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 Febbraio 2003 - Editoriale

Salvaguardare il creato,
vocazione dell’uomo

A ritmo preoccupante si vanno susseguendo vere e proprie «catastrofi ecologiche», dovute in gran parte all’incoscienza e all’incuria dell’uomo. La natura stessa si ribella, come dimostra lo sconvolgimento del clima, con le sue conseguenze drammatiche: ghiacciai che si sciolgono, frane, alluvioni, siccità e mille altre calamità che fanno vivere l’umanità in stato di continua emergenza.

L’ultimo disastro, due mesi fa, è stato il naufragio nell’Atlantico della petroliera Prestige, spezzatasi in due prima di colare a picco. Ha scaricato in mare circa 5mila tonnellate di gasolio, inquinando 200 chilometri di costa della penisola Iberica, mentre altre 70mila tonnellate sono rimaste nei serbatoi in fondo al mare e continuano a fuoriuscire. Una vera catastrofe, con danni incalcolabili agli uomini, al paesaggio e alla fauna marina. Che altro ci vuole perché ci rendiamo conto che la distruzione dell’ambiente naturale è un pericolo mortale per l’umanità, non meno del terrorismo, della fame, delle armi di distruzione di massa?

La «cultura ecologica»
Il guaio è che manca una cultura ecologica. Siamo talmente abituati a disporre di beni sintetici d’ogni specie, a ottenere risultati strabilianti in ogni campo grazie alle applicazioni delle nuove tecnologie, che tendiamo tutti a sottovalutare la natura e ad attribuire alla scienza e alla tecnica poteri taumaturgici. Ma le cose non stanno così. La sopravvivenza dell’umanità è essenzialmente legata all’efficienza delle risorse naturali, al loro impiego razionale e responsabile. La scienza e la tecnica non creano le risorse necessarie alla vita, ma solo le trasformano e le utilizzano. Il terreno e i giacimenti minerali, le piante e gli animali, l’acqua e l’aria rimarranno sempre i serbatoi e le fonti naturali insostituibili per il sostentamento dell’uomo, pure nella società dei robot e dei cervelli elettronici.
Senza una cultura ecologica adeguata, continueremo pericolosamente a convivere con la minaccia crescente della morte biologica, verso cui siamo già incamminati. Se questa non avverrà per reazione violenta da parte della natura, sopraggiungerà inevitabilmente per lenta e progressiva asfissia, per inedia e per avvelenamento strisciante.

La «vocazione ecologica»
Come cristiani, poi, siamo chiamati a un impegno maggiore. Sappiamo infatti che l’universo con le sue immense risorse è stato creato a servizio dell’uomo e a lode di Dio. È necessario, dunque, riscoprire il senso della creazione e della missione dell’uomo nel cosmo e nella storia. Capire che, quando si calpesta, si sciupa o si distrugge l’ambiente naturale, si colpisce e si compromette non solo la vita stessa dell’uomo, ma anche il disegno di Dio.
L’uomo non è solo l’amministratore dei beni naturali. In certa misura, ne è pure il concreatore. Dio - ha ricordato il Papa in occasione del vertice mondiale di Johannesburg - ha affidato agli uomini il compito di portare a termine la creazione: «Di qui discende quella che potremmo chiamare la loro “vocazione ecologica”, divenuta più che mai urgente nel nostro tempo» (
Angelus del 25 agosto 2002). Dunque, una «cultura ecologica» è necessaria per comprendere l’importanza della salvaguardia del creato; ma non basta: occorre poi comportarsi responsabilmente nei confronti della natura con la coscienza di adempiere una vocazione.


Bartolomeo Sorge


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