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C’era una volta un «Paese eremita», il Laos. Per molti
aspetti c’è ancora.
Non immune dall’opera dei grimaldelli tecnologici rappresentati
dalle telecomunicazioni e da Internet,
né economicamente impermeabile, questo Paese dell’Indocina,
vasto (236.800 kmq) e sottopopolato (5,5 milioni di abitanti), attraversato
da catene montuose e ricoperto da foreste abitate da decine di etnie,
è uno dei pochi a potersi fregiare ancora oggi del titolo di
«misterioso». Certo, a dispetto dei turisti che sempre più
numerosi affluiscono nella capitale Vientiane, o che si spingono fino
all’antica sede imperiale Luang Prabang, non si può dire
che il Paese si distingua per pubbliche relazioni. A partire dal sistema
politico.
Le scelte politiche
A guidarlo è il Partito rivoluzionario del popolo laotiano, cui
spetta l’elezione del Politburo e
del Comitato centrale. Il Parlamento dipende di fatto dal partito unico:
nelle elezioni del febbraio 2002 su 109 seggi solo uno è andato
a un «indipendente». Una rappresentanza politica che, secondo
le parole del presidente del partito, Khamtay Siphandon, «porterà
il peso del destino della nazione all’avvio del XXI secolo e del
nuovo millennio». Al di là dei toni trionfalistici, il
fardello della nuova dirigenza si rivela ben più pesante dei
precedenti e il monopolio politico del partito unico, avviato con la
fine ufficiale della monarchia nel dicembre 1975 e ribadito dalla Costituzione
del 1991, comincia a risentire dell’evoluzione stessa della società,
delle attese dei giovani e delle comunità laotiane all’estero,
dell’intraprendenza degli ex espatriati.
Tuttavia, nonostante l’ingresso di (pochi) volti nuovi nell’attuale
Comitato centrale, l’età media dei dirigenti resta significativamente
alta. Questo favorisce una mentalità che privilegia il partito
e la difesa del Paese da influssi ideologici esterni. La pianificazione
e il controllo delle risorse hanno frenato gli ambiziosi obiettivi dei
leader: migliorare l’economia, triplicare il reddito procapite
entro il 2020, sradicare la produzione di oppio (il Laos è il
terzo produttore mondiale) entro il 2005.
Nonostante i reiterati auspici della dirigenza cinese (non disinteressati,
visto che il Laos rappresenta un’area di transito per raggiungere
la Thailandia e il Golfo del Siam), e i richiami a «un ulteriore
rafforzamento e consolidamento della tradizionale amicizia fra i due
partiti, i due Paesi e i due popoli», il Laos è ben lontano
da avere sviluppato quell’economia socialista di mercato che nel
potente vicino cinese, ancor più che nell’ex alleato Vietnam,
stanno portando risultati tangibili, seppure non omogenei.
Tra sviluppo e conservazione
L’isolamento resta il maggiore limite allo sviluppo. Il Paese
è caratterizzato da catene montuose che arrivano a sfiorare i
3.000 metri e le comunicazioni - benché in sensibile miglioramento
- restano precarie. Il Mekong, che scorre per 1.500 chilometri in territorio
laotiano e per 700 segna il confine con la Thailandia, rappresenta il
principale asse di comunicazione e trasporti tra Nord e Sud del Paese,
ma l’unica strada di rilievo è la carrozzabile Vientiane-Luang
Prabang e gli altri centri rischiano spesso l’isolamento durante
la stagione monsonica; le comunicazioni aeree sono limitate dalla scarsità
di aeromobili, di piste attrezzate e dalla variabilità meteorologica.
Ma l’isolamento è stato per decenni una scelta anche politica,
tesa a proteggere il Laos da influenze esterne (in sostanza da infiltrazioni
ideologiche e da quelle più preoccupanti di forze militari ostili).
Le aperture, che dal 1991 hanno visto un’accelerazione, non sono
state concesse volentieri e neppure sempre hanno portato i risultati
sperati, visto che dal 1993 si sono purtroppo associate a una continua
alternanza di alluvioni e periodi di siccità cui il Paese non
era preparato a fronteggiare.
E, certo, non sono state esenti da rischi.
Solo pochi anni fa sembrava che il Laos dovesse diventare un’appendice
economica del vicino thailandese. La crisi del ’97 che ha riportato
indietro di dieci anni le economie di molti Paesi dell’Asia sudorientale
l’ha probabilmente salvato dalla deforestazione selvaggia e dallo
sfruttamento insensato delle ricche risorse minerarie che già
hanno martoriato la confinante Cambogia. Tuttavia ha anche portato al
blocco delle uniche iniziative che, oltre alle tradizionali industrie
artigianali, avrebbero portato il Laos fuori dal suo isolamento. E così
la maggior parte dei grandi progetti congiunti, a partire dagli sbarramenti
idroelettrici sugli affluenti del Mekong alle ferrovie, sono rimasti
sulla carta. Il «Ponte dell’amicizia» tra Nong Khai
e Vientiane, finanziato dall’Australia, è l’immagine
di una collaborazione che rischia sempre di arenarsi e ha più
volte rischiato di trasformarsi in fronte di guerra. Come nel luglio
1999, quando una cinquantina di uomini armati provenienti dalla Thailandia
ha occupato per diverse ore il posto di confine sulla sponda laotiana,
chiedendo il rilascio dei prigionieri politici e la restaurazione della
monarchia. La tensione con i Paesi limitrofi resta alta, soprattutto
per l’incertezza dei confini con la Thailandia lungo il Mekong,
per il continuo e inarrestabile passaggio di clandestini attraverso
la frontiera vietnamita.
Certamente solo un’attenta equidistanza tra le piccole e grandi
potenze regionali (Thailandia, Vietnam e Repubblica popolare cinese),
e un coinvolgimento sempre maggiore nell’Asean (l’Associazione
delle nazioni del Sudest asiatico), di cui il Laos fa parte dal luglio
1997, possono garantire, in tempi lunghi, una vera indipendenza e una
reale democratizzazione. Ma anche, e soprattutto, uno sviluppo sostenibile.
Il progresso del Laos, Paese che è riuscito finora a preservare
intatto gran parte del suo patrimonio naturale e culturale, è
infinitamente più lento di quello dei vicini.
Il confronto tra Laos e Thailandia si registra visivamente sulle due
rive del Mekong: poche centinaia di metri separano due mondi: sulla
riva sinistra il sonnolento lungofiume di Vientiane, con i suoi motorini
e biciclette, carri trainati da bufali e pochi autobus di turisti, bancarelle
e ristorantini (alcuni di proprietà italiana) che offrono tanta
dignità e pochi prodotti; sulla riva destra gli alberghi, i casinò
e i bordelli di Nong Khai, per tanti laotiani un miraggio di ricchezza
pagato spesso a caro prezzo.
L’identità buddhista
Il reddito pro-capite annuo di 280 dollari,
una speranza di vita di 53 anni, la mortalità infantile al 9,4%,
un medico ogni 4.400 abitanti: sono dati che indicano un sostanziale
sottosviluppo, ancor più sensibile se visto nel contesto di un’area
del pianeta ricca sì di contraddizioni, ma anche di concrete
potenzialità.
Il problema di fondo è che il Laos, la più debole tra
le economie del Sudest asiatico, ha cercato di risvegliarsi dal suo
secolare torpore nel momento in cui l’intera regione è
stata colpita da una crisi economica senza precedenti. La decisione
del Governo di lanciare nel 1998 una campagna di investimenti statali
per stimolare l’economia ha avuto come effetto di portare al collasso
la valuta locale, il kip, e accendere un’inflazione
che a fine 1999 aveva toccato il 120%. La successiva cura a base, soprattutto,
di contrazione del denaro circolante e di drastica riduzione delle opere
pubbliche, sembra avere funzionato, al punto che il Fondo monetario
internazionale ha negoziato con il Governo laotiano e approvato nell’aprile
2001 un programma anti-povertà di 40 milioni di dollari, di cui
6,45 per il 2003. Iniziativa, questa, tesa soprattutto a dare slancio
all’industria tessile, maggiore fonte d’esportazione, che
già beneficia di un trattamento preferenziale in Europa, ma alla
quale è precluso finora il mercato Usa dagli alti dazi doganali.
Infine la religione. Storicamente uno dei principali centri di diffusione
e di elaborazione della dottrina buddhista, il Laos ha fra le sue caratteristiche
principali (le altre sono l’asprezza del territorio e la varietà
di popolazioni abitualmente definite - e non sempre con intento lusinghiero
- minoritarie o «tribali», ma che con i lao maggioritari
condividono spesso numerose caratteristiche) una forte impronta buddhista.
Dopo il tentativo del Pathet Lao, movimento
comunista artefice della «liberazione» e dell’abolizione
della monarchia nel 1975, di controllare con la forza la comunità
monastica (sangha), il fervore religioso
della popolazione e il radicamento delle istituzioni buddhiste hanno
spinto successivamente la leadership laotiana
a concedere una certa libertà della pratica religiosa, pur mantenendo
un controllo formale su templi e monasteri. Oggi il Laos è l’unico
Paese a guida comunista ad avere come religione di Stato il buddhismo.
Molti complessi monastici sono stati restaurati e in particolare i grandi
centri religiosi di Luang Prabang, splendida ex capitale entrata a far
parte dei «patrimoni dell’umanità» registrati
dall’Unesco, hanno beneficiato di importanti lavori di restauro.
In tutto il Paese le comunità monastiche - maschili e femminili
- sono numerose e integrate nella società. Istituzioni caritative,
sanitarie ed educative, per quanto sotto controllo governativo e povere
di mezzi, sono in diverse regioni le uniche al servizio della popolazione.
La piccola Chiesa cattolica (4 diocesi, 13 sacerdoti, altrettanti catechisti
e 35mila fedeli), riammessa nel 1991, partecipa alle speranze di sviluppo,
pace e benessere del Paese con i pochi mezzi di cui dispone.
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