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«Ogni pellegrinaggio comincia con una domanda» e così
comincia anche un libro che è la storia di un pellegrinaggio
in più tappe e in tempi diversi nel Garhwal, area centrale dell’Himalaya
indiano, lungo le antichissime tracce del Char Dham Yatra, il «pellegrinaggio
alle quattro sorgenti», percorso nei secoli da una moltitudine
di devoti, penitenti, asceti e viaggiatori di ogni Paese in cerca di
emozioni. Alter potrebbe essere uno di questi ultimi, se non fosse che
- nonostante il cognome ereditato dai genitori americani, missionari
protestanti in India - si sente indiano nel profondo. Un’«indianità»
che va oltre il tempo, le vicende umane e persino quelle divine per
ricercare l’essenza di un universo illusorio, per ritrovare il
soffio dell’eternità e l’anelito alla liberazione
oltre le catene del contingente. Se l’esistenza è illusione,
ciò che di percepibile dai sensi umani più si avvicina
al divino è la natura. E pochi altri luoghi in India e nel mondo
hanno la suggestione - purtroppo minacciata - delle vallate himalayane
sormontate da colossi di roccia e ghiaccio, tradizionali sedi delle
divinità.
Il pellegrinaggio di Alter diventa così un ritorno alle origini,
alla propria fanciullezza trascorsa tra queste montagne, una sfida a
superare i propri limiti fisici e a ritrovare una sintonia con la natura.
Ma diventa anche un viaggio attraverso la storia di queste regioni,
la mitologia dell’India, le battaglie ambientali, i paradossi
del progresso e della politica indiani. Gli infiniti incontri casuali
o ricercati - come nel caso di diversi leader religiosi o ecologisti
della regione - come pure il racconto delle difficoltà pratiche
rendono fluida e vivace la narrazione. Tuttavia la sensazione che resta
è quella dell’immensa potenza e della profonda sacralità
delle montagne, da cui nascono i fiumi che andranno poi a confluire
nel Gange dopo centinaia di chilometri di corsa inarrestabile e a volte
distruttiva. Infine, dopo mesi di estenuante cammino, arriva la conclusione:
«Sostenere che percepii una presenza oltre la mia, sarebbe come
pretendere di avere ricavato qualcosa di solido dall’acqua»:
mistero e stupore alla fine del cammino, sull’alta prateria oltre
Badrinath, in vista del Tibet, la sensazione di Qualcosa appena percepito
ma già perduto nell’incompiutezza dei sensi e del sentire
umani.
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