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 Marzo 2003 - Cosmorama

Primopiano
Mwai Kibaki

La prima promessa l’ha mantenuta. Aveva detto che avrebbe abolito le tasse scolastiche. E l’ha fatto. Ha eliminato i balzelli che impedivano l’accesso all’istruzione della maggior parte dei figli di famiglie poverissime. Famiglie che non si potevano permettere di spendere denaro per mandare a studiare i loro bambini.
Per il Kenya è la prima delle rivoluzioni annunciate da Mwai Kibaki, il neo presidente che, alla guida della National Rainbow Coalition (Narc), ha messo fine, nelle elezioni di dicembre, al regime ventennale di Daniel arap Moi. Kibaki ha fatto solo un primo, piccolo, passo nel cammino per affrontare e vincere la montagna di problemi che il Paese dell’Africa orientale deve affrontare. Oltre all’istruzione, Kibaki dovrà rivitalizzare un’economia fragile, ristrutturare un sistema sanitario carente e, soprattutto, dovrà sconfiggere una corruzione dilagante. Sfide che fanno tremare i polsi. Kibaki però non è uno sprovveduto. Dalla sua ha una buona formazione politica ed economica e, soprattutto, una lunga esperienza politica.
Nato nel 1931 alle pendici del Monte Kenya, Kibaki appartiene ai kikuyu, l’etnia maggioritaria nel Paese. Dopo gli studi in Uganda e in Inghilterra, è diventato un apprezzato conferenziere. Nei primi anni ’60 in Kenya prende il via la lotta per l’indipendenza dall’Inghilterra. Kibaki offre il suo contributo alla causa. È uno dei sostenitori di Yomo Kanyatta. Raggiunta l’indipendenza, Kibaki si avvia alla carriera politica. Nel 1963 viene eletto in parlamento nelle liste del partito presidenziale (seggio che da allora non ha mai perso). La competenza e la stima nei suoi confronti lo portano a essere nominato prima ministro delle Finanze (carica che reggerà dal 1969 al 1982) e, poi, nel 1978 anche vice-presidente (carica che ricoprirà anche sotto Daniel arap Moi fino al 1988).
L’anno della svolta è il 1991. Moi apre al multipartitismo ponendo fine a quasi trent’anni di monopolio del Kanu, il partito al potere. Kibaki lascia allora il Kanu per fondare il Democratic Party. Per Moi è come un insulto. Lo attacca definendolo un codardo e un vigliacco. Dal tramonto di un’alleanza, nasce una forte rivalità. Kibaki sfida Moi alle elezioni presidenziali del 1992 e del 1997 uscendone sconfitto. Ma sono forti, in entrambe le tornate elettorali, le denunce degli osservatori di brogli, intimidazioni e minacce fisiche agli oppositori.
Molti pensano che per Kibaki l’unica soluzione onorevole sia il ritiro. Lui invece non si stanca. Continua a tessere una fitta trama di relazioni con gli esponenti principali dell’opposizione e dei transfughi del Kanu. Nasce così la National Rainbow Coalition una coalizione creata su un programma unico. Moi, in base alla costituzione, non può più candidarsi. Sostiene allora la candidatura di Uhuru Kenyatta figlio di Yomo Kenyatta e influente uomo di affari legato a Moi da interessi comuni. Kanyatta non è un politico di razza come il padre. Per lui è difficile ricucire i dissidi all’interno di un partito sfilacciato che ha portato il Kenya in una condizione nella quale la stragrande maggioranza della popolazione vive nella più completa povertà. E dalle urne non può che uscirne sconfitto. Come infatti avviene il 27 dicembre.



Enrico Casale




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