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Accettiamo lo straniero che è in noi
Azouz Bégag è uno dei più interessanti scrittori contemporanei di lingua francese. Sociologo e romanziere, molto apprezzato in Spagna e Germania, ma poco conosciuto in Italia, Bégag è nato in Francia nel 1957 da genitori algerini. Ha trascorso l'infanzia nel Chaâba, una bidonville di Lione, e l'adolescenza in un quartiere-dormitorio. Oggi Bégag ha all'attivo una trentina di pubblicazioni, tra saggi sociologici, romanzi e racconti per ragazzi, come per esempio Ladri di libri, apparso in Italia presso l'editore Sonda. Al centro della sua attenzione c'è soprattutto la questione dell'identità dei beurs, i giovani d'origine maghrebina, divisi tra due culture, fra tradizione e modernità, esposti all'esperienza del razzismo e dell'emarginazione. Bégag ha raccontato la sua infanzia nel romanzo Le gone du Chaâba (Le Seuil), che il regista Christophe Ruggia ha trasformato in un film dolce e amaro, tenero e scomodo, dove i giovani protagonisti, per la prima volta sullo schermo, si rivelano di una bravura stupefacente. Lo abbiamo incontrato al Centro italo-arabo Dar al Hikma di Torino, in occasione di un convegno promosso dal Premio Grinzane Cavour e dal Centre Culturel Français.
Le gone du Chaâba (Il marmocchio di Chaâba), racconta un pezzo misconosciuto della storia della Francia. Che differenza c'è tra gli immigrati di allora e la generazione dei loro figli a cui Lei appartiene?
La differenza tra me, che sono nato in Francia e sono francese, e mio padre, che arrivò a Lione nel 1948, sta nel fatto che lui non faceva altro che ripetere: "Ritorneremo in Algeria non appena avremo trovato il denaro". Nella testa di quegli immigrati c'era il "mito del ritorno", che ha impedito ai miei genitori di imparare la lingua. Sono rimasti impermeabili alla cultura francese. Vivono in Francia da 50 anni, credono di parlare francese, ma non è così, perché adoperano un cocktail di parole arabe, berbere e francesi. Le bidonville erano un mondo a parte dove le famiglie vivevano come se fossero ancora in Algeria. L'unico contatto con il mondo esterno era rappresentato dalla scuola. Proprio grazie alla scuola la Francia è riuscita a entrare dentro queste vere e proprie enclave etniche. Omar, il protagonista del mio romanzo, impara in Francia a dire "io", mentre nella cultura maghrebina c'è solo posto per il "noi". Omar paga la sua voglia di imparare il francese e di leggere i libri. Quando un individuo di un gruppo minoritario vuole essere simile al gruppo maggioritario subisce un'enorme violenza e il suo gruppo originario si opporrà sempre al suo successo. Il veicolo più importante per l'integrazione è la lingua. È stata la lingua a fare di noi dei francesi.
La chiave dell'integrazione è dunque la scuola?
Mio padre e mia madre erano analfabeti, io oggi sono uno scrittore. Mio padre a causa del "mito del ritorno" non si è mai voluto inserire nella società francese. Diceva che chi tiene la bocca chiusa non rischia di ingoiare le mosche. Aveva paura di mostrarsi. Io non ho paura né di parlare né di mostrarmi. Vogliamo essere visibili, vogliamo partecipare. Abbiamo un ruolo molto importante da svolgere nella società francese, soprattutto nelle periferie dove sono concentrate le famiglie immigrate. Dobbiamo spingere i ragazzi ad andare a scuola, perché la differenza più importante tra ricchi e poveri non è il denaro, ma la cultura. I ricchi conoscono l'indirizzo della biblioteca, hanno a casa libri, nelle loro famiglie si leggono i giornali. La conoscenza della lingua è uno strumento fondamentale per sconfiggere il razzismo. La lingua è l'ambasciatrice della mia immagine. Se parlo perfettamente francese o italiano nessuno vorrà sapere da dove vengo. Perché quando si impara la lingua francese, non si imparano solo le parole, ma ci si veste della cultura francese, si diventa francesi.
Eppure c'è chi dice che ai figli degli immigrati si deve insegnare la cultura di appartenenza...
Non ha senso dire che ai figli degli immigrati si deve insegnare la cultura e la lingua dei genitori. I miei genitori erano contadini e analfabeti. La loro cultura non era certo quella dei principi sauditi. Che cosa è oggi la cultura araba? La cultura berbera o l'arabo classico? La lingua che usano i contadini o quella che si parla in città? L'insegnante deve cercare di valorizzare la fiducia dell'allievo in se stesso, l'autostima, fargli capire che conosce cose della sua storia, certo, ma soprattutto fargli capire che ha un proprio ruolo. Oggi il veicolo più potente per l'integrazione più che la scuola è l'economia. Sono i soldi che permettono di essere riconosciuti, i soldi sono un argomento superiore al razzismo. I soldi stanno diventando un'ossessione per gli immigrati che vogliono diventare ricchi a tutti i costi. Gli immigrati non sono altro che lo specchio ambulante in cui si riflettono i malfunzionamenti della società ospite. L'integrazione è possibile solo se si riesce a creare una memoria collettiva. In Francia abbiamo creato questa memoria attraverso la letteratura, il cinema, il teatro, il calcio. Creare memoria è indispensabile per poter acquisire dignità. Un immigrato senza dignità e senza memoria è un pericolo per la democrazia. L'Italia deve capire che i figli degli immigrati che oggi stanno imparando l'italiano sono una grande risorsa, perché domani potranno diventare i migliori ambasciatori dell'Italia all'estero e costruire relazioni economiche e culturali con il Maghreb, l'America del Sud e l'Africa.
Il rischio, invece, è cogliere solo gli aspetti problematici dell'immigrazione.
Non esiste una società, una famiglia o una coppia che sia immune dai conflitti. Non si può chiedere agli immigrati di essere invisibili, inodori, muti come il Cavaliere inesistente di Calvino. L'identità di un Paese non è un qualcosa di fisso, ma è in perpetuo mutamento, cambia ogni giorno. È tipico dei fascisti eliminare ogni dubbio e invitare a combattere gli "intrusi". Un uomo democratico, invece, è una persona che ha dubbi e per questo riesce ad accettare ciò che è diverso da sé. I dubbi aiutano a coltivare la tolleranza. Le certezze e il nazionalismo sono il contrario della democrazia e della tolleranza.
Come sconfiggere la paura dell'altro?
Io non sono del tutto algerino, ma non sono neppure del tutto francese. Abito sulla frontiera. La frontiera da sempre è un pericolo, la paura è la causa del ripiegamento identitario. Pensiamo all'industria turistica. I turisti vengono portati in Tunisia, stanno per due settimane in un villaggio, parlano francese, mangiano francese, poi tornano a casa e dicono di essere stati in Tunisia, ma in realtà sono rimasti in Francia. Hanno fatto un viaggio senza rischi. Viaggiare senza assumersi rischi significa non viaggiare. L'"altro", lo straniero, è colui che ci spinge a passare la frontiera, è colui che ci costringe ad assumerci il rischio del cambiamento. L'"altro" è un nemico solo per colui che non lo conosce. Tutto ciò che l'uomo ignora è fonte di paura. Se vogliamo combattere il razzismo, si deve combattere la paura che nasce dall'ignoranza. Lavorare soprattutto sui bambini, perché domani siano adulti con meno paure.
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