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 Febbraio 2003 - Orizzonti della fede

A fianco dei poveri
Chiesa argentina, il coraggio di cambiare
Come coniugare la denuncia delle gravi responsabilità della classe dirigente con la necessaria ricerca di un dialogo tra le parti? Nella crisi che ha colpito l’Argentina, la Chiesa cattolica ha dovuto cercare una difficile mediazione. Una prova sinora brillantemente superata, tanto dalla Gerarchia quanto dalla base. Dopo gli anni bui della dittatura, in cui molti uomini di Chiesa avevano assunto posizioni organiche al regime, per la comunità ecclesiale - guidata da alcuni mesi da un nuovo pastore - è dunque tempo di un rinnovato protagonismo.

Nella crisi politica ed economica esplosa alla fine del 2001, e che ancora perdura, la Chiesa cattolica si è affermata come uno dei soggetti più autorevoli della società argentina, coniugando la denuncia delle conseguenze sociali delle politiche neoliberiste, il richiamo alla necessità di soddisfare i bisogni dei ceti più impoveriti, l’invito al dialogo per il bene del Paese, senza mai rinunciare alla propria indipendenza di giudizio nei confronti dei partiti politici.

I vescovi intorno al Tavolo

La Gerarchia ecclesiastica, considerata da sempre una delle più conservatrici del continente latinoamericano, era uscita screditata dagli anni della dittatura, che l’avevano vista - salvo eroiche eccezioni pagate anche con la vita - schierata a fianco del regime militare. Tuttavia, grazie a un consistente ricambio generazionale, ma soprattutto al drastico peggioramento delle condizioni di vita di larghe fasce della popolazione, già da alcuni anni essa aveva recuperato credibilità criticando l’impoverimento e la corruzione.
Di fronte alla situazione caotica degli ultimi mesi, i vescovi hanno deciso di scommettere sul futuro accettando di «offrire un ambito spirituale» al «Tavolo del dialogo argentino», promosso dal presidente Eduardo Duhalde il 14 gennaio del 2001 e a cui hanno partecipato circa 300 organizzazioni e 2mila persone. Sono stati designati a rappresentare la Conferenza episcopale argentina (Cea) Jorge Casaretto, Carlos Maccarone e Ramón Staffolani, vescovi rispettivamente di San Isidro, Santiago del Estero e Río Cuarto, cui si sono aggiunti in seguito Agustín Radrizzani, Domingo Castagna e Marcelo Palentini, presuli di Lomas de Zamora, Corrientes e Jujuy. Tracciando un primo bilancio nel documento Testimoni del dialogo, il 27 aprile la Cea ha definito il Tavolo «un’esperienza appassionante, in cui un enorme capitale pensante si è espresso nelle tante proposte di superamento della crisi», sfociate in «un progetto di accordo nazionale che, se approvato e supportato da leggi e adeguati provvedimenti da parte delle forze politiche e dei governatori, potrebbe diventare l’autentica base di un grande cambiamento».
Già allora però, i vescovi indicavano negli «interessi settoriali e corporativi [della classe dirigente] le grandi barriere che impediscono la costruzione del bene comune». Così, il 22 agosto, poche settimane dopo la pubblicazione del documento Basi per le riforme: principali accordi, che proponeva l’introduzione di numerosi cambiamenti istituzionali, politici, economici, fiscali e sociali, la Commissione permanente della Cea ha dovuto «deplorare di non aver incontrato nei poteri decisionali la risposta sperata per realizzare le intese raggiunte». In quell’occasione i vescovi hanno commentato i dati secondo cui ormai 18,5 milioni di persone (su una popolazione di 36 milioni), vivono sotto la soglia della povertà, con un aumento di 5,2 milioni tra ottobre 2001 e maggio 2002; nello stesso periodo il numero di quanti non dispongono di un reddito sufficiente a soddisfare neppure le necessità alimentari è raddoppiato, arrivando a 8,7 milioni: «Siamo testimoni - hanno dichiarato i vescovi - della sofferenza e del disincanto della nostra gente, perché gli indici di povertà, insicurezza, mancanza di lavoro ed emarginazione hanno raggiunto un livello mai visto». Come ha denunciato Pedro Olmedo, vescovo di Humahuaca, «la nostra patria produce cibo per 320 milioni di persone, ma quasi metà degli argentini soffrono la fame».
Parole ancor più esplicite e dure sono contenute nel messaggio La nazione che vogliamo, reso noto sempre dalla Cea a fine settembre: «Oggi l’Argentina è prostrata perché, invece di una casa comune che va costruita con lo sforzo di tutti, è diventata un luogo di saccheggio e rapina a beneficio di alcuni».
Mentre il Governo pare preoccupato solo di rinegoziare il debito estero col Fondo monetario internazionale e i partiti sono ormai concentrati sulle elezioni di aprile, i vescovi hanno chiarito che «né l’arrivo nel Paese di nuove somme di denaro, né la riforma delle istituzioni, né il ricambio politico saranno sufficienti per costruire una nuova nazione».

Dialogo sì, connivenza no

Consapevole del rischio di apparire complice di una classe politica impresentabile e preoccupata solo di perpetuare il proprio potere, la Cea ha sempre ripetuto che «per la Chiesa dialogare non significa diventare connivente con qualche settore sociale» e che la sua presenza «non è esercizio di potere politico o tentativo di occupare uno spazio che non le compete». L’arcivescovo di Resistencia, Carmelo Giaquinta, neo presidente della Commissione episcopale di Pastorale sociale, ha messo in guardia la Chiesa dall’assumere un ruolo di mediazione che «favorirebbe un anacronistico stile clericale di società, non buono né per lo Stato, né per la Chiesa».
Ma sono stati soprattutto sacerdoti e laici a domandare ai vescovi una più esplicita presa di posizione a favore di un nuovo modello socioeconomico e contro le radici della miseria, esprimendo dubbi sulla partecipazione a una mediazione che sarebbe servita solo a coprire un Governo insensibile alle sofferenze delle classi popolari e incapace di affrontare le vere cause della crisi. I «Sacerdoti nell’opzione per i poveri», un movimento che comprende un centinaio di presbiteri sparsi in tutto il territorio nazionale e raccoglie l’eredità del «Movimento dei sacerdoti per il Terzo mondo», operante tra il 1968 e il 1974, al termine della loro assemblea annuale hanno dichiarato: «Non si può costruire un Tavolo di dialogo che non distingua chiaramente le vittime dai carnefici e in cui non sia presente la voce dei poveri come veri protagonisti. Non capiamo un Tavolo in cui si dialoghi a partire da spazi di potere, mentre i deboli sono solo convitati di pietra». E hanno aggiunto: «Come pastori non possiamo essere complici di questo sistema genocida, per cui ci impegniamo ad animare, incoraggiare e accompagnare chi lotta, chi immagina vie di uscita, chi propone alternative, chi non si rassegna, unendoci alle lotte del nostro popolo, espresse nelle organizzazioni popolari e negli spazi di resistenza».
In effetti molte parrocchie e comunità ecclesiali di base (Ceb) si sforzano di coniugare le iniziative destinate a risolvere i problemi delle classi popolari (attraverso la promozione di mense comunitarie, corsi di alfabetizzazione per adulti, laboratori di artigianato e attività di economia solidale) e la lotta per il superamento delle cause dell’ingiustizia, con la partecipazione a cortei, picchetti, blocchi stradali, cacerolazos e assemblee di quartiere. Ad esempio, il «Coordinamento Aníbal Verón», l’organizzazione più innovativa e colpita dalla repressione, ha radici nelle Ceb della zona di Quilmes (Gran Buenos Aires), e promuove progetti produttivi e servizi comunitari che consentano ai cittadini di svincolarsi dai sussidi di disoccupazione, i «Piani Trabajar», usati in funzione clientelare dal Governo per disinnescare la protesta sociale.

Mauro Castagnaro.




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