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Il Giappone delle tecnologie da primato, del consumismo e del turismo
di massa ha un cuore antico, che gli dà una fisionomia unica
al mondo. Così è anche per la sua piccola Chiesa, cresciuta
nell’esempio dei martiri - esempio di coerenza e sacrificio rispettato
da cristiani e non cristiani: i 26 martiri di Nagasaki canonizzati nel
1862 e gli altri 700 riconosciuti ufficialmente, ma anche le migliaia
di cattolici senza nome che subirono le persecuzioni per non abiurare.
Il cristianesimo fu introdotto in Giappone da san Francesco Saverio
e dai gesuiti che lo seguirono e poi da altri religiosi, i quali, nel
breve tempo di circa 60 anni, riuscirono a formare una significativa
comunità cristiana, radicata nella fede e, allo stesso tempo,
nella cultura giapponese.
Cos’è rimasto oggi del loro esempio e di una Chiesa nata
con una spinta formidabile, vissuta per oltre due secoli nella paura
e nel nascondimento, frustrata nello sforzo di conversione auspicato
del secondo dopoguerra, oggi segnata da un’entità numerica
che sembra non giustificarne sforzi e sofferenze?
16 diocesi che organizzano le attività religiose di 500mila fedeli
su 126 milioni di giapponesi. Davvero le coordinate della Chiesa giapponese
stanno tutte qui, in questi numeri minuscoli nel già minoritario
panorama delle Chiese asiatiche? E non è all’apparenza
il dato di una sconfitta, visto che i cattolici sono oggi all’incirca
quanti erano alla fine del 1600, quando la predicazione di Francesco
Saverio e dei suoi gesuiti aveva fatto breccia nel cuore di un popolo
che l’Apostolo delle Indie definiva «il migliore che abbia
mai incontrato»; prima che i sospetti e le gelosia portassero
alla proscrizione e alla persecuzione anticristiana, al bando del cristianesimo
fino al 1954, quando le cannoniere statunitensi costrinsero il Giappone
a riaprirsi al mondo?
Almeno, non si può incolpare alla Chiesa di essere stata apripista
del colonialismo, nessuno la costringe a difendersi dall’accusa
di proselitismo.
Oggi l’anima tradizionale e quella sociale della Chiesa convivono,
mentre diminuisce la presenza missionaria straniera. Il Giappone invia
i suoi sacerdoti nei Paesi che lo richiedono e sempre più, negli
ultimi anni, la sua piccola Chiesa si è inserita in quella universale
e non manca di far sentire la propria voce - non sempre concorde, per
la verità - sui temi dell’inculturazione e del dialogo
interreligioso. Le università cattoliche sono arene di inculturazione
del messaggio evangelico. Quando ancora non si parlava molto di dialogo
interreligioso, professori dell’Università Cattolica «Sophia»
di Tokyo pubblicavano studi di alto livello scientifico sulle religioni
e sulla religiosità dei giapponesi. Inoltre, si approfondivano,
e si continuano ad approfondire, le verità e le esperienze della
fede cristiana, aiutando i fedeli a interiorizzare e integrare fede
e vita, studiando i problemi teologici, culturali e sociali, e così
sviluppando una teologia giapponese.
Come in altre realtà asiatiche, la rappresentatività e
l’influenza della comunità cattolica va oltre i propri
numeri. Le celebrazioni del matrimonio, come quelle dei funerali, hanno
in Giappone un’ampia popolarità. In questo Paese, dove
soltanto lo 0,3 della popolazione è ufficialmente cattolica e
un altro 0,5% appartiene a varie denominazioni cristiane, la maggior
parte dei partecipanti a matrimoni o funerali cristiani sono non battezzati.
Sono soprattutto le scuole cattoliche (559 materne, 54 elementari, 98
medie inferiori, 113 medie superiori, 26 università con corsi
di due anni e 18 università a ciclo prolungato) che fanno della
Chiesa cattolica una realtà molto visibile e molto rispettata.
Il 90% degli adulti che si convertono e ricevono il battesimo hanno
avuto il primo contatto con Cristo e la sua Chiesa attraverso la scuola.
La Chiesa è anche molto presente nel settore sociale: in Giappone
i cattolici gestiscono 234 nidi d’infanzia, 192 case per anziani,
80 centri sociali per i senzatetto o per altri servizi, soprattutto
nelle zone più abbandonate nelle periferie delle grandi metropoli.
Oggi la realtà dei cattolici giapponesi è numericamente
esigua - 500mila su 126 milioni di abitanti - ma questi formano un gruppo
di persone profondamente radicato nella fede cattolica e nella propria
cultura giapponese.
Oggi, in un Giappone in sensibile rallentamento economico, che si trova
alle prese con nuove e inattese povertà, cresce la sensibilità
verso le tematiche sociali, la comprensione dei problemi del resto del
mondo. La campagna per la cancellazione del debito dei Paesi poveri,
fortemente promossa dall’ex arcivescovo di Tokyo Shirayanagi Seiichi,
ha tra i giapponesi sostenitori agguerriti ed è proprio la Chiesa
a segnalare con apprensione sempre maggiore il rischio che il pacifismo
scritto nella Costituzione del dopoguerra venga accantonato sulla spinta
di interessi economici e delle crescenti pressioni esterne a un coinvolgimento
attivo sulla scena internazionale..
NEL DOSSIER:
- Una presenza piccola e tenace
introduzione alla realtà della Chiesa nel Giappone d’oggi
- Oggi i cattolici non «puzzano di burro» -
un qualificato intervento di padre Giuseppe Pittau, Segretario della
Congregazione per l’Educazione cattolica, esperto conoscitore
della realtà giapponese
- Così ho incontrato Cristo -
la scelta di fede di Emi Kishimoto, docente universitaria convertita
al cattolicesimo
- 50 anni di Carmelo alla luce del Sol Levante -
la scelta di radicare l’esperienza della clausura in un ambiente
all’apparenza ostile. Una scelta, nei fatti, vincente
- La Chiesa giapponese in cifre
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