Focus
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americhe
Venezuela, crisi senza uscita |
| Un anno vissuto pericolosamente: citando
il titolo di un vecchio film, si potrebbe sintetizzare così ciò
che nel 2002 è avvenuto in Venezuela, piombato in dicembre in
una gravissima crisi socio-politica, dopo che già in aprile l’opposizione
- formata da un’inedita alleanza tra industriali, sindacati e
una parte delle forze armate - aveva organizzato un golpe, poi subito
rientrato, tra l’imbarazzo degli esecutivi stranieri (in primis
quello statunitense) che avevano accolto con malcelata soddisfazione
la notizia della caduta del presidente Hugo Chávez. Ma gli osservatori
più attenti avevano avvertito che il ritorno alla normalità
sarebbe stato solo temporaneo. A fine anno, infatti, ecco scatenarsi
una nuova e durissima - benché pacifica - sollevazione delle
forze che chiedono le dimissioni di Chávez, considerato niente
più che un criminale (gli vengono addebitati tra l’altro
i tre morti del 6 dicembre, quando misteriosi pistoleros hanno sparato
sulla folla che manifestava contro il governo), il quale, dicono, ha
portato il Paese verso la «dittatura istituzionale» e la
bancarotta (a causa della fuga di tutti gli investitori). Arma principale
dell’opposizione lo sciopero, che ha paralizzato il settore petrolifero,
cuore dell’economia venezuelana. Chávez, dal canto suo,
può contare sulla fedeltà della maggior parte dell’esercito
e sull’appoggio dei ceti più popolari.
Difficile, mentre scriviamo, indovinare quale scenario prevarrà;
quello più probabile, purtroppo, sembra prevedere una soluzione
che sarà comunque frutto di scontri e prove di forza, non certo
di negoziazioni e compromessi (come auspicherebbe invece, più
di ogni altro, la Chiesa cattolica, che ha sempre cercato di promuovere
il dialogo). A quel punto non importa se il vincitore sarà l’ex
colonnello golpista amico di Fidel Castro o l’élite che
vuole restaurare l’ordine sociale ed economico minacciato dalla
«rivoluzione bolivariana». Il risultato sarà, presumibilmente,
una dittatura «legittimata» dalla forza, con buona pace
di chi ammirava nel Venezuela una delle più antiche democrazie
latinoamericane.
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africa Congo, firmato l’accordo,
ma la pace è lontana |
L’accordo è stato siglato. Ma la pace non
è ancora arrivata nella Repubblica Democratica del Congo. Gli scontri
in varie parti del Paese rischiano infatti di mettere una seria ipoteca
sulla riuscita del processo di pace appena avviato.
Eppure l’intesa, raggiunta a Pretoria il 17 dicembre, aveva suscitato
grandi entusiasmi. Soprattutto tra la popolazione, stanca della guerra
e dei massacri che dal 1998 hanno sconvolto il Congo provocando quasi
due milioni di morti (e coinvolgendo i Paesi di tutta l’area: Angola,
Namibia, Ruanda, Uganda, Zimbabwe).
L’accordo è stato firmato dai quattro principali protagonisti
della scena congolese: il Governo, la Coalizione democratica congolese
(Rcd-Goma, sostenuta dal Rwanda), il Movimento di liberazione del Congo
(Mlc, appoggiato dall’Uganda) e l’opposizione non armata.
Nel documento è prevista la formazione di un Governo con 36 ministri
e 25 vice-ministri. A ognuno dei principali componenti sono stati garantiti
7 ministri e 4 vice-ministri, mentre le formazioni armate minori saranno
rappresentate da due ministri e da tre vice-ministri. Il presidente Joseph
Kabila rimarrà in carica, ma sarà affiancato da quattro
vicepresidenti in rappresentanza delle componenti firmatarie. La formazione
dell’esecutivo dovrebbe portare, entro due anni, all’indizione
di elezioni generali. «Il successo di questo accordo - ha dichiarato
all’agenzia Misna padre Silvio Turazzi, saveriano, da 18 anni missionario
nella città-martire di Goma - è legato all’accettazione
da parte di tutti i protagonisti della supervisione militare dell’Onu
che dovrebbe colmare il vuoto di potere fino alle prossime elezioni. Ma
questa terra ha bisogno anche di una purificazione che includa il perdono.
Perché non c’è futuro senza perdono».
Una speranza, quella del perdono, già in parte delusa. Scontri
tra fazioni sono ripresi in più parti del Paese. I «signori
della guerra» non hanno ancora deposto le armi. Nel Sud Kivu, e
nello Ituri le tensioni fra i diversi gruppi armati di opposizione hanno
provocato decine di vittime e migliaia di sfollati. |
medio oriente Paesi del Golfo, al via
l’unione doganale |
A dicembre si è svolto a Doha, capitale del Qatar,
il summit annuale del Consiglio di Cooperazione del Golfo, l’organizzazione
regionale creata nel 1981 da Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti,
Kuwait, Oman e dallo stesso Qatar. Questa volta il summit ha segnato una
svolta importante in campo economico nella regione, poiché ha dato
vita a un antico progetto, finora mai realizzato: l’unione doganale
tra i Paesi membri, entrata in vigore il 1° gennaio 2003. L’unione
doganale rappresenta un traguardo importante non solo in campo economico,
con l’avvio del processo di integrazione regionale, ma anche in
campo politico internazionale, con il rafforzamento della cooperazione
con l’Unione Europea. L’unione doganale dovrebbe costituire
la prima tappa verso la nascita di un mercato comune e l’adozione
di una moneta unica.
Sul piano economico, si tratta di un traguardo di notevole rilievo che
renderà più agevole per i Paesi del Consiglio assumere posizioni
comuni nelle trattative internazionali e negoziare con i partner esterni
da posizioni unitarie. Essa avrà perciò ricadute importanti
sulle relazioni economiche con l’Unione Europea, con cui fin dal
1989 il Consiglio ha firmato un accordo di cooperazione con l’obiettivo
di creare un’area di libero scambio. E proprio la nascita dell’unione
doganale era stata posta come requisito preliminare dall’Unione
Europea per l’istituzione di un’area di libero scambio che
potrebbe estendersi anche a settori diversi dalle merci (servizi, armonizzazione
normativa, ecc.).
Dati gli scarsi contrasti commerciali esistenti tra i due blocchi, un
accordo di libero scambio tra l’Unione Europea e il Consiglio di
Cooperazione del Golfo potrebbe essere raggiunto in tempi brevi. I benefici
per le due parti sarebbero significativi: per il Consiglio comporterebbe
la riduzione delle tariffe europee sulle sue esportazioni, mentre per
l’Unione Europea significherebbe un abbattimento tariffario sulle
sue esportazioni industriali e un accesso privilegiato al settore dei
servizi in Paesi che solo di recente hanno cominciato ad aprirsi verso
l’esterno.
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europa Eterne incognite balcaniche |
Sul futuro politico della Bosnia-Erzegovina regna l’incertezza.
Un chiarimento dipenderà da due partiti: il Partito del progresso
democratico (Pdp) nella Republika Srpska e il Partito per la Bosnia-Erzegovina
(Sbih) nella Federazione bosniaca. La questione è capire se essi
cederanno al richiamo dei partiti nazionali: il primo a quello del Partito
democratico serbo (Sds), e il secondo a quello del Partito di azione democratica
(Sda). In quel caso governeranno nuovamente le formazioni dalle posizioni
etno-nazionalistiche più dure. Il Partito per la Bosnia-Erzegovina
ha lanciato nel frattempo il progetto del cosiddetto «Governo unitario»,
ovvero di un esecutivo composto in maniera proporzionale da rappresentanti
di tutte le formazioni che alle elezioni hanno superato la soglia del
3%. Secondo l’opinione pubblica ciò comporterebbe una vera
e propria sospensione della vita politica e democratica, cancellando la
possibilità di esistenza per qualsiasi opposizione.
Gli analisti internazionali temono che i prossimi quattro anni di vita
politica confermino l’attuale scenario: una Bosnia-Erzegovina etnicamente
frammentata, politicamente incompleta, economicamente impotente.
A ciò si aggiunge il modo in cui la Bosnia viene governata dall’amministrazione
internazionale. Il mandato della forza Onu dura ormai da sette anni e
l’impressione generale è che sia tutto da rifare. Questa
è l’opinione dello stesso alto rappresentante dell’Onu,
Paddy Ashdown, secondo cui la comunità internazionale ha commesso
in Bosnia errori fondamentali fin dall’inizio, imponendo «la
democrazia prima di introdurre innanzitutto la legalità».
Lo stesso Ashdown è però accusato di esercitare troppo liberamente
il suo mandato, promulgando leggi e decreti, creando nuovi ministeri,
sostituendo politici e poliziotti di primo piano senza alcuna motivazione
e spiegazione convincente. Ne risulta una politica spicciola, priva di
investimento per un futuro di rinascita che spetta a questa terra martoriata.
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asia e oceania
Cina: la libertà d’espressione non è
on line |
Può sembrare paradossale, ma un segnale dei tempi
che cambiano in Cina è la censura che colpisce i siti Internet.
Nella Repubblica popolare cinese l’uso di Internet si è molto
sviluppato: gli utenti regolari sono 11 milioni e decine di milioni lo
utilizzano occasionalmente. Tuttavia, quello che altrove appare come uno
strumento di conoscenza e comunicazione, in Cina è guardato con
crescente sospetto.
Un rapporto pubblicato da studiosi americani, frutto del monitoraggio
sugli accessi a 200mila siti in Cina nel 2002, ha dato risultati sconcertanti.
In quel periodo sono stati bloccati 19.032 siti di vari argomenti: salute,
ambiente, svago, politica. La maggior parte di essi sono stati resi inaccessibili
ai cinesi attraverso l’utilizzo di filtri.
Il problema non è solo quello della libertà di accesso alle
informazioni. A destare perplessità sono i criteri di selezione
dei siti censurati. A essere sottoposti a stretto controllo (sovente al
blocco) sono tutti comprensibilmente siti che veicolano i tradizionali
«mali sociali»: gioco d’azzardo, prostituzione, droga,
ecc. Ma sono finiti nel mirino anche Amnesty International, Human Rights
Watch, oltre a movimenti come il Falun Gong e il Falun Dafa, banditi dalla
Cina perché considerati sovversivi. Vi sono stati associati One
World, iniziativa d’informazione sullo sviluppo internazionale,
la Società americana per il cancro, il servizio d’informazioni
dell’Onu, oltre che i siti di istituzioni educative statunitensi,
come il Massachusetts Institute of Technology e l’Università
della Virginia.
Se da un lato questo giro di vite indica il crescente interesse dei cinesi
per Internet, dall’altro, come ha sottolineato Kanti Kumar, direttore
di Digital Opportunity Channel, uno dei portali di One World, «è
significativo che la Cina non blocchi soltanto l’accesso a siti
giudicati “sensibili”, ma anche a informazioni di base, riguardo
alle questioni dello sviluppo, cosa che non consente alla gente di migliorare
le proprie conoscenze e, in ultima istanza, non favorisce il Paese».
Il rapporto osserva che il blocco o lo sblocco dei siti varia a seconda
del momento e delle direttive politiche.
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