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 Febbraio 2003 - Cosmorama

Focus

americhe

Venezuela, crisi senza uscita

Un anno vissuto pericolosamente: citando il titolo di un vecchio film, si potrebbe sintetizzare così ciò che nel 2002 è avvenuto in Venezuela, piombato in dicembre in una gravissima crisi socio-politica, dopo che già in aprile l’opposizione - formata da un’inedita alleanza tra industriali, sindacati e una parte delle forze armate - aveva organizzato un golpe, poi subito rientrato, tra l’imbarazzo degli esecutivi stranieri (in primis quello statunitense) che avevano accolto con malcelata soddisfazione la notizia della caduta del presidente Hugo Chávez. Ma gli osservatori più attenti avevano avvertito che il ritorno alla normalità sarebbe stato solo temporaneo. A fine anno, infatti, ecco scatenarsi una nuova e durissima - benché pacifica - sollevazione delle forze che chiedono le dimissioni di Chávez, considerato niente più che un criminale (gli vengono addebitati tra l’altro i tre morti del 6 dicembre, quando misteriosi pistoleros hanno sparato sulla folla che manifestava contro il governo), il quale, dicono, ha portato il Paese verso la «dittatura istituzionale» e la bancarotta (a causa della fuga di tutti gli investitori). Arma principale dell’opposizione lo sciopero, che ha paralizzato il settore petrolifero, cuore dell’economia venezuelana. Chávez, dal canto suo, può contare sulla fedeltà della maggior parte dell’esercito e sull’appoggio dei ceti più popolari.
Difficile, mentre scriviamo, indovinare quale scenario prevarrà; quello più probabile, purtroppo, sembra prevedere una soluzione che sarà comunque frutto di scontri e prove di forza, non certo di negoziazioni e compromessi (come auspicherebbe invece, più di ogni altro, la Chiesa cattolica, che ha sempre cercato di promuovere il dialogo). A quel punto non importa se il vincitore sarà l’ex colonnello golpista amico di Fidel Castro o l’élite che vuole restaurare l’ordine sociale ed economico minacciato dalla «rivoluzione bolivariana». Il risultato sarà, presumibilmente, una dittatura «legittimata» dalla forza, con buona pace di chi ammirava nel Venezuela una delle più antiche democrazie latinoamericane.


africa

Congo, firmato l’accordo, ma la pace è lontana
L’accordo è stato siglato. Ma la pace non è ancora arrivata nella Repubblica Democratica del Congo. Gli scontri in varie parti del Paese rischiano infatti di mettere una seria ipoteca sulla riuscita del processo di pace appena avviato.
Eppure l’intesa, raggiunta a Pretoria il 17 dicembre, aveva suscitato grandi entusiasmi. Soprattutto tra la popolazione, stanca della guerra e dei massacri che dal 1998 hanno sconvolto il Congo provocando quasi due milioni di morti (e coinvolgendo i Paesi di tutta l’area: Angola, Namibia, Ruanda, Uganda, Zimbabwe).
L’accordo è stato firmato dai quattro principali protagonisti della scena congolese: il Governo, la Coalizione democratica congolese (Rcd-Goma, sostenuta dal Rwanda), il Movimento di liberazione del Congo (Mlc, appoggiato dall’Uganda) e l’opposizione non armata. Nel documento è prevista la formazione di un Governo con 36 ministri e 25 vice-ministri. A ognuno dei principali componenti sono stati garantiti 7 ministri e 4 vice-ministri, mentre le formazioni armate minori saranno rappresentate da due ministri e da tre vice-ministri. Il presidente Joseph Kabila rimarrà in carica, ma sarà affiancato da quattro vicepresidenti in rappresentanza delle componenti firmatarie. La formazione dell’esecutivo dovrebbe portare, entro due anni, all’indizione di elezioni generali. «Il successo di questo accordo - ha dichiarato all’agenzia Misna padre Silvio Turazzi, saveriano, da 18 anni missionario nella città-martire di Goma - è legato all’accettazione da parte di tutti i protagonisti della supervisione militare dell’Onu che dovrebbe colmare il vuoto di potere fino alle prossime elezioni. Ma questa terra ha bisogno anche di una purificazione che includa il perdono. Perché non c’è futuro senza perdono».
Una speranza, quella del perdono, già in parte delusa. Scontri tra fazioni sono ripresi in più parti del Paese. I «signori della guerra» non hanno ancora deposto le armi. Nel Sud Kivu, e nello Ituri le tensioni fra i diversi gruppi armati di opposizione hanno provocato decine di vittime e migliaia di sfollati.


medio oriente

Paesi del Golfo, al via l’unione doganale
A dicembre si è svolto a Doha, capitale del Qatar, il summit annuale del Consiglio di Cooperazione del Golfo, l’organizzazione regionale creata nel 1981 da Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman e dallo stesso Qatar. Questa volta il summit ha segnato una svolta importante in campo economico nella regione, poiché ha dato vita a un antico progetto, finora mai realizzato: l’unione doganale tra i Paesi membri, entrata in vigore il 1° gennaio 2003. L’unione doganale rappresenta un traguardo importante non solo in campo economico, con l’avvio del processo di integrazione regionale, ma anche in campo politico internazionale, con il rafforzamento della cooperazione con l’Unione Europea. L’unione doganale dovrebbe costituire la prima tappa verso la nascita di un mercato comune e l’adozione di una moneta unica.
Sul piano economico, si tratta di un traguardo di notevole rilievo che renderà più agevole per i Paesi del Consiglio assumere posizioni comuni nelle trattative internazionali e negoziare con i partner esterni da posizioni unitarie. Essa avrà perciò ricadute importanti sulle relazioni economiche con l’Unione Europea, con cui fin dal 1989 il Consiglio ha firmato un accordo di cooperazione con l’obiettivo di creare un’area di libero scambio. E proprio la nascita dell’unione doganale era stata posta come requisito preliminare dall’Unione Europea per l’istituzione di un’area di libero scambio che potrebbe estendersi anche a settori diversi dalle merci (servizi, armonizzazione normativa, ecc.).
Dati gli scarsi contrasti commerciali esistenti tra i due blocchi, un accordo di libero scambio tra l’Unione Europea e il Consiglio di Cooperazione del Golfo potrebbe essere raggiunto in tempi brevi. I benefici per le due parti sarebbero significativi: per il Consiglio comporterebbe la riduzione delle tariffe europee sulle sue esportazioni, mentre per l’Unione Europea significherebbe un abbattimento tariffario sulle sue esportazioni industriali e un accesso privilegiato al settore dei servizi in Paesi che solo di recente hanno cominciato ad aprirsi verso l’esterno.


europa

Eterne incognite balcaniche
Sul futuro politico della Bosnia-Erzegovina regna l’incertezza. Un chiarimento dipenderà da due partiti: il Partito del progresso democratico (Pdp) nella Republika Srpska e il Partito per la Bosnia-Erzegovina (Sbih) nella Federazione bosniaca. La questione è capire se essi cederanno al richiamo dei partiti nazionali: il primo a quello del Partito democratico serbo (Sds), e il secondo a quello del Partito di azione democratica (Sda). In quel caso governeranno nuovamente le formazioni dalle posizioni etno-nazionalistiche più dure. Il Partito per la Bosnia-Erzegovina ha lanciato nel frattempo il progetto del cosiddetto «Governo unitario», ovvero di un esecutivo composto in maniera proporzionale da rappresentanti di tutte le formazioni che alle elezioni hanno superato la soglia del 3%. Secondo l’opinione pubblica ciò comporterebbe una vera e propria sospensione della vita politica e democratica, cancellando la possibilità di esistenza per qualsiasi opposizione.
Gli analisti internazionali temono che i prossimi quattro anni di vita politica confermino l’attuale scenario: una Bosnia-Erzegovina etnicamente frammentata, politicamente incompleta, economicamente impotente.
A ciò si aggiunge il modo in cui la Bosnia viene governata dall’amministrazione internazionale. Il mandato della forza Onu dura ormai da sette anni e l’impressione generale è che sia tutto da rifare. Questa è l’opinione dello stesso alto rappresentante dell’Onu, Paddy Ashdown, secondo cui la comunità internazionale ha commesso in Bosnia errori fondamentali fin dall’inizio, imponendo «la democrazia prima di introdurre innanzitutto la legalità». Lo stesso Ashdown è però accusato di esercitare troppo liberamente il suo mandato, promulgando leggi e decreti, creando nuovi ministeri, sostituendo politici e poliziotti di primo piano senza alcuna motivazione e spiegazione convincente. Ne risulta una politica spicciola, priva di investimento per un futuro di rinascita che spetta a questa terra martoriata.


asia e oceania

Cina: la libertà d’espressione non è on line
Può sembrare paradossale, ma un segnale dei tempi che cambiano in Cina è la censura che colpisce i siti Internet. Nella Repubblica popolare cinese l’uso di Internet si è molto sviluppato: gli utenti regolari sono 11 milioni e decine di milioni lo utilizzano occasionalmente. Tuttavia, quello che altrove appare come uno strumento di conoscenza e comunicazione, in Cina è guardato con crescente sospetto.
Un rapporto pubblicato da studiosi americani, frutto del monitoraggio sugli accessi a 200mila siti in Cina nel 2002, ha dato risultati sconcertanti. In quel periodo sono stati bloccati 19.032 siti di vari argomenti: salute, ambiente, svago, politica. La maggior parte di essi sono stati resi inaccessibili ai cinesi attraverso l’utilizzo di filtri.
Il problema non è solo quello della libertà di accesso alle informazioni. A destare perplessità sono i criteri di selezione dei siti censurati. A essere sottoposti a stretto controllo (sovente al blocco) sono tutti comprensibilmente siti che veicolano i tradizionali «mali sociali»: gioco d’azzardo, prostituzione, droga, ecc. Ma sono finiti nel mirino anche Amnesty International, Human Rights Watch, oltre a movimenti come il Falun Gong e il Falun Dafa, banditi dalla Cina perché considerati sovversivi. Vi sono stati associati One World, iniziativa d’informazione sullo sviluppo internazionale, la Società americana per il cancro, il servizio d’informazioni dell’Onu, oltre che i siti di istituzioni educative statunitensi, come il Massachusetts Institute of Technology e l’Università della Virginia.
Se da un lato questo giro di vite indica il crescente interesse dei cinesi per Internet, dall’altro, come ha sottolineato Kanti Kumar, direttore di Digital Opportunity Channel, uno dei portali di One World, «è significativo che la Cina non blocchi soltanto l’accesso a siti giudicati “sensibili”, ma anche a informazioni di base, riguardo alle questioni dello sviluppo, cosa che non consente alla gente di migliorare le proprie conoscenze e, in ultima istanza, non favorisce il Paese». Il rapporto osserva che il blocco o lo sblocco dei siti varia a seconda del momento e delle direttive politiche.





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