torna al sommario
 Aprile 2001 - Editoriale

Nessun uomo è "senza terra"

"Ricordati che Gesù Cristo, della stirpe di Davide, è risuscitato dai morti" (2 Tim 2,8). Raccomandando a Timoteo di non perdere mai di vista il mistero pasquale, l'apostolo Paolo in realtà evidenzia il paradosso della vita cristiana. Il cristiano è, nello stesso tempo, cittadino della Terra e cittadino del Cielo; lavora con tutto l'impegno a costruire la Terra, ma attende "nuovi cieli e una terra nuova, nei quali avrà stabile dimora la giustizia" (2 Pt 3, 13).

Viene da qui la domanda che molti anche oggi si pongono di fronte all'annuncio della Risurrezione: come può la fede nel Cielo tradursi in crescita della Terra? Come può la fede nella vita futura, che è una conoscenza di natura religiosa e non scientifica, illuminare e orientare le scelte della vita terrena, anche quelle sociali, politiche ed economiche?
Ebbene, l'invito di san Paolo a tenere lo sguardo rivolto al Cielo non è affatto un invito a evadere dalla Terra. Certo la luce che Cristo, risorgendo dai morti, getta sul futuro dell'uomo e dell'umanità non offre alcuna conoscenza nuova sul piano della ricerca scientifica o delle scienze naturali. Tuttavia, il sapere che gli sforzi e i sacrifici di oggi non sono destinati a finire nel nulla, ma che "tutta la sofferenza che c'è nel mondo non è il dolore dell'agonia, bensì quello del parto" (Paul Claudel), è un incentivo formidabile a lavorare con lena per rendere migliore la Terra, per edificare una umanità più fraterna e più giusta.
Perciò, "ricordarsi che Gesù Cristo è risuscitato dai morti" comporta che il cristiano non solo non fugga dal mondo, ma si impegni appassionatamente per una Terra nuova, anche se essa si realizzerà pienamente alla fine dei tempi; lotti senza scoraggiarsi mai degli insuccessi, perché è necessario passare attraverso umiliazioni e prove per entrare nella gloria (cfr Lc24, 26); non si esalti dei successi, perché essi sono soprattutto opera del Risorto: "Senza di me non potete far nulla" (Gv 15, 5).
Nello stesso tempo, il cristiano scorge la potenza della Risurrezione anche nei più piccoli atti d'amore e di solidarietà, da chiunque siano posti e da qualsiasi parte provengano, perché dove c'è amore lì c'è Dio. Alla luce del Cristo risuscitato dai morti, ogni piccolo atto di fraternità, compiuto in Terra, s'iscrive in Cielo; ogni passo fatto insieme agli uomini di buona volontà per edificare la civiltà dell'amore, per quanto piccolo, non è mai inutile, poiché "i beni, quali la dignità dell'uomo, la fraternità e la libertà, e cioè tutti i buoni frutti della natura e della nostra operosità, dopo che li avremo diffusi sulla Terra nello Spirito del Signore e secondo il suo precetto, li ritroveremo poi di nuovo, ma purificati da ogni macchia, ma illuminati e trasfigurati, allorquando Cristo rimetterà al Padre il Regno eterno e universale" (Gaudium et spes, n. 39).
Ecco dunque il paradosso cristiano. "Cristo, della stirpe di Davide, risuscitato dai morti" ricorda a tutti che al Cielo si va attraverso la Terra. Proprio per questo, la Terra - che è di Dio - è stata affidata agli uomini. La Terra è di tutti, perché il Cielo è di tutti. Non vi può essere un solo uomo "senza terra", perché tutti indiscriminatamente siamo destinati al Cielo.


Bartolomeo Sorge


torna su

 


Indietro