sconvolge le città. Le dodici basi concesse alle truppe Usa profughe dal Canale sono un tranquillante che ancora non funziona.

Nodi che restano
Poi, il Venezuela. Le prime parole degli uomini che accompagnano le strategie del generale Powell, nuovo Segretario di Stato Usa, sottolineano "l'eccessiva tolleranza di Clinton verso il presidente Chávez". Un militare populista a capo di un governo dove generali e intellettuali amministrano il Paese quarto produttore di petrolio e secondo fornitore degli Stati Uniti.
Caracas potrebbe essere una capitale ricca e felice. Ma il saccheggio di una corruzione lunga 30 anni ha trasformato il paradiso nel caos di ranchitos (favelas) dei senza niente. Chávez sta facendo pulizia, ma frugare negli angoli non basta a calmare la disperazione. La sua popolarità è allarmante per chi la guarda da fuori. Le sue parole sono il Vangelo degli emarginati, mentre la borghesia del petrolio fa barriera con giornali e Tv. Visto che i medici locali non vogliono lasciare belle cliniche per ospedali slabbrati di campagna, Chávez ha inventato la cooperazione con Cuba. Rompe l'embargo con 160 mila barili di petrolio al giorno in cambio dell'assistenza sanitaria. Washington non sembra disposta a sopportarlo.
Se il Brasile del dopo Cardoso si avvia alle elezioni presidenziali con la prospettiva di una vittoria del Pt, il partito dei lavoratori di Lula, sinistra dura, con la faccia nuova della sociologa Marta Suplicy, l'Argentina di De la Rua, presidente civile e misurato, sta scontando la corruzione che ha ridotto quasi alla fame milioni di persone abituate alla dolce vita. Le inquietudini crescono. Che cosa farà Bush?
Il Cile resta l'angolo meno sudamericano del Sudamerica. Economia ben registrata. Hanno vinto socialisti e democristiani per poche migliaia di voti. Lavin, protetto di Pinochet, adesso lo disdegna per non mescolarsi al passato: non si è rassegnato alla sconfitta. La sua campagna elettorale è stata finanziata da fondazioni americane di radice repubblicana.
In bilico il Perú. Fujimori rimodulava le "dittature in doppiopetto" della stagione di Bush padre. Polizie padrone, giornali e TV controllate, con i notabili d'accordo fino a quando il disamore americano li ha costretti a fare i conti. Non tornavano ed ecco che i grandi fogli conservatori hanno girato bandiera attaccando il regime e proiettando una speranza che si chiama Toledo: faccia indiana, studi economici Usa, liberista moderato appoggiato dalle banche del Nord con le quali la moglie ebrea haconsuetudine. Fatta pulizia, il gioco si apre. Toledo sembra forte, ma gli avversari si moltiplicano e resta il dubbio: il gradimento di Bush sarà uguale all'appoggio Clinton?
Il primo capitolo della strategia si aprirà comunque in Messico. Dopo 79 anni la presidenza non è più dell'arcaico Partito rivoluzionario istituzionale, che aveva istituzionalizzato la burocrazia corrotta. La sconfitta trasforma per la prima volta il Paese in un laboratorio della democrazia. Fox, presidente di destra; capitale (21 milioni di abitanti) nelle mani della sinistra moderata di Cárdenas: campagne dove il Pri resiste con i suoi cacicchi. Devono lavorare assieme, ecco la scommessa. E poi la gente. Milioni di analfabeti, interi Stati costretti alla non dignità. Qui, più che altrove, si tocca con mano come il liberismo sia una dottrina perfetta solo per posti come Liechtenstein o Lussemburgo, dove le teorie non devono tener conto dell'impiccio di milioni di persone che vogliono mangiare, studiare, avere una casa. Il simbolo Chiapas avrà da Fox un trattamento speciale. Marcos, leader pacifico degli indios che non ci stanno, è diventato famoso oltre i confini. Gli intellettuali d'Europa e d'America ne hanno fatto un mito. Piace perché è bianco, regala agli ospiti Cervantes, fuma la pipa. Ma nel Messico profondo sopravvivono massacri e paura come nel Salvador del vescovo Romero. Erano gli anni '80. Vedremo quale sarà la ricetta di Bush figlio per il nuovo millennio.


Maurizio Chierici
inviato speciale del Corriere della Sera



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