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Nella crisi politica ed economica esplosa alla fine
del 2001, e che ancora perdura, la Chiesa cattolica si è affermata
come uno dei soggetti più autorevoli della società argentina,
coniugando la denuncia delle conseguenze sociali delle politiche neoliberiste,
il richiamo alla necessità di soddisfare i bisogni dei ceti più
impoveriti, l’invito al dialogo per il bene del Paese, senza mai
rinunciare alla propria indipendenza di giudizio nei confronti dei partiti
politici.
I vescovi intorno al Tavolo
La Gerarchia ecclesiastica, considerata da sempre una delle più
conservatrici del continente latinoamericano, era uscita screditata
dagli anni della dittatura, che l’avevano vista - salvo eroiche
eccezioni pagate anche con la vita - schierata a fianco del regime militare.
Tuttavia, grazie a un consistente ricambio generazionale, ma soprattutto
al drastico peggioramento delle condizioni di vita di larghe fasce della
popolazione, già da alcuni anni essa aveva recuperato credibilità
criticando l’impoverimento e la corruzione.
Di fronte alla situazione caotica degli ultimi mesi, i vescovi hanno
deciso di scommettere sul futuro accettando di «offrire un ambito
spirituale» al «Tavolo del dialogo argentino», promosso
dal presidente Eduardo Duhalde il 14 gennaio del 2001 e a cui hanno
partecipato circa 300 organizzazioni e 2mila persone. Sono stati designati
a rappresentare la Conferenza episcopale argentina (Cea) Jorge Casaretto,
Carlos Maccarone e Ramón Staffolani, vescovi rispettivamente
di San Isidro, Santiago del Estero e Río Cuarto, cui si sono
aggiunti in seguito Agustín Radrizzani, Domingo Castagna e Marcelo
Palentini, presuli di Lomas de Zamora, Corrientes e Jujuy. Tracciando
un primo bilancio nel documento Testimoni del
dialogo, il 27 aprile la Cea ha definito il Tavolo «un’esperienza
appassionante, in cui un enorme capitale pensante si è espresso
nelle tante proposte di superamento della crisi», sfociate in
«un progetto di accordo nazionale che, se approvato e supportato
da leggi e adeguati provvedimenti da parte delle forze politiche e dei
governatori, potrebbe diventare l’autentica base di un grande
cambiamento».
Già allora però, i vescovi indicavano negli «interessi
settoriali e corporativi [della classe dirigente] le grandi barriere
che impediscono la costruzione del bene comune». Così,
il 22 agosto, poche settimane dopo la pubblicazione del documento Basi
per le riforme: principali accordi, che proponeva l’introduzione
di numerosi cambiamenti istituzionali, politici, economici, fiscali
e sociali, la Commissione permanente della Cea ha dovuto «deplorare
di non aver incontrato nei poteri decisionali la risposta sperata per
realizzare le intese raggiunte». In quell’occasione i vescovi
hanno commentato i dati secondo cui ormai 18,5 milioni di persone (su
una popolazione di 36 milioni), vivono sotto la soglia della povertà,
con un aumento di 5,2 milioni tra ottobre 2001 e maggio 2002; nello
stesso periodo il numero di quanti non dispongono di un reddito sufficiente
a soddisfare neppure le necessità alimentari è raddoppiato,
arrivando a 8,7 milioni: «Siamo testimoni - hanno dichiarato i
vescovi - della sofferenza e del disincanto della nostra gente, perché
gli indici di povertà, insicurezza, mancanza di lavoro ed emarginazione
hanno raggiunto un livello mai visto». Come ha denunciato Pedro
Olmedo, vescovo di Humahuaca, «la nostra patria produce cibo per
320 milioni di persone, ma quasi metà degli argentini soffrono
la fame».
Parole ancor più esplicite e dure sono contenute nel messaggio
La nazione che vogliamo, reso noto sempre
dalla Cea a fine settembre: «Oggi l’Argentina è prostrata
perché, invece di una casa comune che va costruita con lo sforzo
di tutti, è diventata un luogo di saccheggio e rapina a beneficio
di alcuni».
Mentre il Governo pare preoccupato solo di rinegoziare il debito estero
col Fondo monetario internazionale e i partiti sono ormai concentrati
sulle elezioni di aprile, i vescovi hanno chiarito che «né
l’arrivo nel Paese di nuove somme di denaro, né la riforma
delle istituzioni, né il ricambio politico saranno sufficienti
per costruire una nuova nazione».
Dialogo sì, connivenza no
Consapevole del rischio di apparire complice di una classe politica
impresentabile e preoccupata solo di perpetuare il proprio potere, la
Cea ha sempre ripetuto che «per la Chiesa dialogare non significa
diventare connivente con qualche settore sociale» e che la sua
presenza «non è esercizio di potere politico o tentativo
di occupare uno spazio che non le compete». L’arcivescovo
di Resistencia, Carmelo Giaquinta, neo presidente della Commissione
episcopale di Pastorale sociale, ha messo in guardia la Chiesa dall’assumere
un ruolo di mediazione che «favorirebbe un anacronistico stile
clericale di società, non buono né per lo Stato, né
per la Chiesa».
Ma sono stati soprattutto sacerdoti e laici a domandare ai vescovi una
più esplicita presa di posizione a favore di un nuovo modello
socioeconomico e contro le radici della miseria, esprimendo dubbi sulla
partecipazione a una mediazione che sarebbe servita solo a coprire un
Governo insensibile alle sofferenze delle classi popolari e incapace
di affrontare le vere cause della crisi. I «Sacerdoti nell’opzione
per i poveri», un movimento che comprende un centinaio di presbiteri
sparsi in tutto il territorio nazionale e raccoglie l’eredità
del «Movimento dei sacerdoti per il Terzo mondo», operante
tra il 1968 e il 1974, al termine della loro assemblea annuale hanno
dichiarato: «Non si può costruire un Tavolo di dialogo
che non distingua chiaramente le vittime dai carnefici e in cui non
sia presente la voce dei poveri come veri protagonisti. Non capiamo
un Tavolo in cui si dialoghi a partire da spazi di potere, mentre i
deboli sono solo convitati di pietra». E hanno aggiunto: «Come
pastori non possiamo essere complici di questo sistema genocida, per
cui ci impegniamo ad animare, incoraggiare e accompagnare chi lotta,
chi immagina vie di uscita, chi propone alternative, chi non si rassegna,
unendoci alle lotte del nostro popolo, espresse nelle organizzazioni
popolari e negli spazi di resistenza».
In effetti molte parrocchie e comunità ecclesiali di base (Ceb)
si sforzano di coniugare le iniziative destinate a risolvere i problemi
delle classi popolari (attraverso la promozione di mense comunitarie,
corsi di alfabetizzazione per adulti, laboratori di artigianato e attività
di economia solidale) e la lotta per il superamento delle cause dell’ingiustizia,
con la partecipazione a cortei, picchetti, blocchi stradali, cacerolazos
e assemblee di quartiere. Ad esempio, il «Coordinamento Aníbal
Verón», l’organizzazione più innovativa e
colpita dalla repressione, ha radici nelle Ceb della zona di Quilmes
(Gran Buenos Aires), e promuove progetti produttivi e servizi comunitari
che consentano ai cittadini di svincolarsi dai sussidi di disoccupazione,
i «Piani Trabajar», usati in
funzione clientelare dal Governo per disinnescare la protesta sociale.
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