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 Febbraio 2003 - Orizzonti della fede

Riconciliazione e ricostruzione
Sierra Leone, religioni protagoniste del dialogo
Il confronto fra le diverse confessioni rappresenta l’elemento sul quale il piccolo Paese africano sta ritessendo la trama di una convivenza civile lacerata da anni di devastante guerra. Pastori cristiani e religiosi musulmani lavorano insieme per neutralizzare il virus dell’odio, fonte di quelle derive integraliste e violente che stavano alla base del conflitto.

Le percentuali, specie dopo undici anni di guerra, sono uno strumento di approssimazione, più che un’esatta fotografia statistica del reale. Fluttuano, perché nessuno ha tempo e modo di ancorarle a un valore stabile. Ma spiegano che la maggioranza della popolazione sierraleonese (circa il 60%) è di religione islamica e una minoranza consistente (tra il 15 e il 20%) si richiama al cristianesimo, frazionato in una molteplicità di confessioni. Tutti gli abitanti della Sierra Leone, inoltre, non hanno dimenticato il richiamo delle religioni tradizionali. E se pochi dichiarano di praticarle in esclusiva, il loro imprinting emerge prepotente nei momenti cruciali della vita.

Chiesa cattolica: i laici protagonisti

La Chiesa cattolica, nel piccolo Paese dell’Africa occidentale, non è uscita fiaccata dall’atroce decennio bellico. L’inizio dell’evangelizzazione cattolica si fa risalire al 1605, a opera dei missionari portoghesi. Quel seme non attecchì e si dovette attendere l’Ottocento perché i padri spiritiani riprendessero la semina.
Oggi in Sierra Leone esistono tre diocesi cattoliche, nelle quali operano centinaia di missionari e circa 70 sacerdoti locali. «Ma la ricchezza della nostra Chiesa - avverte monsignor Giorgio Biguzzi, romagnolo, saveriano, da 16 anni vescovo di Makeni - è costituita da tante piccole comunità vivaci, sparse nelle città e nei villaggi. C’è un laicato fedele, che ha dato buona prova di sé durante la guerra, quando i pastori erano lontani, impossibilitati a farsi vivi o addirittura minacciati, scacciati, rapiti. I laici non si sono limitati a pregare, fare catechesi, aiutare i bisognosi, ma hanno addirittura proseguito l’opera di evangelizzazione nei loro e in nuovi villaggi. Quando la Chiesa-struttura non poteva più garantire nulla, la Chiesa-comunità non si è sfaldata.
Oggi le richieste di sacerdoti e catechisti si moltiplicano in molti centri del Paese. Ci chiamano anche alcuni leader musulmani: tutti ci vedono come attori di sviluppo. Dobbiamo accettare questi inviti e capire che offrono opportunità per l’annuncio del Vangelo. Ma senza alterare il prezioso clima di collaborazione tra fedi e Chiese che vige nel Paese».
Il dialogo religioso ha rappresentato in effetti, durante il decennio del conflitto (1991-2001), quando la Sierra Leone sembrava divenuta un’incubatrice dell’orrore, una delle poche fiaccole di speranza che la violenza e l’anarchia non sono riuscite a spegnere.

Religioni unite nel segno della pace

A metà degli anni Novanta - mentre centinaia di migliaia di persone si davano alla fuga, i bambini venivano arruolati per combattere, i civili amputati o trucidati, i diamanti estratti per alimentare la volontà di sopraffazione reciproca che pervadeva le parti in conflitto -, il Paese ha trovato naturale aggrapparsi al pluralismo delle fedi come a un’estrema, disperata risorsa. Il dialogo interreligioso fino a quel momento era stato affidato alla prassi dei matrimoni misti, alla frequenza di scuole cristiane da parte di alunni musulmani, alla reciproca tolleranza riguardo a riti e forme espressive, più che a organismi di confronto teologico e canonico. Ma per trovare uno straccio di speranza, in molti gettarono lo sguardo verso gli uomini di fede.
Nacque così, dopo un lungo lavoro preparatorio, grazie all’ispirazione della World Conference on Religion and Peace (organismo interreligioso con sede a New York), il Consiglio interreligioso (Inter-religious Council, Irc) della Sierra Leone. Il nuovo organismo si propose sin dall’inizio di operare per la conclusione della guerra, ispirandosi a un principio di neutralità: dati per non negoziabili i principi etici, veniva considerato negoziabile il processo per raggiungere la pace. La presentazione ufficiale del Consiglio ebbe luogo il 1° aprile 1997. Nei mesi successivi, un colpo di Stato fece sprofondare il Paese in un baratro di violenza ancor più incontrollabile. L’Irc chiese l’immediato ripristino della legalità; soprattutto, la sua leadership non lasciò il Paese, mentre altri personaggi in vista abbandonavano il campo, e condannò con fermezza le atrocità perpetrate da tutte le parti in lotta. Ben presto, l’Irc si accreditò come l’unico soggetto capace di tracciare prospettive di pacificazione, sulle macerie di una politica impotente. Fu grazie alla sua azione che a metà 1999, a Lomé, in Togo, si aprirono canali di dialogo tra ribelli del Ruf (Revolutionary United Front, Fronte rivoluzionario unito), forze governative e le altri parti in lotta. L’accordo di pace stipulato a luglio fu giudicato imperfetto dal Consiglio, a causa dell’amnistia per gli autori di crimini di guerra e di violazioni dei diritti umani. In quel momento, però, un’intesa non si sarebbe potuta trovare su altre basi.
L’Irc ha lavorato intensamente, nei mesi successivi, per creare un clima favorevole all’applicazione degli accordi, più volte drammaticamente violati. Nel 2001, quando le ostilità sono definitivamente cessate, ha sostenuto il disarmo dei combattenti, vigilando sulla sua attuazione. Nel 2002 ha accompagnato la società sierraleonese al suo primo appuntamento elettorale postbellico e ha contribuito in modo determinante a chiarire alla popolazione natura e obiettivi della Corte speciale (Sc) e della Commissione per la verità e la riconciliazione (Trc), gli strumenti che organismi internazionali, autorità locali e società civile hanno varato per individuare e giudicare i responsabili dei più gravi crimini contro l’umanità e favorire la rivisitazione storica del periodo di guerra. Non a caso l’Onu ha chiamato il vescovo metodista Joseph Christian Humper, presidente del Consiglio, a presiedere la Trc: la sua nomina è un eloquente riconoscimento del ruolo pacificatore rivestito dall’organismo interreligioso.

Bisogno di riconciliazione

Ora, mentre Trc e Sc muovono i loro primi stentati passi, è tempo di guardare in faccia il male, senza ipocrisie. «L’amnistia concessa dagli accordi e dallo Stato - non si stanca di ripetere l’Irc - non cancella il bisogno di ottenere un’amnistia di fronte a Dio e ai fratelli». Il cammino, però, è impervio, perché attraversa gli anfratti più oscuri del cuore umano: «Molti combattenti - osserva mons. Biguzzi - vengono a trovarmi, ammettono atti di violenza, ma quasi nessuno si pente. Dicono: “Era la guerra, anche gli altri lo hanno fatto”. Ma su questo non possiamo transigere».
I sacerdoti della diocesi di Makeni, così, rimandano al vescovo quando si tratta di assolvere coloro che hanno commesso quattro tipi di crimini particolarmente odiosi: l’aver bruciato case, l’aver violentato, l’aver amputato, l’aver ammazzato. Ma anche il Consiglio interreligioso, nei suoi documenti, suggerisce che le fondamenta della pace vanno ricostruite nella profondità delle relazioni. La convivenza non può limitarsi a un pur encomiabile «dialogo della vita» e a buone prassi di collaborazione; deve piuttosto basarsi su un’autentica comprensione dell’altro. Sul piano religioso ciò significa favorire - come l’Irc cerca di fare, attraverso momenti di preghiera e riflessione comuni - la conoscenza reciproca dei fondamenti delle rispettive fedi. Per evitare che nei momenti di tempesta prevalgano la chiusura, l’arroccamento, infine l’ostilità.

Prevenire l’odio

Negli anni della guerra, la saldatura tra obiettivi degli schieramenti politico-militari e interessi delle comunità religiose - terribile meccanismo, all’opera in altri conflitti contemporanei - in Sierra Leone non si è prodotta. «Ma i pericoli vanno prevenuti, non rincorsi - osserva monsignor Biguzzi -. L’esempio di altri Paesi africani non deve divenire contagioso: quanto accade in Nigeria, Paese guida dell’area, dove le tensioni interreligiose si vanno facendo molto violente, è tutt’altro che incoraggiante, anche se in Sierra Leone per ora non ha prodotto echi - prosegue il Vescovo - .
È vitale sconfiggere l’interpretazione secondo cui dopo l’11 settembre è in atto, nel mondo, una lotta tra cristiani e musulmani. In Sierra Leone si moltiplicano i centri islamici, realtà positive se preludono all’approfondimento di una fede, ma potenzialmente portatrici di inclinazioni fondamentaliste. L’avanzata dell’Islam, favorita da finanziamenti di Paesi e banche arabi e dalla forte presenza nel contingente Onu di reparti di Paesi musulmani (soprattutto Bangladesh e Pakistan), è un fenomeno sul quale occorre vigilare. Anche per evitare che incoraggi l’incosciente reazione di alcuni gruppi cristiani, non riferibili alle Chiese principali, anch’essi in odore di fondamentalismo, che nei rapporti con il mondo musulmano prediligono la confrontation (lo scontro diretto, ndr) al dialogo. Il dialogo interreligioso, l’amicizia e la conoscenza reciproche sono insomma un fine da perseguire, ma anche uno strumento da potenziare, per evitare derive integraliste e violente».

p. b.




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