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La prima promessa l’ha mantenuta. Aveva detto che avrebbe abolito
le tasse scolastiche. E l’ha fatto. Ha eliminato i balzelli che
impedivano l’accesso all’istruzione della maggior parte
dei figli di famiglie poverissime. Famiglie che non si potevano permettere
di spendere denaro per mandare a studiare i loro bambini.
Per il Kenya è la prima delle rivoluzioni annunciate da Mwai
Kibaki, il neo presidente che, alla guida della National Rainbow Coalition
(Narc), ha messo fine, nelle elezioni di dicembre, al regime ventennale
di Daniel arap Moi. Kibaki ha fatto solo un primo, piccolo, passo nel
cammino per affrontare e vincere la montagna di problemi che il Paese
dell’Africa orientale deve affrontare. Oltre all’istruzione,
Kibaki dovrà rivitalizzare un’economia fragile, ristrutturare
un sistema sanitario carente e, soprattutto, dovrà sconfiggere
una corruzione dilagante. Sfide che fanno tremare i polsi. Kibaki però
non è uno sprovveduto. Dalla sua ha una buona formazione politica
ed economica e, soprattutto, una lunga esperienza politica.
Nato nel 1931 alle pendici del Monte Kenya, Kibaki appartiene ai kikuyu,
l’etnia maggioritaria nel Paese. Dopo gli studi in Uganda e in
Inghilterra, è diventato un apprezzato conferenziere. Nei primi
anni ’60 in Kenya prende il via la lotta per l’indipendenza
dall’Inghilterra. Kibaki offre il suo contributo alla causa. È
uno dei sostenitori di Yomo Kanyatta. Raggiunta l’indipendenza,
Kibaki si avvia alla carriera politica. Nel 1963 viene eletto in parlamento
nelle liste del partito presidenziale (seggio che da allora non ha mai
perso). La competenza e la stima nei suoi confronti lo portano a essere
nominato prima ministro delle Finanze (carica che reggerà dal
1969 al 1982) e, poi, nel 1978 anche vice-presidente (carica che ricoprirà
anche sotto Daniel arap Moi fino al 1988).
L’anno della svolta è il 1991. Moi apre al multipartitismo
ponendo fine a quasi trent’anni di monopolio del Kanu, il partito
al potere. Kibaki lascia allora il Kanu per fondare il Democratic Party.
Per Moi è come un insulto. Lo attacca definendolo un codardo
e un vigliacco. Dal tramonto di un’alleanza, nasce una forte rivalità.
Kibaki sfida Moi alle elezioni presidenziali del 1992 e del 1997 uscendone
sconfitto. Ma sono forti, in entrambe le tornate elettorali, le denunce
degli osservatori di brogli, intimidazioni e minacce fisiche agli oppositori.
Molti pensano che per Kibaki l’unica soluzione onorevole sia il
ritiro. Lui invece non si stanca. Continua a tessere una fitta trama
di relazioni con gli esponenti principali dell’opposizione e dei
transfughi del Kanu. Nasce così la National Rainbow Coalition
una coalizione creata su un programma unico. Moi, in base alla costituzione,
non può più candidarsi. Sostiene allora la candidatura
di Uhuru Kenyatta figlio di Yomo Kenyatta e influente uomo di affari
legato a Moi da interessi comuni. Kanyatta non è un politico
di razza come il padre. Per lui è difficile ricucire i dissidi
all’interno di un partito sfilacciato che ha portato il Kenya
in una condizione nella quale la stragrande maggioranza della popolazione
vive nella più completa povertà. E dalle urne non può
che uscirne sconfitto. Come infatti avviene il 27 dicembre.
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