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Scoppia un fattaccio di marca terroristica, con conseguenze tragiche in vittime umane, nel Vicino Oriente? Subito si pensa a una strategia, a un "Grande Vecchio". Chi sta dietro l'assalto a un'ambasciata americana? Chi dietro l'attentato a un pulmino di ragazzi ebrei che si recano a scuola? Chi dietro un autobus in servizio di linea che si scaraventa contro soldati israeliani ai margini della strada? Chi dietro la bomba che fa strage sulla piazza del mercato a Gerusalemme? La pista islamica sembra la più probabile, in molti casi. Ma i gruppi islamici estremisti sono parecchi e non è facile verificarne l'identità, nemmeno quando rivendicano la paternità degli attentati.
Ormai un nome rimbalza in tutto il mondo: Osama ben Laden, divenuto personaggio mediatico planetario da quando s'è conquistato la dignità di "numero uno" del terrorismo mondiale. Così ritiene il Dipartimento di Stato americano, che lo giudica finanziatore e organizzatore di campi di addestramento terroristico, con fini destabilizzatori. Insomma il "cervello" di un fenomeno che non può non preoccupare.
L'idea che regge il pensiero e l'azione di Ben Laden è il fondamentalismo sunnita. Ne è diventato un "crociato", spingendosi anche a criticare il comportamento della famiglia reale saudita (tradizionale custode dei luoghi santi dell'islam ma che nel 1992 gli ha tolto la cittadinanza), giudicata "infedele all'ideale islamico".
Il fondamentalismo religioso spiegherebbe l'emergere rapido della sua figura da quando, era 1979, egli s'è arruolato nella "guerra santa" contro l'invasore sovietico in Afghanistan e ha posto i suoi mezzi a servizio dei "fratelli afghani".
E non c'è che dire, i mezzi sono tanti. La ricchezza gli viene dalla famiglia. Il padre era intimo dei reali yemeniti e dirigeva una delle più importanti imprese edilizie del Medio Oriente. Il fratello Yashem è alla testa della Sico (Saud invest company). Ma la forza economica dell'imprenditore Ben Laden gli deriva da un reticolo di società sparse nel mondo che trattano di tutto, compresa, si dice, la droga che verrebbe da Afghanistan e Pakistan. Gli vengono attribuite azioni in Bosnia, Cecenia, Filippine, Sudan, Algeria, l'attentato all'incrociatore americano "Cole" e quello sventato all'ambasciata americana a Roma. Ovviamente Ben Laden ha le sue lunghe mani: l'organizzazione Al Qaida, la "base" responsabile degli attentati in Africa, e strumentalizza i suoi "shahid", pronti a morire per l'islam.
Nel tempo si è adattato a politiche diverse. In funzione ostile ai sovietici invasori dell'Afghanistan è inizialmente alleato degli americani, protetto dalla polizia statunitense e appoggiato dalla Cia. Ma dal 1986 inizia la fase antiamericana. Ben Laden diventa esule: allontanato dall'Arabia per l'avversione con i reali sauditi, espulso dal Sudan per la pressione americana, accolto in Afghanistan, dove come sesta moglie sposa la sorella di Mohammed Omar, capo dei taleban, fondamentalisti come lui. È perseguito dagli americani che accusano gli afghani di offrire basi sicure alla sua attività terroristica, fornita addirittura di mezzi militari tra i più sofisticati come i missili Stinger, oltre che di volontari arabi per combattere a fianco dei taleban.
La protezione dei taleban finora è stata efficace, anche se Ben Laden è sfuggito a non pochi attentati. Certo, si sente sicuro se, ancora poco tempo fa, in un'intervista concessa alla radio britannica ha dichiarato: "Penso che i più grandi ladri e i più grandi terroristi sono gli americani. Il solo mezzo di proteggerci dai loro assalti è di riccorrere agli stessi mezzi. Noi non facciamo nessuna differenza tra coloro che indossano l'uniforme e i civili. Sono tutti possibili bersagli".
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