Le percentuali, specie dopo undici anni di guerra, sono uno strumento
di approssimazione, più che un’esatta fotografia statistica
del reale. Fluttuano, perché nessuno ha tempo e modo di ancorarle
a un valore stabile. Ma spiegano che la maggioranza della popolazione
sierraleonese (circa il 60%) è di religione islamica e una minoranza
consistente (tra il 15 e il 20%) si richiama al cristianesimo, frazionato
in una molteplicità di confessioni. Tutti gli abitanti della
Sierra Leone, inoltre, non hanno dimenticato il richiamo delle religioni
tradizionali. E se pochi dichiarano di praticarle in esclusiva, il loro
imprinting emerge prepotente nei momenti
cruciali della vita.
Chiesa cattolica: i laici protagonisti
La Chiesa cattolica, nel piccolo Paese dell’Africa occidentale,
non è uscita fiaccata dall’atroce decennio bellico. L’inizio
dell’evangelizzazione cattolica si fa risalire al 1605, a opera
dei missionari portoghesi. Quel seme non attecchì e si dovette
attendere l’Ottocento perché i padri spiritiani riprendessero
la semina.
Oggi in Sierra Leone esistono tre diocesi cattoliche, nelle quali operano
centinaia di missionari e circa 70 sacerdoti locali. «Ma la ricchezza
della nostra Chiesa - avverte monsignor Giorgio Biguzzi, romagnolo,
saveriano, da 16 anni vescovo di Makeni - è costituita da tante
piccole comunità vivaci, sparse nelle città e nei villaggi.
C’è un laicato fedele, che ha dato buona prova di sé
durante la guerra, quando i pastori erano lontani, impossibilitati a
farsi vivi o addirittura minacciati, scacciati, rapiti. I laici non
si sono limitati a pregare, fare catechesi, aiutare i bisognosi, ma
hanno addirittura proseguito l’opera di evangelizzazione nei loro
e in nuovi villaggi. Quando la Chiesa-struttura non poteva più
garantire nulla, la Chiesa-comunità non si è sfaldata.
Oggi le richieste di sacerdoti e catechisti si moltiplicano in molti
centri del Paese. Ci chiamano anche alcuni leader musulmani: tutti ci
vedono come attori di sviluppo. Dobbiamo accettare questi inviti e capire
che offrono opportunità per l’annuncio del Vangelo. Ma
senza alterare il prezioso clima di collaborazione tra fedi e Chiese
che vige nel Paese».
Il dialogo religioso ha rappresentato in effetti, durante il decennio
del conflitto (1991-2001), quando la Sierra Leone sembrava divenuta
un’incubatrice dell’orrore, una delle poche fiaccole di
speranza che la violenza e l’anarchia non sono riuscite a spegnere.
Religioni unite nel segno della pace
A metà degli anni Novanta - mentre centinaia di migliaia di persone
si davano alla fuga, i bambini venivano arruolati per combattere, i
civili amputati o trucidati, i diamanti estratti per alimentare la volontà
di sopraffazione reciproca che pervadeva le parti in conflitto -, il
Paese ha trovato naturale aggrapparsi al pluralismo delle fedi come
a un’estrema, disperata risorsa. Il dialogo interreligioso fino
a quel momento era stato affidato alla prassi dei matrimoni misti, alla
frequenza di scuole cristiane da parte di alunni musulmani, alla reciproca
tolleranza riguardo a riti e forme espressive, più che a organismi
di confronto teologico e canonico. Ma per trovare uno straccio di speranza,
in molti gettarono lo sguardo verso gli uomini di fede.
Nacque così, dopo un lungo lavoro preparatorio, grazie all’ispirazione
della World Conference on Religion and Peace
(organismo interreligioso con sede a New York), il Consiglio interreligioso
(Inter-religious Council, Irc) della Sierra
Leone. Il nuovo organismo si propose sin dall’inizio di operare
per la conclusione della guerra, ispirandosi a un principio di neutralità:
dati per non negoziabili i principi etici, veniva considerato negoziabile
il processo per raggiungere la pace. La presentazione ufficiale del
Consiglio ebbe luogo il 1° aprile 1997. Nei mesi successivi, un
colpo di Stato fece sprofondare il Paese in un baratro di violenza ancor
più incontrollabile. L’Irc chiese l’immediato ripristino
della legalità; soprattutto, la sua leadership
non lasciò il Paese, mentre altri personaggi in vista abbandonavano
il campo, e condannò con fermezza le atrocità perpetrate
da tutte le parti in lotta. Ben presto, l’Irc si accreditò
come l’unico soggetto capace di tracciare prospettive di pacificazione,
sulle macerie di una politica impotente. Fu grazie alla sua azione che
a metà 1999, a Lomé, in Togo, si aprirono canali di dialogo
tra ribelli del Ruf (Revolutionary United Front,
Fronte rivoluzionario unito), forze governative e le altri parti in
lotta. L’accordo di pace stipulato a luglio fu giudicato imperfetto
dal Consiglio, a causa dell’amnistia per gli autori di crimini
di guerra e di violazioni dei diritti umani. In quel momento, però,
un’intesa non si sarebbe potuta trovare su altre basi.
L’Irc ha lavorato intensamente, nei mesi successivi, per creare
un clima favorevole all’applicazione degli accordi, più
volte drammaticamente violati. Nel 2001, quando le ostilità sono
definitivamente cessate, ha sostenuto il disarmo dei combattenti, vigilando
sulla sua attuazione. Nel 2002 ha accompagnato la società sierraleonese
al suo primo appuntamento elettorale postbellico e ha contribuito in
modo determinante a chiarire alla popolazione natura e obiettivi della
Corte speciale (Sc) e della Commissione per la verità e la riconciliazione
(Trc), gli strumenti che organismi internazionali, autorità locali
e società civile hanno varato per individuare e giudicare i responsabili
dei più gravi crimini contro l’umanità e favorire
la rivisitazione storica del periodo di guerra. Non a caso l’Onu
ha chiamato il vescovo metodista Joseph Christian Humper, presidente
del Consiglio, a presiedere la Trc: la sua nomina è un eloquente
riconoscimento del ruolo pacificatore rivestito dall’organismo
interreligioso.
Bisogno di riconciliazione
Ora, mentre Trc e Sc muovono i loro primi stentati passi, è tempo
di guardare in faccia il male, senza ipocrisie. «L’amnistia
concessa dagli accordi e dallo Stato - non si stanca di ripetere l’Irc
- non cancella il bisogno di ottenere un’amnistia di fronte a
Dio e ai fratelli». Il cammino, però, è impervio,
perché attraversa gli anfratti più oscuri del cuore umano:
«Molti combattenti - osserva mons. Biguzzi - vengono a trovarmi,
ammettono atti di violenza, ma quasi nessuno si pente. Dicono: “Era
la guerra, anche gli altri lo hanno fatto”. Ma su questo non possiamo
transigere».
I sacerdoti della diocesi di Makeni, così, rimandano al vescovo
quando si tratta di assolvere coloro che hanno commesso quattro tipi
di crimini particolarmente odiosi: l’aver bruciato case, l’aver
violentato, l’aver amputato, l’aver ammazzato. Ma anche
il Consiglio interreligioso, nei suoi documenti, suggerisce che le fondamenta
della pace vanno ricostruite nella profondità delle relazioni.
La convivenza non può limitarsi a un pur encomiabile «dialogo
della vita» e a buone prassi di collaborazione; deve piuttosto
basarsi su un’autentica comprensione dell’altro. Sul piano
religioso ciò significa favorire - come l’Irc cerca di
fare, attraverso momenti di preghiera e riflessione comuni - la conoscenza
reciproca dei fondamenti delle rispettive fedi. Per evitare che nei
momenti di tempesta prevalgano la chiusura, l’arroccamento, infine
l’ostilità.
Prevenire l’odio
Negli anni della guerra, la saldatura tra obiettivi degli schieramenti
politico-militari e interessi delle comunità religiose - terribile
meccanismo, all’opera in altri conflitti contemporanei - in Sierra
Leone non si è prodotta. «Ma i pericoli vanno prevenuti,
non rincorsi - osserva monsignor Biguzzi -. L’esempio di altri
Paesi africani non deve divenire contagioso: quanto accade in Nigeria,
Paese guida dell’area, dove le tensioni interreligiose si vanno
facendo molto violente, è tutt’altro che incoraggiante,
anche se in Sierra Leone per ora non ha prodotto echi - prosegue il
Vescovo - .
È vitale sconfiggere l’interpretazione secondo cui dopo
l’11 settembre è in atto, nel mondo, una lotta tra cristiani
e musulmani. In Sierra Leone si moltiplicano i centri islamici, realtà
positive se preludono all’approfondimento di una fede, ma potenzialmente
portatrici di inclinazioni fondamentaliste. L’avanzata dell’Islam,
favorita da finanziamenti di Paesi e banche arabi e dalla forte presenza
nel contingente Onu di reparti di Paesi musulmani (soprattutto Bangladesh
e Pakistan), è un fenomeno sul quale occorre vigilare. Anche
per evitare che incoraggi l’incosciente reazione di alcuni gruppi
cristiani, non riferibili alle Chiese principali, anch’essi in
odore di fondamentalismo, che nei rapporti con il mondo musulmano prediligono
la confrontation (lo scontro diretto, ndr)
al dialogo. Il dialogo interreligioso, l’amicizia e la conoscenza
reciproche sono insomma un fine da perseguire, ma anche uno strumento
da potenziare, per evitare derive integraliste e violente».
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