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 Aprile 2001 - Orizzonti della fede

Isole Andaman e Nicobar
Un paradiso quasi perduto
Un cordone di piccoli punti neri adagiati al largo del Golfo del Bengala: così si presentano sull'atlante geografico le isole Andaman e Nicobar, ex colonia penale, un concentrato di etnie. Una Chiesa piccola e vivace, solo ora sfiorata dalla minaccia fondamentalista.

Benché separate dall'India da oltre 1.200 chilometri (circa due ore di aereo da Chennai-Madras) gli arcipelaghi delle Andaman e Nicobar sono parte integrante dell'Unione Indiana e sono strettamente e sentimentalmente legate alla storia di questo Paese come simbolo di libertà e di democrazia.
Nella capitale Port Blair, infatti, si può visitare ancora oggi (è monumento nazionale) l'immensa prigione aperta dagli inglesi fin dal 1857, come luogo di pena dei prigionieri politici. L'attuale costruzione risale al 1906. Tuttavia questa Cellular Jail è diventata tristemente famosa durante la lotta per l'indipendenza dell'India: il nome di Kala Pani ("Acque nere") era diventato il terrore di chi lo sentiva pronunciare. Qui sono state internate migliaia di persone che avevano alzato la voce contro il regime coloniale inglese. Alcuni sono nomi famosi, come Veer Savarkar, Baba Prithivi, Singh Azad, Bhai Parmanand, Ullash Kar Datta. È una vicenda intessuta di dolore, di torture e di indicibili crudeltà, come si può vedere e ascoltare nello spettacolo di suoni e luci allestito per i turisti nei cortili della prigione stessa.

La storia

Gli arcipelaghi delle Andaman e Nicobar sono costituiti da circa 350 isole, piccole e grandi, di cui solo 35 abitate. La loro superficie è di 8.293 chilometri quadrati (più o meno quanto la nostra regione Marche) e si estendono su una lunghezza di 700 km. con una larghezza massima di 250. Gli abitanti sono circa 360mila di cui 70mila cristiani (i cattolici sono 30mila). La popolazione è variegata, in quanto proveniente da molte parti dell'India, ma soprattutto dal sud (Tamil Nadu) e dal centro-nord (Bihar). Ci sono anche sei tribù originarie delle isole, ma alcune di esse contano poche centinaia di soggetti e sono in via di estinzione.
Se l'origine di queste isole è antica, la loro storia moderna comincia solo nel 1789 quando Lord Cornwallis, l'allora governatore generale inglese, ordinò al capitano Blair (colui che poi dette il nome a Port Blair) una ricognizione della zona.
Durante la seconda guerra mondiale, dal 1942 al 1945, le Andaman furono occupate dai giapponesi. Nel 1947, con la fine del dominio inglese in India, le isole furono incorporate all'Unione Indiana e oggi si cerca di valorizzare, anche turisticamente, questo piccolo paradiso.

La Chiesa

Quando sono arrivato a Port Blair, subito dopo il Natale dello scorso anno, c'era una forte tensione nella comunità cattolica. E me ne sono accorto fin dall'aeroporto, quando la polizia mi ha fatto obiezioni per risiedere presso il vescovo. Ho dovuto insistere che si trattava di un amico che mi aveva invitato e alla fine l'ho spuntata. Il vescovo, mons. Alex Dias, mi ha spiegato poi la situazione.
Pochi giorni prima di Natale, p. John Peter, un giovane sacerdote indiano, molto zelante, cappellano della comunità indiana di lingua tamulica, era stato aggredito di notte in camera sua e lasciato mezzo morto sul pavimento in un lago di sangue. L'aggressione era una minaccia: "Questa volta ti abbiamo ferito, la prossima volta ti ammazzeremo. Non avvicinare gli hindu, non tentare di convertire la gente", diceva con chiarezza un foglietto lasciato per terra dagli assalitori.
"È stata una triste sorpresa per tutti noi - mi dice mons. Dias -, perché episodi di intolleranza e fondamentalismo finora si erano verificati nel nord dell'India, ma le nostre isole non erano state toccate. Qui le varie comunità, anche religiose, sono vissute insieme pacificamente. Questo episodio ha creato notevoli tensioni e ci fa paura per il futuro".
Ma perché tanto accanimento contro una minoranza cattolica, apparentemente insignificante? Probabilmente è il dinamismo di questa Chiesa e il suo impegno nel sociale a provocare la reazione di gruppi estremisti, "che sono pochi - continua il Vescovo - ma capaci di creare scompiglio".
La situazione dei 30mila cattolici di queste isole ne rispecchia la geografia: un mosaico di gruppi etnici, che parlano lingue diverse, hanno culture diverse, origini sociali differenti, ma sono uniti dall'unica fede in Cristo. La diocesi, che comprende tutto l'arcipelago, è recente: fu eretta da Giovanni Paolo II il 18 agosto 1985 con la nomina di un missionario di Port Blair a primo vescovo nella persona di mons. Alex Dias, che allora aveva appena 41 anni.
"Io direi che la Chiesa delle Andaman e Nicobar - dice il vescovo rispondendo a una mia precisa domanda - è molto speciale, perché abbiamo gente venuta dall'India che si è stabilita qui con la sua cultura e le sue tradizioni; si è poi messa in contatto con la popolazione locale dando vita a una nuova cultura che è tipica delle isole e che ha l'hindi come lingua principale, anche se si parlano molte altre lingue. Come Chiesa cerchiamo di assistere tutti con la nomina di cappellani che parlano la lingua dei diversi gruppi e ne conoscono la cultura. Il problema più grave è la scarsità di preti e di religiosi che ci impedisce di provvedere adeguatamente alle necessità di una popolazione sparsa in isole e isolette talvolta difficili da raggiungere".
La struttura della diocesi comprende 10 parrocchie con due sacerdoti residenti in ognuna di esse. Da qui viene svolto il lavoro pastorale in decine di "stazioni missionarie", una specie di "missione itinerante", in un clima caldo e umido, con mezzi di trasporto spesso di fortuna. Tutto questo rende il lavoro più difficile e duro. I missionari devono talvolta attraversare a piedi la giungla per raggiungere le piccole comunità disperse nella foresta. Ciò comporta anche il rischio di sentirsi arrivare addosso qualche freccia avvelenata, soprattutto se si viaggia nel territorio dei Jarawa, una tribù indigena ancora molto primitiva che non vuole intrusi nella sua zona.
"La Chiesa cattolica in queste isole - continua ancora mons. Alex Dias - porta avanti la sua missione per lo sviluppo integrale della persona umana. La sua attività non si limita all'aspetto religioso, ma si estende al campo educativo, sanitario, culturale, tecnico e sociale". Numerose, infatti, sono le scuole cristiane, i dispensari per i poveri e gli ammalati, le iniziative per la promozione della donna mediante corsi di taglio, cucito, economia domestica, scuola di dattilografia, ecc. Il centro di irradiazione è Port Blair, dove risiede il vescovo, che ha a sua disposizione 32 preti e 50 suore appartenenti a otto congregazioni religiose diverse. "Ci vorrebbe ben altro - aggiunge sospirando - per un territorio così disperso!".
Dal punto di vista strettamente religioso si fa leva sulla formazione cristiana mediante una solida e approfondita catechesi che serva a promuovere, conservare e approfondire la fede in vista di una testimonianza cristiana efficace di fronte al mondo non cristiano. Il perno di questa azione sono i catechisti e i collaboratori laici.

Tra esclusione e integrazione

Nelle isole ci sono anche altri gruppi cristiani, ma esiste, domando al Vescovo, un dialogo interreligioso ed ecumenico? "Sì - risponde - abbiamo incontri regolari con le comunità cristiane non cattoliche. Per esempio, durante il Giubileo abbiamo organizzato incontri di preghiera ogni mese, sempre in una chiesa diversa. Ogni anno, il 23 dicembre, in preparazione al Natale, facciamo una processione con la partecipazione dei fedeli di tutte le confessioni cristiane: è diventata ormai una tradizione che riscuote grande successo e suscita molto entusiasmo".
E le relazioni con la maggioranza della popolazione che pratica l'induismo? "Con gli hindu - continua - i rapporti fino ad ora siano stati abbastanza buoni. Anche se non abbiamo avuto forme di dialogo ufficiali, per così dire, ogni tanto gli hindu ci invitano a fare qualche discorso nei loro templi. Lo scorso anno io stesso sono stato invitato a parlare nel tempio che sta qui vicino alla nostra casa e sono stato accolto bene. Sono convinto che episodi come quello accaduto prima di Natale a p. John Peter sia opera di piccoli gruppi di fondamentalisti. E mi auguro che la maggioranza degli hindu reagisca in modo deciso per bloccare queste intimidazioni che violano la libertà di religione".
Quando ho lasciato Port Blair per tornare in India e poi in Europa, le due inchieste avviate dalla polizia e dalla magistratura sull'aggressione a p. John Peter erano ancora in corso. La speranza è che si faccia luce con chiarezza e onestà, anche se nella comunità cattolica c'è molto scetticismo: si teme che tutto venga insabbiato e i colpevoli lasciati in libertà, come è avvenuto in tanti altri casi nell'India settentrionale.


Giuseppe Bellucci



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