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Salvaguardare il creato,
vocazione dell’uomo
A ritmo
preoccupante si vanno susseguendo vere e proprie «catastrofi ecologiche»,
dovute in gran parte all’incoscienza e all’incuria dell’uomo.
La natura stessa si ribella, come dimostra lo sconvolgimento del clima,
con le sue conseguenze drammatiche: ghiacciai che si sciolgono, frane,
alluvioni, siccità e mille altre calamità che fanno vivere
l’umanità in stato di continua emergenza. |
| L’ultimo disastro, due mesi fa, è
stato il naufragio nell’Atlantico della petroliera Prestige, spezzatasi
in due prima di colare a picco. Ha scaricato in mare circa 5mila tonnellate
di gasolio, inquinando 200 chilometri di costa della penisola Iberica,
mentre altre 70mila tonnellate sono rimaste nei serbatoi in fondo al mare
e continuano a fuoriuscire. Una vera catastrofe, con danni incalcolabili
agli uomini, al paesaggio e alla fauna marina. Che altro ci vuole perché
ci rendiamo conto che la distruzione dell’ambiente naturale è
un pericolo mortale per l’umanità, non meno del terrorismo,
della fame, delle armi di distruzione di massa?
La «cultura ecologica»
Il guaio è che manca una cultura ecologica. Siamo talmente abituati
a disporre di beni sintetici d’ogni specie, a ottenere risultati
strabilianti in ogni campo grazie alle applicazioni delle nuove tecnologie,
che tendiamo tutti a sottovalutare la natura e ad attribuire alla scienza
e alla tecnica poteri taumaturgici. Ma le cose non stanno così.
La sopravvivenza dell’umanità è essenzialmente legata
all’efficienza delle risorse naturali, al loro impiego razionale
e responsabile. La scienza e la tecnica non creano le risorse necessarie
alla vita, ma solo le trasformano e le utilizzano. Il terreno e i giacimenti
minerali, le piante e gli animali, l’acqua e l’aria rimarranno
sempre i serbatoi e le fonti naturali insostituibili per il sostentamento
dell’uomo, pure nella società dei robot e dei cervelli
elettronici.
Senza una cultura ecologica adeguata, continueremo pericolosamente a
convivere con la minaccia crescente della morte biologica, verso cui
siamo già incamminati. Se questa non avverrà per reazione
violenta da parte della natura, sopraggiungerà inevitabilmente
per lenta e progressiva asfissia, per inedia e per avvelenamento strisciante.
La «vocazione ecologica»
Come cristiani, poi, siamo chiamati a un impegno maggiore. Sappiamo
infatti che l’universo con le sue immense risorse è stato
creato a servizio dell’uomo e a lode di Dio. È necessario,
dunque, riscoprire il senso della creazione e della missione dell’uomo
nel cosmo e nella storia. Capire che, quando si calpesta, si sciupa
o si distrugge l’ambiente naturale, si colpisce e si compromette
non solo la vita stessa dell’uomo, ma anche il disegno di Dio.
L’uomo non è solo l’amministratore dei beni naturali.
In certa misura, ne è pure il concreatore. Dio - ha ricordato
il Papa in occasione del vertice mondiale di Johannesburg - ha affidato
agli uomini il compito di portare a termine la creazione: «Di
qui discende quella che potremmo chiamare la loro “vocazione ecologica”,
divenuta più che mai urgente nel nostro tempo» (Angelus
del 25 agosto 2002). Dunque, una «cultura ecologica» è
necessaria per comprendere l’importanza della salvaguardia del
creato; ma non basta: occorre poi comportarsi responsabilmente nei confronti
della natura con la coscienza di adempiere una vocazione.
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