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 Febbraio 2003 - Cultura, culture

Il libro del mese

STEPHEN ALTER
Acque sacre
Ponte alla Grazie,
Milano, 2002
pp. 328, € 16,00

«Ogni pellegrinaggio comincia con una domanda» e così comincia anche un libro che è la storia di un pellegrinaggio in più tappe e in tempi diversi nel Garhwal, area centrale dell’Himalaya indiano, lungo le antichissime tracce del Char Dham Yatra, il «pellegrinaggio alle quattro sorgenti», percorso nei secoli da una moltitudine di devoti, penitenti, asceti e viaggiatori di ogni Paese in cerca di emozioni. Alter potrebbe essere uno di questi ultimi, se non fosse che - nonostante il cognome ereditato dai genitori americani, missionari protestanti in India - si sente indiano nel profondo. Un’«indianità» che va oltre il tempo, le vicende umane e persino quelle divine per ricercare l’essenza di un universo illusorio, per ritrovare il soffio dell’eternità e l’anelito alla liberazione oltre le catene del contingente. Se l’esistenza è illusione, ciò che di percepibile dai sensi umani più si avvicina al divino è la natura. E pochi altri luoghi in India e nel mondo hanno la suggestione - purtroppo minacciata - delle vallate himalayane sormontate da colossi di roccia e ghiaccio, tradizionali sedi delle divinità.
Il pellegrinaggio di Alter diventa così un ritorno alle origini, alla propria fanciullezza trascorsa tra queste montagne, una sfida a superare i propri limiti fisici e a ritrovare una sintonia con la natura. Ma diventa anche un viaggio attraverso la storia di queste regioni, la mitologia dell’India, le battaglie ambientali, i paradossi del progresso e della politica indiani. Gli infiniti incontri casuali o ricercati - come nel caso di diversi leader religiosi o ecologisti della regione - come pure il racconto delle difficoltà pratiche rendono fluida e vivace la narrazione. Tuttavia la sensazione che resta è quella dell’immensa potenza e della profonda sacralità delle montagne, da cui nascono i fiumi che andranno poi a confluire nel Gange dopo centinaia di chilometri di corsa inarrestabile e a volte distruttiva. Infine, dopo mesi di estenuante cammino, arriva la conclusione: «Sostenere che percepii una presenza oltre la mia, sarebbe come pretendere di avere ricavato qualcosa di solido dall’acqua»: mistero e stupore alla fine del cammino, sull’alta prateria oltre Badrinath, in vista del Tibet, la sensazione di Qualcosa appena percepito ma già perduto nell’incompiutezza dei sensi e del sentire umani.

Stefano Vecchia




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