torna al sommario
 Aprile 2001 - Cultura, culture

Incontro con lo scrittore guatemalteco Dante Liano
La scrittura, la vita, il dolore
Una mattina, a bordo della sua Ford Galaxy, il tenente Carlos García sta attraversando il quartiere Montserrat di Città di Guatemala, quando si imbatte nel cadavere di un uomo. Un fatto per nulla straordinario nelle vie della capitale di uno Stato centroamericano in guerra da sempre. Eppure il volto di quell'uomo assassinato è noto al militare che finirà per trovarsi implicato in una strana faccenda.

Inizia in modo intrigante L'uomo di Montserrat (Sperling & Kupfer, pp. 130, L. 22.000), l'ultimo romanzo di Dante Liano, scrittore guatemalteco e docente di letteratura ispano-americana a Milano. Un romanzo d'azione che racconta il Guatemala degli anni della guerra civile.
Di Dante Liano in Italia era già stato pubblicato Il mistero di San Andrés, un romanzo storico dove il Guatemala veniva raccontato attraverso due vite parallele: quella di Benito, un indio, che guiderà la rivolta degli abitanti del suo villaggio, e quella di Roberto, un ladino, di professione giornalista.
Quando Roberto si reca in carcere per intervistare Benito sui tragici fatti di San Andrés, si rende conto di aver vissuto in prestito in un Paese d'altri :"Roberto capì di aver vissuto tutta la sua vita in un Paese straniero. Anzi, di essere lui, nato sulla costa, un estraneo in quel mondo fratturato di ladinos chiusi fino al fanatismo e di indios che nessuno conosceva davvero. Sulla costa gli indios erano una massa di estranei che scendevano stagionalmente, come le piogge, come le zanzare, come gli sporadici terremoti che riflettevano il timore dei vulcani. Erano prestati al paesaggio, venivano con tutto il loro ciarpame e tutta la famiglia, ma poi sparivano".
Abbiamo incontrato Liano, che ci parla della sua vita e dei suoi libri.

Come è nata l'idea di scrivere Il mistero di San Andrés?
Dalla mia esperienza personale, perché provengo da una cultura nella quale sono presenti queste due componenti: da una parte una forte presenza india, dall'altra la cultura ispano-occidentale. A un certo punto della mia vita mi sono reso conto che convivevano in me tutte e due, provocando però un certo conflitto. E l'unica forma che conosco per risolvere i miei conflitti è quella di raccontare una storia. Così ho inventato i due protagonisti, Benito e Roberto, e nel narrare le loro vicende sono riuscito a capire meglio quello che sono io e la mia cultura. Il mio rapporto con il Guatemala resta conflittuale. Ho un grande amore per questo Paese, ma non posso non vederne i difetti. Un po' come la Sicilia per Sciascia. Uno scrittore non può restare indifferente al luogo in cui è nato, ma l'interesse deve manifestarsi in lui attraverso una visione radicalmente critica".

Roberto e Benito rappresentano due mondi divisi che si incontrano solo nel finale. Nel Guatemala di oggi è ancora così?
Assolutamente no. Il romanzo è ambientato negli anni Quaranta e da allora molte cose sono successe, anche perché gli indios, attraverso esperienze dolorose, hanno acquisito la consapevolezza di poter essere protagonisti della loro storia. Basti pensare alla straordinaria vicenda di Quetzaltenango, la seconda città del Guatemala, che ha un sindaco maya. Questo era impensabile fino a qualche anno fa. In tutta l'America Latina in questo momento troviamo una strana convivenza tra tradizione e modernità.

Anche L'uomo di Montserrat nasce dalla sua esperienza personale?
Mia sorella si è sposata male. "Sposarsi male", in Guatemala, per molta gente significa sposarsi con un militare. Il militare protagonista del romanzo si ispira un po' a quel mio cognato che, quando veniva ai pranzi di famiglia, portava la pistola e faceva discorsi violenti. L'uomo di Montserrat apparentemente sembra un poliziesco, un thriller, in realtà appartiene al filone del realismo sociale. In America Latina molti ricorrono al genere poliziesco, perché è un modo di raccontare la realtà senza essere noiosi.

Quali sono i suoi modelli letterari?
Senz'altro Miguel Angel Asturias, premio Nobel nel 1967 e grande giocoliere del linguaggio. Ha descritto un Guatemala infernale e barocco, ma soprattutto ha realizzato la sintesi tra la tradizione maya, indigena e autoctona, e la cultura occidentale. Un'operazione importante, perché ha fondato la letteratura americana contemporanea. Ma dopo Asturias, credo che la strada da percorrere sia quella di entrare in profondità nel mondo indio, non fuori da noi, ma dentro a noi. L'America Latina è un continente complesso che ospita diverse anime dentro di sé e forse la sua ricchezza sta proprio nella difficoltà che incontriamo quando tentiamo di spiegarla. Si scrive, si dipinge, si fanno film, ma non si riesce mai a raccontarla del tutto.

Lei vive in Italia da vent'anni. Quali sono gli scrittori italiani più significativi?
Eugenio Montale per la raffinatezza espressiva, poi Cesare Pavese per il ritmo della narrazione. Invidio profondamente l'arte narrativa di Leonardo Sciascia. Una scrittura cristallina ed elegante. Un giorno vorrei scrivere un romanzo con la brevità e la leggerezza di quelli di Sciascia.

Però all'inizio de L'uomo di Montserrat troviamo una citazione di Primo Levi da I sommersi e i salvati: "Il mare di dolore, passato e presente, ci circondava, ed il suo livello è salito di anno in anno fino quasi a sommergerci (...). Non ci era possibile, né abbiamo voluto, essere isole"...
Quando ho letto Primo Levi ho ritrovato la storia del mio Paese. Una scrittura, quella di Levi, mai gratuita, superficiale, istantanea. I suoi romanzi nascono da una sofferenza profonda di fronte all'uomo calpestato, da una richiesta assoluta di risposte davanti all'atroce storia del XX secolo.


Emanuele Rebuffini



torna su

 


Indietro