|
Santino Spinelli, in arte Alexian, 37 anni, musicista e poeta, leader di un quartetto (Alexian Group) che sta iniziando a farsi apprezzare in Italia e all'estero, è la persona ideale per demolire gli stereotipi che ancora circondano il mondo degli zingari: elegante, cortese, ti incanta con una parlantina irrefrenabile e uno sguardo magnetico. Una persona "normale" dunque? Niente affatto. Il suo segreto sta proprio nel rifiuto di ogni assimilazione, intesa come perdita delle proprie radici. "Io sono la testimonianza - spiega - che esiste una terza possibilità. Per molti secoli i rom sono stati obbligati a scegliere tra il rinnegare se stessi e il rimanere nell'emarginazione totale. Ancora oggi ci sono zingari che hanno fatto carriera a patto di nascondere le proprie origini. Ma oggi aggrapparsi alle proprie radici è più che mai una necessità. Le dinamiche della globalizzazione tendono ad appiattire tutto, questo per noi rom vorrebbe dire scomparire".
Alexian non fa mistero di vivere il suo lavoro di musicista e compositore come un servizio alla cultura romanì, ma, ancora più in profondità, la sua attività diventa sensibilizzazione e denuncia di ogni forma di razzismo e discriminazione. Per questo, tra i vari riconoscimenti ricevuti, è stato insignito in febbraio del "Microcosmo d'oro", l'annuale premio assegnato dall'omonima associazione di Arese (Mi). Abbiamo incontrato Santino Spinelli in occasione della premiazione.
Perché è così importante la musica nella cultura romanì?
In una cultura trasmessa oralmente, la musica, la danza e il canto sono i pilastri: vi si ritrovano la filosofia di vita, i valori, l'etica. Ma la musica romanì ha sempre fatto breccia anche nei gagé (tutti coloro che non sono zingari, ndr) perché è un'arte che nasce dal dolore, dal travaglio, dalla fede profonda, scuote i sentimenti. Grandissimi compositori come Brahms, Schubert, Liszt, Ravel si sono ispirati alla musica zingara. È un'espressione artistica immediata. E ai nomadi serve anche per scaricare quelle tensioni psicologiche che una società inospitale inevitabilmente produce. La musica è cioè anche valvola di sfogo, elemento di liberazione. Infine, senza dubbio, la nostra musica trasmette un senso di comunità, di festa condivisa.
Quello della comunità è forse uno dei valori a cui gli zingari tengono maggiormente...
Sì, il senso forte della famiglia, la condivisione, l'aiuto reciproco sono centrali. Faccio un esempio: un tempo nell'accampamento c'era un unico pentolone, dove tutti attingevano il cibo. Oggi non è più così, ma a casa mia abbiamo un tavolo lungo più di 5 metri, per essere sempre pronti a ricevere gente. A volte vado a trovare amici gagé e mi stupisco di quanto piccoli siano i loro tavoli. La verticalità, tipica della società consumistica, implica ascesa sociale, divisione in classi, competizione. La società zingara è strutturata in senso orizzontale. Nel mondo rom ricchi e poveri, giovani e vecchi, stanno insieme. Non succederà mai che un anziano sia chiuso in un ospizio.
Pur salvaguardando le reciproche specificità, il dialogo con le altre culture è però necessario. In che modo si può realizzare?
Prima di tutto ci vuole conoscenza. La conoscenza serve per superare i pregiudizi, e in questo senso l'avvio della cattedra universitaria è un passo importantissimo. Si può dire che, dopo sei secoli dal loro arrivo in Italia, finalmente i rom escono dalla clandestinità.
In questo senso la musica è certamente uno strumento di avvicinamento e non è un caso che ai miei concerti ci siano anche molti gagé. Un altro punto di intersezione decisivo è la scuola. Sono ancora troppo pochi i rom che frequentano le scuole.
Purtroppo i pregiudizi sono ancora diffusi: l'immagine degli zingari è quella di gruppi accampati alle periferie delle città, che vivono di accattonaggio e piccoli furti.
Bisogna fare chiarezza: quello di "campo" è un concetto che non esiste nella cultura zingara; esistono l'accampamento, la tenda, ma sono cose diverse. Ricordo che quando ero piccolo la mia famiglia praticava un nomadismo stagionale, noi potevamo sostare dove volevamo. Oggi è obbligatorio andare al campo, che, per come si è configurato, è l'equivalente della riserva indiana in America e del ghetto degli ebrei. E ogni popolo ghettizzato è portato inevitabilmente al degrado. Ma chi ha voluto veramente la creazione di questi campi nomadi? Le associazioni pseudo-zingare che hanno creato quella che io chiamo "ziganopoli": sfruttare gli zingari, sotto la maschera del buonismo e del volontariato, per fare grandi affari. Queste associazioni sono fatte da gagé e hanno scambiato i rom con i soldi dati dalle istituzioni. E parliamo di miliardi!
Quindi i nomadi non integrati sono una minoranza?
Oggi in Italia ci sono circa 120mila zingari: più di due terzi sono di antico insediamento, sono cittadini italiani e molti vivono in modo più che dignitoso. Recentemente, a partire dagli anni '60 e soprattutto dopo la dissoluzione della Iugoslavia, sono arrivati altri gruppi. Questi vivono nei campi e sono quindi i più visibili, diventando i "rappresentanti" della cultura zingara. E i pregiudizi si estendono anche verso i più inseriti. Non si incontra l'uomo, si incontra lo stereotipo.
Da questo punto di vista Le pare sia cambiato qualcosa negli ultimi decenni? Sono state fatte politiche serie di integrazione?
Da un lato c'è una maggiore sensibilità verso la diversità. Fino a 15-20 anni fa gli zingari erano considerati una categoria pericolosa o comunque da tenere nascosta, un po' come i tossicodipendenti o gli handicappati. Diciamo che oggi si è passati da una politica di espulsione e annientamento a una di assimilazione. Rimane però alla radice il rifiuto di considerare la cultura romanì come dotata di una sua dignità. Basti un esempio: l'anno scorso il Parlamento ha legiferato su tutela e riconoscimento delle minoranze linguistiche: i cimbri, che sono 800, giustamente hanno avuto il riconoscimento, gli zingari no. All'unanimità il Parlamento ha tolto dall'elenco la lingua romanì, che era stata dapprima inserita. Ma togliere la lingua a un popolo significa privarlo dell'identità, farlo morire.
|