torna al sommario
 Ago-Set 2001 - Rubriche

Cultura, culture
Scrittori maghrebini, promotori di dialogo


1 - Parla il romanziere marocchino Tahar ben Jelloun

Denuncia, coscienza e memoria

Marocco, 10 luglio 1971. Un gruppo di giovani ufficiali organizza un colpo di Stato per deporre re Hassan. Il golpe fallisce e i responsabili vengono "sotterrati" nella terribile prigione di Tazmamart. Un girone infernale, una galera senza luce, lunga tre metri e alta poco più di un metro e mezzo, dove non è possibile stare in piedi. Aziz è uno di quei prigionieri. Uno dei pochi a riuscire a sopravvivere per diciotto anni in quel buio assoluto. Quando viene liberato, grazie alle pressioni dell'opinione pubblica internazionale, è un uomo piegato, non può più stare in piedi, deve essere trasportato su un materasso. Tahar ben Jelloun ha incontrato Aziz, ha ascoltato il suo racconto e lo ha trasformato in un libro di rara intensità e bellezza. Il libro del buio (Einaudi) racconta quell'"accecante assenza di luce" (come recita il titolo francese) durata quasi vent'anni. Racconta la storia di un uomo che, giorno dopo giorno, lentamente, tenta di salvare la propria individualità. Un romanzo di grande e dignitosa sofferenza, che testimonia la capacità dell'uomo di essere più forte della violenza dell'uomo. Non è un reportage, non è cronaca, perché ben Jelloun è intervenuto sulla realtà per trasformarla in invenzione, è partito dalla materia autentica per farla diventare altra cosa, per farla diventare letteratura. Il libro del buio, che in Francia ha suscitato aspre polemiche, racconta un momento della storia del Marocco, un Paese in cui si sta affermando un sistema di garanzie democratiche finalmente credibili e che non deve cancellare la propria memoria, come i bulldozer hanno cancellato la prigione di Tazmamart per eliminare ogni prova della sua esistenza.

Come definire questo suo ultimo romanzo?
È un romanzo sulla condizione umana. Racconta dell'uomo quando si trova in una situazione estrema, quando la dignità non esiste più. Non importa quello che quei condannati hanno fatto. Con il loro colpo di Stato hanno commesso azioni terribili e ucciso innocenti, ma quello che mi interessava capire era perché il Marocco non abbia voluto agire secondo giustizia, perché abbia voluto vendicarsi su quegli uomini. Non c'è stata giustizia, ma solo vendetta. Mi sono messo nella pelle di un uomo che praticamente si trovava in una tomba. Ho chiuso gli occhi, ho immaginato, ho cercato di indovinare che cosa potesse fare per resistere. E proprio scrivendo mi sono reso conto che la forza dello spirito è molto importante per lottare contro la barbarie fisica. Credo che questa nozione di "resistenza spirituale" sia il centro del libro. È una sorta di elogio della spiritualità contro la barbarie, perché la spiritualità è più forte di ogni prigione.

Come è nata l'idea di scrivere questo romanzo?
È stato Aziz a chiedermi di scrivere la sua storia, altrimenti non l'avrei fatto. Suo fratello è anche lui uno scrittore, ma si sentiva troppo coinvolto. Quando ho incontrato Aziz a Marrakech era insieme al figlioletto di sette anni. Viveva solo per quel bambino. Allora mi sono detto che dovevo scrivere questo libro, affinché quel bambino potesse conoscere che cosa era successo a suo padre. Ho pensato ai miei figli e mi sono chiesto: chi racconterà loro la storia del Marocco? Così è nato Il libro del buio e scrivendolo credo di aver fatto il mio dovere di scrittore e di cittadino.

Perché un romanzo e non un libro-testimonianza?
Quello che racconto è successo veramente, ma al tempo stesso è tutto inventato. Perché la finzione? Perché questa ha la capacità di toccare le emozioni della gente meglio di una cruda testimonianza. Le vicende e gli orrori più terribili li troviamo dentro la letteratura. Pensiamo ai lager raccontati da Primo Levi o ai gulag di Solzenitsin. La letteratura ha un potere che la realtà non possiede. Le cose più terribili non le incontriamo forse nei romanzi di Dostoevskij e di Kafka? Il ruolo di uno scrittore, soprattutto di uno scrittore del Sud, non è testimoniare, ma reinventare la realtà attraverso la sua immaginazione soggettiva.

Ma di fronte all'orrore della dittatura, a cosa serve la letteratura?
Non ho mai pensato che la letteratura possa avere molto potere, ma dopo aver scritto questo libro ho cambiato opinione. Ho capito che la letteratura in realtà può essere utile. Non nel senso che possa cambiare la società, o fare rivoluzioni, ma credo che sia in grado di partecipare all'evoluzione delle mentalità e soprattutto donare ai giovani una parte di questa memoria così terribile. Scrivendo questo libro anch'io sono stato male. Avevo la febbre, i sudori, e il libro è stato come una sorta di esorcismo per la mia stessa coscienza.

Perché in Francia è stato accolto da forti polemiche?
Sul piano letterario l'accoglienza è stata entusiasta, ma sul piano politico ha dato adito a una sorta di "regolamento di conti". Forse perché la Francia è un Paese in cui mal si sopporta il successo degli altri, soprattutto quando questi altri sono stranieri. Articoli diffamanti sono apparsi su Figaro e su Libération dove venivo accusato da dare lezioni sul razzismo dall'alto delle mie 400mila copie vendute. Ma la polemica non mi interessa, mi interessa la letteratura. Ho voluto parlare di un'epoca nera del Marocco, degli anni della repressione, e l'ho fatto non certo per "sporcare" l'immagine del mio Paese d'origine, ma, al contrario, come omaggio al nuovo re, Mohammad VI, che ha avuto il coraggio di aprire i dossier relativi al regno di suo padre, anche quelli più terribili, affinché i marocchini possano conoscere la storia di quel periodo prima che si volti davvero pagina. Il nuovo re ha anche indennizzato le vittime della repressione e i loro familiari. Il libro del buio appartiene alla memoria del mio Paese e spero possa servire a stimolare le coscienze.

Dunque ha fiducia nel nuovo corso intrapreso da Mohammad VI?
La cosa più importante è che il nuovo sovrano si sta dimostrando davvero moderno e democratico: vuole fare del Marocco qualcosa di diverso da quello che ne fece suo padre. Però è costretto alla prudenza, perché è difficile cambiare le cose laddove c'è un minaccioso movimento islamico. Ancora oggi è l'esercito che governa il Paese, e il re non può toccare l'esercito. Per questo il Marocco necessita dell'aiuto dell'Unione Europea per decollare e poter vivere in democrazia. Le mentalità non cambiano velocemente, necessitano di tempo e di risultati economici concreti.

Che cosa ama di più e che cosa invece vorrebbe cambiare della cultura tradizionale marocchina?
Delle nostre tradizioni amo l'ospitalità, la solidarietà e anche il fatto che il tempo viene considerato in modo diverso rispetto all'Occidente. Che cosa invece dovrebbe cambiare? Sempre il nostro rapporto con il tempo, perché abbiamo bisogno di rigore. Ma soprattutto mi piacerebbe che finalmente nel mio Paese venisse riconosciuto l'individuo. Se si riconosce l'individualità, allora anche la condizione della donna marocchina può davvero cambiare.


Emanuele Rebuffini



2 - Incontro con l'autore algerino Azouz Bégang

Accettiamo lo straniero che è in noi

Azouz Bégag è uno dei più interessanti scrittori contemporanei di lingua francese. Sociologo e romanziere, molto apprezzato in Spagna e Germania, ma poco conosciuto in Italia, Bégag è nato in Francia nel 1957 da genitori algerini. Ha trascorso l'infanzia nel Chaâba, una bidonville di Lione, e l'adolescenza in un quartiere-dormitorio. Oggi Bégag ha all'attivo una trentina di pubblicazioni, tra saggi sociologici, romanzi e racconti per ragazzi, come per esempio Ladri di libri, apparso in Italia presso l'editore Sonda. Al centro della sua attenzione c'è soprattutto la questione dell'identità dei beurs, i giovani d'origine maghrebina, divisi tra due culture, fra tradizione e modernità, esposti all'esperienza del razzismo e dell'emarginazione. Bégag ha raccontato la sua infanzia nel romanzo Le gone du Chaâba (Le Seuil), che il regista Christophe Ruggia ha trasformato in un film dolce e amaro, tenero e scomodo, dove i giovani protagonisti, per la prima volta sullo schermo, si rivelano di una bravura stupefacente. Lo abbiamo incontrato al Centro italo-arabo Dar al Hikma di Torino, in occasione di un convegno promosso dal Premio Grinzane Cavour e dal Centre Culturel Français.

Le gone du Chaâba (Il marmocchio di Chaâba), racconta un pezzo misconosciuto della storia della Francia. Che differenza c'è tra gli immigrati di allora e la generazione dei loro figli a cui Lei appartiene?
La differenza tra me, che sono nato in Francia e sono francese, e mio padre, che arrivò a Lione nel 1948, sta nel fatto che lui non faceva altro che ripetere: "Ritorneremo in Algeria non appena avremo trovato il denaro". Nella testa di quegli immigrati c'era il "mito del ritorno", che ha impedito ai miei genitori di imparare la lingua. Sono rimasti impermeabili alla cultura francese. Vivono in Francia da 50 anni, credono di parlare francese, ma non è così, perché adoperano un cocktail di parole arabe, berbere e francesi. Le bidonville erano un mondo a parte dove le famiglie vivevano come se fossero ancora in Algeria. L'unico contatto con il mondo esterno era rappresentato dalla scuola. Proprio grazie alla scuola la Francia è riuscita a entrare dentro queste vere e proprie enclave etniche. Omar, il protagonista del mio romanzo, impara in Francia a dire "io", mentre nella cultura maghrebina c'è solo posto per il "noi". Omar paga la sua voglia di imparare il francese e di leggere i libri. Quando un individuo di un gruppo minoritario vuole essere simile al gruppo maggioritario subisce un'enorme violenza e il suo gruppo originario si opporrà sempre al suo successo. Il veicolo più importante per l'integrazione è la lingua. È stata la lingua a fare di noi dei francesi.

La chiave dell'integrazione è dunque la scuola?
Mio padre e mia madre erano analfabeti, io oggi sono uno scrittore. Mio padre a causa del "mito del ritorno" non si è mai voluto inserire nella società francese. Diceva che chi tiene la bocca chiusa non rischia di ingoiare le mosche. Aveva paura di mostrarsi. Io non ho paura né di parlare né di mostrarmi. Vogliamo essere visibili, vogliamo partecipare. Abbiamo un ruolo molto importante da svolgere nella società francese, soprattutto nelle periferie dove sono concentrate le famiglie immigrate. Dobbiamo spingere i ragazzi ad andare a scuola, perché la differenza più importante tra ricchi e poveri non è il denaro, ma la cultura. I ricchi conoscono l'indirizzo della biblioteca, hanno a casa libri, nelle loro famiglie si leggono i giornali. La conoscenza della lingua è uno strumento fondamentale per sconfiggere il razzismo. La lingua è l'ambasciatrice della mia immagine. Se parlo perfettamente francese o italiano nessuno vorrà sapere da dove vengo. Perché quando si impara la lingua francese, non si imparano solo le parole, ma ci si veste della cultura francese, si diventa francesi.

Eppure c'è chi dice che ai figli degli immigrati si deve insegnare la cultura di appartenenza...
Non ha senso dire che ai figli degli immigrati si deve insegnare la cultura e la lingua dei genitori. I miei genitori erano contadini e analfabeti. La loro cultura non era certo quella dei principi sauditi. Che cosa è oggi la cultura araba? La cultura berbera o l'arabo classico? La lingua che usano i contadini o quella che si parla in città? L'insegnante deve cercare di valorizzare la fiducia dell'allievo in se stesso, l'autostima, fargli capire che conosce cose della sua storia, certo, ma soprattutto fargli capire che ha un proprio ruolo. Oggi il veicolo più potente per l'integrazione più che la scuola è l'economia. Sono i soldi che permettono di essere riconosciuti, i soldi sono un argomento superiore al razzismo. I soldi stanno diventando un'ossessione per gli immigrati che vogliono diventare ricchi a tutti i costi. Gli immigrati non sono altro che lo specchio ambulante in cui si riflettono i malfunzionamenti della società ospite. L'integrazione è possibile solo se si riesce a creare una memoria collettiva. In Francia abbiamo creato questa memoria attraverso la letteratura, il cinema, il teatro, il calcio. Creare memoria è indispensabile per poter acquisire dignità. Un immigrato senza dignità e senza memoria è un pericolo per la democrazia. L'Italia deve capire che i figli degli immigrati che oggi stanno imparando l'italiano sono una grande risorsa, perché domani potranno diventare i migliori ambasciatori dell'Italia all'estero e costruire relazioni economiche e culturali con il Maghreb, l'America del Sud e l'Africa.

Il rischio, invece, è cogliere solo gli aspetti problematici dell'immigrazione.
Non esiste una società, una famiglia o una coppia che sia immune dai conflitti. Non si può chiedere agli immigrati di essere invisibili, inodori, muti come il Cavaliere inesistente di Calvino. L'identità di un Paese non è un qualcosa di fisso, ma è in perpetuo mutamento, cambia ogni giorno. È tipico dei fascisti eliminare ogni dubbio e invitare a combattere gli "intrusi". Un uomo democratico, invece, è una persona che ha dubbi e per questo riesce ad accettare ciò che è diverso da sé. I dubbi aiutano a coltivare la tolleranza. Le certezze e il nazionalismo sono il contrario della democrazia e della tolleranza.

Come sconfiggere la paura dell'altro?
Io non sono del tutto algerino, ma non sono neppure del tutto francese. Abito sulla frontiera. La frontiera da sempre è un pericolo, la paura è la causa del ripiegamento identitario. Pensiamo all'industria turistica. I turisti vengono portati in Tunisia, stanno per due settimane in un villaggio, parlano francese, mangiano francese, poi tornano a casa e dicono di essere stati in Tunisia, ma in realtà sono rimasti in Francia. Hanno fatto un viaggio senza rischi. Viaggiare senza assumersi rischi significa non viaggiare. L'"altro", lo straniero, è colui che ci spinge a passare la frontiera, è colui che ci costringe ad assumerci il rischio del cambiamento. L'"altro" è un nemico solo per colui che non lo conosce. Tutto ciò che l'uomo ignora è fonte di paura. Se vogliamo combattere il razzismo, si deve combattere la paura che nasce dall'ignoranza. Lavorare soprattutto sui bambini, perché domani siano adulti con meno paure.


Emanuele Rebuffini


Una biblioteca multiculturale
Libri che insegnano a dialogare con tutto il mondo

Esiste solo dal novembre dello scorso anno, ma è già diventata un modello. La Biblioteca Multiculturale di Arese, provincia di Milano, è nata dalla collaborazione fra l'associazione Microcosmo, l'amministrazione comunale della cittadina lombarda e il Consorzio Sistema bibliotecario nord-ovest, con il patrocinio della Provincia di Milano. C'è voluto molto lavoro, ma ora la biblioteca è in piena attività, dopo essere partita con un patrimonio di 700 volumi scritti in più di 50 lingue: dal tibetano al tigrino, dallo spagnolo all'olandese, dall'aborigeno al lettone. Fiabe, leggende, miti: la biblioteca si propone di far conoscere ai lettori la ricchezza delle lingue del mondo. Oggi gli idiomi parlati nel pianeta sono circa 6mila, ma potrebbero dimezzarsi nel giro di 20 anni. Molti libri sono stati donati dagli stessi immigrati, oppure dai cittadini che, recandosi all'estero per un viaggio, non mancavano di portare un libro del Paese visitato. Oggi il nostro fondo conta un migliaio di volumi e il loro prestito è valido per il territorio nordoccidentale della provincia di Milano e, attraverso Microcosmo, anche oltre. Per favorire il dialogo abbiamo introdotto l'iniziativa "La valigia multiculturale": una serie di proposte di incontri di letture e laboratori per bambini e ragazzi fatti da persone originarie dei luoghi più lontani.

Rosy Yamashita



torna su

 


Indietro