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Il 25 febbraio Roh Moo-hyun entrerà in carica come nuovo Presidente
della Corea del Sud. Un candidato proposto dal Partito democratico del
millennio, che ha 102 seggi su 272 in Parlamento, confermato di stretta
misura il 20 dicembre alla fine di uno spoglio che in certi momenti
è sembrato mettere in dubbio la sua vittoria sull’avversario
Lee Hai-chan, candidato dal maggiore partito sudcoreano, il Grande partito
nazionale. Il duro lavoro presidenziale non poteva cominciare peggio.
Se a questo si aggiunge la difficile congiuntura economica in cui versa
il suo Paese e il riaccendersi della tensione fra Corea del Nord e Stati
Uniti, la strada di Roh Moo-hyun si annuncia in ripida salita.
La sua campagna elettorale era stata basata soprattutto sul proseguimento
della paziente politica del predecessore Kim Dae-jung, premiato per
questo con il Nobel per la Pace, nei confronti dell’imprevedibile
vicino nordcoreano. Un argomento dal grande impatto emotivo, vincente
anche sull’ondata di risentimento antiamericano sollevata dalla
sentenza di proscioglimento di militari statunitensi coinvolti nella
morte di due studentesse uccise da un carro armato in manovra. Lee Hoi-chang,
per la seconda volta concorrente e per la seconda volta perdente nella
corsa alla Casa Blu in queste che sono le seconde elezioni presidenziali
democratiche del Paese, per molti anni sotto regimi militari, era deciso
invece a rivedere la politica verso il Nord, economicamente dispendiosa
e per molti aspetti umiliante visti gli scarsi risultati finora raggiunti.
Il fatto che in concomitanza con il voto fossero stati segnalati ammassamenti
di truppe del Nord al confine, che dista pochi chilometri dalla capitale
Seoul, e la richiesta avanzata dal Governo nordcoreano all’Agenzia
internazionale di controllo per l’energia atomica di potere riaprire
i propri siti nucleari, hanno convinto gli indecisi che un cambiamento
di linea sarebbe stato prematuro.
Detto questo, va sottolineato che la Corea del Sud è in fase
di riemersione da una pesante crisi economica che ha falcidiato la classe
media, ridimensionato il suo apparato industriale e lasciati senza lavoro
molti cittadini. Il 56enne Roh, nato in una famiglia di modeste condizioni,
avvocato di professione e difensore dei diritti civili, ha convinto
molti sudcoreani che la sua scelta sarebbe stata quella di un mediatore
combattivo ma anche comprensivo delle difficoltà in cui versa
il Paese.
Cattolico, progressista secondo gli standard politici occidentali, per
i sudcoreani Roh è semplicemente il candidato che in questo momento
poteva meglio servire gli interessi del proprio Paese, anche se questo
potrebbe significare mettere in discussione i rapporti con l’alleato
statunitense, che ancora mantiene 40mila uomini nelle basi sudcoreane:
una presenza che i giovani, che non hanno vissuto la devastante guerra
fratricida del 1950-53, vedono con insofferenza crescente. Il trattato
di pace fra le due Coree in sostituzione del cinquantennale armistizio
resta un obiettivo ambizioso ma fortemente desiderato.
Quanto poi a sedare la tradizionale litigiosità della vita politica
sudcoreana, e consentire così una reale gestione politica del
Paese di fronte al tradizionale strapotere dei conglomerati industriali
e dell’apparato burocratico in una democrazia ancora in rodaggio,
potrebbe essere un obiettivo ancora più ambizioso.
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