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 Febbraio 2003 - Dossier: Chiesa del Giappone

Sintesi
Chiesa del Giappone
Il 6 febbraio 1597 si chiudeva l’esistenza terrena di Paolo Miki e degli altri 25 compagni, martirizzati a Nagasaki, momento culminante di una persecuzione feroce che chiuderà fino al 1868 le porte del Giappone al cristianesimo. La ricorrenza di questa data ha suggerito a Popoli di tentare un’analisi della Chiesa giapponese. Ne emergono le coordinate di una realtà sorprendente, come sorprendente e per molti aspetti misconosciuto resta questo Paese asiatico.

Il Giappone delle tecnologie da primato, del consumismo e del turismo di massa ha un cuore antico, che gli dà una fisionomia unica al mondo. Così è anche per la sua piccola Chiesa, cresciuta nell’esempio dei martiri - esempio di coerenza e sacrificio rispettato da cristiani e non cristiani: i 26 martiri di Nagasaki canonizzati nel 1862 e gli altri 700 riconosciuti ufficialmente, ma anche le migliaia di cattolici senza nome che subirono le persecuzioni per non abiurare.
Il cristianesimo fu introdotto in Giappone da san Francesco Saverio e dai gesuiti che lo seguirono e poi da altri religiosi, i quali, nel breve tempo di circa 60 anni, riuscirono a formare una significativa comunità cristiana, radicata nella fede e, allo stesso tempo, nella cultura giapponese.
Cos’è rimasto oggi del loro esempio e di una Chiesa nata con una spinta formidabile, vissuta per oltre due secoli nella paura e nel nascondimento, frustrata nello sforzo di conversione auspicato del secondo dopoguerra, oggi segnata da un’entità numerica che sembra non giustificarne sforzi e sofferenze?
16 diocesi che organizzano le attività religiose di 500mila fedeli su 126 milioni di giapponesi. Davvero le coordinate della Chiesa giapponese stanno tutte qui, in questi numeri minuscoli nel già minoritario panorama delle Chiese asiatiche? E non è all’apparenza il dato di una sconfitta, visto che i cattolici sono oggi all’incirca quanti erano alla fine del 1600, quando la predicazione di Francesco Saverio e dei suoi gesuiti aveva fatto breccia nel cuore di un popolo che l’Apostolo delle Indie definiva «il migliore che abbia mai incontrato»; prima che i sospetti e le gelosia portassero alla proscrizione e alla persecuzione anticristiana, al bando del cristianesimo fino al 1954, quando le cannoniere statunitensi costrinsero il Giappone a riaprirsi al mondo?
Almeno, non si può incolpare alla Chiesa di essere stata apripista del colonialismo, nessuno la costringe a difendersi dall’accusa di proselitismo.
Oggi l’anima tradizionale e quella sociale della Chiesa convivono, mentre diminuisce la presenza missionaria straniera. Il Giappone invia i suoi sacerdoti nei Paesi che lo richiedono e sempre più, negli ultimi anni, la sua piccola Chiesa si è inserita in quella universale e non manca di far sentire la propria voce - non sempre concorde, per la verità - sui temi dell’inculturazione e del dialogo interreligioso. Le università cattoliche sono arene di inculturazione del messaggio evangelico. Quando ancora non si parlava molto di dialogo interreligioso, professori dell’Università Cattolica «Sophia» di Tokyo pubblicavano studi di alto livello scientifico sulle religioni e sulla religiosità dei giapponesi. Inoltre, si approfondivano, e si continuano ad approfondire, le verità e le esperienze della fede cristiana, aiutando i fedeli a interiorizzare e integrare fede e vita, studiando i problemi teologici, culturali e sociali, e così sviluppando una teologia giapponese.
Come in altre realtà asiatiche, la rappresentatività e l’influenza della comunità cattolica va oltre i propri numeri. Le celebrazioni del matrimonio, come quelle dei funerali, hanno in Giappone un’ampia popolarità. In questo Paese, dove soltanto lo 0,3 della popolazione è ufficialmente cattolica e un altro 0,5% appartiene a varie denominazioni cristiane, la maggior parte dei partecipanti a matrimoni o funerali cristiani sono non battezzati.
Sono soprattutto le scuole cattoliche (559 materne, 54 elementari, 98 medie inferiori, 113 medie superiori, 26 università con corsi di due anni e 18 università a ciclo prolungato) che fanno della Chiesa cattolica una realtà molto visibile e molto rispettata. Il 90% degli adulti che si convertono e ricevono il battesimo hanno avuto il primo contatto con Cristo e la sua Chiesa attraverso la scuola.
La Chiesa è anche molto presente nel settore sociale: in Giappone i cattolici gestiscono 234 nidi d’infanzia, 192 case per anziani, 80 centri sociali per i senzatetto o per altri servizi, soprattutto nelle zone più abbandonate nelle periferie delle grandi metropoli.
Oggi la realtà dei cattolici giapponesi è numericamente esigua - 500mila su 126 milioni di abitanti - ma questi formano un gruppo di persone profondamente radicato nella fede cattolica e nella propria cultura giapponese.
Oggi, in un Giappone in sensibile rallentamento economico, che si trova alle prese con nuove e inattese povertà, cresce la sensibilità verso le tematiche sociali, la comprensione dei problemi del resto del mondo. La campagna per la cancellazione del debito dei Paesi poveri, fortemente promossa dall’ex arcivescovo di Tokyo Shirayanagi Seiichi, ha tra i giapponesi sostenitori agguerriti ed è proprio la Chiesa a segnalare con apprensione sempre maggiore il rischio che il pacifismo scritto nella Costituzione del dopoguerra venga accantonato sulla spinta di interessi economici e delle crescenti pressioni esterne a un coinvolgimento attivo sulla scena internazionale..



NEL DOSSIER:

- Una presenza piccola e tenace
introduzione alla realtà della Chiesa nel Giappone d’oggi


- Oggi i cattolici non «puzzano di burro» -
un qualificato intervento di padre Giuseppe Pittau, Segretario della Congregazione per l’Educazione cattolica, esperto conoscitore della realtà giapponese


- Così ho incontrato Cristo -
la scelta di fede di Emi Kishimoto, docente universitaria convertita al cattolicesimo


- 50 anni di Carmelo alla luce del Sol Levante -
la scelta di radicare l’esperienza della clausura in un ambiente all’apparenza ostile. Una scelta, nei fatti, vincente


- La Chiesa giapponese in cifre






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