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 Aprile 2001 - Rubriche

Il libro del mese
    Michel e Colette Collard-Gambiez
    UN UOMO CHE CHIAMANO CLOCHARD
    Edizioni Lavoro - Esperienze - Macondo Libri, Roma, 2000
    pp. 385, L. 30.000

Il volto del povero

È difficile definire un libro come quello dei coniugi Collard-Gambiez: commovente testimonianza personale, dettagliata analisi sociologica, profonda riflessione sul senso della povertà, forte e, in qualche modo, inquietante richiamo su che cosa significa vivere integralmente il Vangelo. Il libro è in realtà tutte queste cose insieme, e molto di più.
Nel 1983 Michel, allora frate francescano, decide insieme a un confratello di condividere nella sua interezza la vita dei senzacasa di Parigi, Bruxelles e altre città. Nel 1992, dopo aver lasciato l'Ordine, prosegue il cammino con Colette - diventata nel frattempo sua moglie -, a sua volta fondatrice di una comunità a favore dei senza dimora.
Con grande delicatezza e senza concessioni alla retorica viene descritta la quotidianità di chi vive in estrema povertà, fatta di stenti, rifiuti, piccole e grandi miserie: dall'impresa di trovare un luogo dove poter dormire qualche ora senza essere scacciati, al freddo trattamento riservato nei centri di assistenza notturna, dall'indifferenza dei passanti alle prepotenze degli altri poveri. Ma, pur sprofondati in un abisso di miseria che non si vuole in alcun modo edulcorare, i due protagonisti rintracciano segnali di speranza, di fiducia, di amore: piccoli gesti, sguardi, parole che, offerti o ricevuti, hanno il potere di lenire per un momento sofferenze e solitudini apparentemente senza via d'uscita. Colpiscono il realismo e la durezza del racconto, unica strada del resto per abbattere luoghi comuni ancora ben radicati nella nostra cultura: "Il "clochard" felice - scrive Michel - è un mito che diffondono gli incoscienti".
Le riflessioni degli Autori su nuove e vecchie povertà, le loro analisi sulle ingiustizie sociali alla base di tante vite perdute, già in sé condivisibili, suonano a maggior ragione convincenti per essere dedotte dalla piena condivisione della vita dei poveri, dal loro essersi messi, nel vero senso della parola, nei panni degli altri. A parlare non sono due operatori sociali, due sociologi, due religiosi; sono due persone che si sono fatte povere con i poveri, in tutto (anche se con questo non si vuole ovviamente sminuire il valore dei contributi delle categorie citate).
Alcune obiezioni sarebbero possibili: mentre la miseria è, nel caso dei clochard, una via obbligata e spesso il capolinea di un percorso di fallimenti, i due protagonisti si trovano sulla strada per scelta, con la possibilità di fuggirne in qualunque momento, e sono animati inoltre da motivazioni e risorse interiori ben diverse dai loro compagni. Quale, inoltre, ci si potrebbe chiedere, l'utilità di una simile esperienza? Ecco la risposta dei due coniugi: "Noi vorremmo invitare a un atteggiamento contemplativo. Non c'è comunione senza contemplazione, senza un profondo raccoglimento in se stessi, senza un rispettoso riconoscimento della diversità dell'altro, senza riconciliazione, infine, con la povertà. [...] Mai abbiamo voluto essere due senzacasa in più. Non abbiamo fatto la nostra scelta per "fare come" o per "giocare" a fare il povero. Se ci troviamo sulla strada è per vivere un incontro che sia creatore di umanità. Noi vogliamo essere artigiani di relazioni umane. Se ci troviamo sulla strada, è per vivere un incontro che sappia restaurare tra il povero e il mondo un legame perduto e deteriorato. Per essere un ponte tra mondi che si ignorano, si respingono, si disprezzano".


Stefano Femminis



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