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Sul pacco regalo c'è scritto "Baby Edith" a caratteri maiuscoli. Ma questa bambina di pochi mesi non sta ferma un attimo. Chi la tiene sulle ginocchia ha un bel daffare. Per non far cadere la bimba, sposta il pacco su una sedia lì vicino. Ma il fatto che ci sia quel pacchetto e, soprattutto, che sia indirizzato a quella bambina così piccola e pure così vivace, è già un grande miracolo.
Per lei è il primo Natale. Il primo che festeggia in una specie di grande famiglia allargata, con una vera mummy e dodici altri fratellini e sorelline di provenienze diverse. Il primo, si spera, di molte altre festività insieme.
È arrivata a Nyumbani, il primo centro per orfani Hiv positivi (positivi cioè al virus dell'Aids) a Nairobi, in Kenya, alcune settimane fa. L'aveva trovata un poliziotto, facendo il suo solito giro su Jogoro Road. Era un fagottino di appena tre chili. Il poliziotto l'aveva trasportata di ospedale in ospedale, finché in uno di questi era stata scoperta la sieropositività: ovvero la condanna. Al termine del un lungo "pellegrinaggio", l'aveva portata qui a Nyumbani. Come se fosse l'ultima spiaggia.
Qui dicono che si salverà. Grazie all'alimentazione giusta e all'assistenza sanitaria immediata, ma soprattutto grazie all'accettazione in una famiglia, in una casa e all'affetto che riceverà, potrà avere una vita del tutto normale.
Da sieropositiva a sieronegativa. Il nome di Baby Edith, in definitiva nata sotto una buona stella, si aggiungerà a quelli di altri tre bambini che, nel corso del 2000, si sono "negativizzati" a Nyumbani. Il numero sale a 35 dal settembre 1992 a oggi.
Risale a otto anni fa, infatti, l'idea di costituire questo centro. Un'intuizione così geniale poteva averla forse solo un uomo come p. Angelo D'Agostino, missionario gesuita e medico, con passaporto americano, ma oltre 15 anni di vita in Africa. Quindi, quasi naturalizzato keniota.
Proprio con gli occhi di un padre, per di più keniota, questo anziano missionario aveva iniziato a notare i segni di una strage. Bambini abbandonati negli ospedali pubblici - il Keniatta, il Nairobi e l'Aga Khan Hospital - o addirittura, in mezzo a mucchi di immondizie, sulle strade delle baraccopoli o del centro città. Famiglie ricchissime che, per paura, timidezza o vergogna, intendono lavarsene immediatamente le mani. Famiglie poverissime che, mai e poi mai, riuscirebbero ad assicurare al neonato un'assistenza sanitaria adeguata, un latte diverso da quello della madre sieropositiva o già con Aids conclamato.
Quelle strane guarigioni
All'inizio gli orfani erano tre. Stavano in una sola stanza. E la prospettiva era di offrire loro un po' di assistenza e di calore familiare, nella quasi certezza che purtroppo sarebbero morti prima di festeggiare il loro quinto compleanno. E invece non succede. Così ne arrivano altri. Alcuni muoiono, altri no. Saltano, giocano tutto il giorno, raggiungono l'età scolare e dunque "costringono" a pensare a una scuola. Vari si negativizzano e, di conseguenza, rendono possibile un'adozione all'estero (Stati Uniti, Dubai, Italia, Olanda, Irlanda) o nel Paese di origine. Oppure, restano positivi e - malgrado la medicina non riesca a spiegarne la ragione - arrivano a compiere 18 anni. Loro si sentono in forma, vorrebbero cominciare a pensare a un lavoro, a una casa.
Furono i giornali inglesi, per primi, a "scoprire" l'eccezionalità di queste guarigioni. Dedicarono intere pagine a p. D'Agostino. Successivamente, la scienza dette la sua spiegazione al fenomeno: l'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) aveva previsto, entro l'anno 2000, una popolazione di 120mila bambini Hiv positivi nel solo Kenya. Soprattutto nella capitale Nairobi, a Mombasa, e nelle zone orientali confinanti con l'Uganda, da dove era iniziata a diffondersi la malattia verso il Kenya e la Tanzania. Il fatto tragico è che alcune madri sieropositive desumono, dalla positività dei figli, la certezza della loro morte nel giro di breve tempo. E così li abbandonano. Invece tutti i neonati, nati da madre Hiv positiva, alla nascita risultano ovviamente positivi per la presenza degli anticorpi materni; ma solo uno su quattro risulta poi infetto. Ed è solamente mesi dopo, entro comunque i 18, che si conosce il loro vera condizione.
Una goccia nel mare
I tre bambini iniziali oggi sono diventati 71. Il centro è cresciuto a dismisura. Si è spostato. Sorge su una splendida area verde di due ettari e mezzo. Ma il modello è sempre quello di un villaggio simulato, con uno stile familiare che consente ad alcuni bambini di dire per la prima volta "my mummy" oppure "my house". In ogni nucleo vivono tredici bambini fra i cinque e i dieci anni, più una responsabile. I nuclei sono cinque.
Nel 1998 è stato compiuto un passo in avanti importante. Nyumbani si è dotato di un laboratorio diagnostico. Le analisi ora vengono fatte direttamente sul posto. E, dal 1° febbraio 1999, il cosiddetto "programma comunitario" - che prevede l'assistenza a bambini presi in carico da famiglie allargate alle quali si assicurano medicinali, vestiti, ecc. - si allarga fino a comprendere un centinaio di bambini.
Dal punto di vista finanziario, questo centro - unico nel suo genere in tutta l'Africa - è impegnativo. Ci lavorano stabilmente 43 persone, regolarmente assunte e pagate. Al loro fianco, ci sono una decina di volontari provenienti da Paesi diversi (Svizzera, Germania, Italia, Regno Unito, Canada e Usa, ecc.), che si fermano per un periodo dai tre ai sei mesi o anche un anno. Si pagano il volo, mentre la sistemazione è gratuita. Malgrado questa disponibilità di risorse umane, il bilancio mensile oscilla fra i 13 e i 15mila dollari. Quindi, si cercano costantemente nuovi modi per autofinanziarsi. È un goccia nel mare (solo a Nairobi, i bambini Hiv positivi sarebbero almeno 20mila). Ma pur sempre una goccia.
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