Focus
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americhe
Bolivia, la coca della discordia |
| Undici morti e 80 feriti in meno di un
mese: è iniziato così il 2003 in Bolivia, Paese ai margini
dell’economia mondiale e conseguentemente dimenticato dai media
internazionali. Ma se l’attenzione, per quanto riguarda i fatti
latinoamericani, è concentrata da mesi sul conflitto politico-sociale
in corso in Venezuela, non meno grave e radicato sembra essere lo scontro
che si consuma nel Paese andino. Ai blocchi stradali dei cocaleros (coltivatori
di coca) del Chapare - che protestano contro lo sradicamento di un prodotto
centrale nell’economia e nelle tradizioni locali e chiedono adeguati
sostegni alla riconversione agricola - si aggiungono le tensioni legate
alle sperequazioni economiche, all’emarginazione della componente
indigena della popolazione, alla privatizzazione di acqua, gas e idrocarburi.
Tensioni che si trascinano da anni ma che si sono acuite dopo la vittoria
nelle elezioni presidenziali di Gonzalo Sánchez de Lozada. Questi
- insediatosi in agosto - ha subito mostrato il pugno di ferro nei confronti
dei manifestanti del Chapare, inviando nella regione 7mila soldati e
boicottando vari tentativi di dialogo. La stessa rigidità, peraltro,
ha dimostrato Evo Morales, parlamentare e leader dei cocaleros, che
ha preferito chiamare i contadini alla rivolta e al rovesciamento del
Governo, anziché cercare una soluzione politica in Parlamento,
dove pure controlla il 30% dei seggi.
Sul finire di gennaio, dopo scontri e sparatorie che hanno causato la
morte di nove contadini, un minatore e un militare, si è aperto
però uno spiraglio: per quanto vago, è stato raggiunto
un accordo che impegna le parti a «creare un clima propizio al
dialogo», a «congelare» le proteste e a inserire nei
negoziati varie questioni di interesse nazionale, quali la concessione
di terre ai contadini e lo stop alle privatizzazioni di aziende pubbliche.
Negli stessi giorni, un’altra buona notizia è arrivata
da oltre Oceano: l’Unione Europea finanzierà con 19 milioni
di euro un piano di promozione turistica del Chapare, all’interno
di un più vasto progetto di sviluppo alternativo della regione.
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africa Costa d’Avorio, intesa fra le fazioni in lotta |
L’intesa è stata a firmata da tutti:
ribelli, governo e opposizione. Ma l’accordo potrebbe non bastare
a riportare la pace in Costa d’Avorio. Ai sostenitori del Governo,
il documento firmato a Parigi non piace. E hanno reagito duramente,
assalendo e distruggendo le proprietà francesi e degli stranieri.
Arde quindi ancora il fuoco sotto la cenere e la guerra potrebbe anche
riprendere.
La crisi in Costa d’Avorio è scoppiata a settembre con
un tentativo di golpe. I ribelli del Movimento patriottico della Costa
d’Avorio (ai quali si sono poi affiancati il Movimento popolare
ivoriano del Grande Ovest e il Movimento per la giustizia e la pace)
danno l’assalto alle città più importanti. Obiettivo:
rovesciare il presidente. Negli scontri muore Robert Guei l’ex
presidente della giunta militare. L’ex premier Alessandre Ouattara,
leader della Coalizione dei Repubblicani, da più parti accusato
di essere uno degli ispiratori della rivolta, è costretto a scappare.
Il golpe fallisce. L’esercito lealista riesce a respingere i ribelli
che si arroccano nelle regioni settentrionali. Ma il Paese, primo produttore
mondiale di cacao, piomba nel caos. Il governo denuncia ingerenze esterne.
Le allusioni sono a un appoggio ai ribelli da parte del Burkina. La
Francia, ex potenza coloniale, mette subito in campo una forza d’intervento.
L’obiettivo di Parigi è proteggere i 25mila connazionali
e i 3 miliardi di euro di investimenti francesi. Nonostante l’impegno
militare, i francesi lavorano per una soluzione pacifica. L’azione
diplomatica va a segno. Ribelli, opposizione e governo trovano un accordo.
L’intesa prevede che si formi un governo di riconciliazione guidato
da un primo ministro che rimarrà in carica fino alle elezioni
presidenziali (alle quali non potrà partecipare). Ai ribelli
vengono assegnati il ministero degli Interni e quello della Difesa.
La Costa d’Avorio potrà inoltre contare sugli aiuti del
Fmi e dell’Unione europea. L’accordo è accolto bene
da opposizione e ribelli. Non dai lealisti. Che paragonano l’intesa
alla «capitolazione della Francia al nazismo».
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medio oriente Israele, incognite dalle elezioni |
Alle elezioni politiche di Israele, il Likud di Ariel
Sharon ha confermato ogni previsione ottenendo un successo netto, almeno
sul piano delle cifre. Ora alla Knesset, il parlamento ebraico, la destra
detiene 36 seggi. Crollano i laburisti scesi al minimo storico (17 seggi),
rincorsi dallo Shinui (14), il nuovo partito dell’ex giornalista
Tommy Lapid rivelatosi una sorpresa ai danni della formazione religiosa
e integralista Shas (9).
La destra ha la maggioranza assoluta: 68 seggi su 120. Per usare un’immagine,
nel cielo di Gerusalemme, i falchi hanno spodestato le colombe. Ma la
politica non si fa solo con i numeri e le colombe vogliono volare ancora.
Israele infatti non può reggersi sulle decisioni di un’unica
parte politica: anche chi vince ha bisogno del consenso dei perdenti.
L’alleanza coi laburisti è necessaria per garantire un’autentica
stabilità e, soprattutto, per mantenere la coesione della nazione.
A fronte delle aperture di Sharon, il capo laburista Amram Mitzna fa però
resistenza. L’atteggiamento complica i negoziati per la nuova maggioranza.
Ehud Barak, ex premier laburista, fautore di una politica di dialogo con
i palestinesi, sostiene che a breve gli israeliani dovranno nuovamente
scegliere un Governo e un Parlamento. Lo confermerebbe la scarsa affluenza
alle urne delle ultime elezioni: solo il 68% degli aventi diritto. Esiste
perciò una consistente fascia di popolazione che prima di esprimersi
attende una vera alternativa. Anche sul piano internazionale la presenza
dei laburisti è una garanzia per contenere l’intemperante
Sharon. E, si sa, Israele non può recidere i legami con il resto
del mondo, in particolare con l’Occidente. La legittimità
internazionale è vitale al giovane Stato. Il leader dello Shinui,
Tommy Lapid, ha costruito la sua campagna elettorale sulla critica senza
riserve alle forze tradizionali, attaccando i privilegi concessi ai religiosi
ortodossi, cavalcando il desiderio di contestazione di molti cittadini.
Ora anche lui si propone come mediatore nella costituzione di un asse
stabile tra destra e sinistra, per consentire un Governo di unità
nazionale.
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europa Bulgaria: i miti della transizione |
Il 10 novembre 1989 veniva deposto il dittatore bulgaro
Zivkov, ma il Paese non aveva ancora compreso la reale portata di quanto
era avvenuto. I bulgari pensavano che il socialismo reale aveva fallito
perché non aveva realizzato l’uguaglianza sociale. A fronte
dei privilegi della nomenklatura il popolo, come avvenne in altri Stati
del blocco socialista, desiderava un’uguaglianza concreta. In realtà,
la costruzione di un regime di libertà e la transizione economica
hanno reso più profondo il fossato tra ricchi e poveri. «Quando
è iniziata la transizione - spiega il sociologo Andrei Rajcev -
fu detto alla gente che si trattava di un processo legato all’uguaglianza
sociale e al miglioramento della situazione economica. Secondo l’Occidente,
nuovo modello dell’ex blocco sovietico, la transizione era un nuovo
sistema di valori che la gente doveva fare proprio. In seguito sarebbero
state edificate istituzioni conformi. Se i valori erano democratici, anche
le istituzioni sarebbero state tali. Con il loro funzionamento, la transizione
sarebbe finita». Gli intellettuali come Rajcev non nascondono oggi
l’amarezza. Secondo le statistiche solo il 10% della popolazione
vive in condizioni di benessere. Il 40% non è affatto integrato
nel nuovo sistema sociale e continua a vivere in condizioni di arretratezza.
Rajcev osserva: «A quali miti abbiamo creduto? Al mito della Russia:
Gorbaciov possedeva la ricetta del benessere. In seguito ci fu il mito
del “comunista”, su cui riversare tutte le ragioni del malessere
sociale, gli errori del passato e del presente. Poi è comparso
il mito dell’Europa. E infine è giunto il mito dello zar,
un mito sviluppatosi per la carenza di altri miti».
Gli intellettuali lamentano che il premier Simeone Sakskoburggotski e
il suo movimento siano diventati un leader politico e un partito centrista
come altri. Sarebbe così naufragato l’ennesimo mito cui ancorare
la propria salvezza? La Bulgaria è paradigmatica per comprendere
quanto sta avvenendo nel resto dell’Europa un tempo «oltre
cortina»: i miti forse devono morire per una transizione efficace,
e per questo dolorosa.
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asia e oceania
Pakistan: libertà d’espressione a rischio |
In Pakistan rimangono gravi le preoccupazioni per la
situazione dei diritti umani, dopo che il Paese ha rischiato duri contraccolpi
politici e militari a seguito della guerra in Afghanistan, condotta a
partire dall'autunno 2001 dai Paesi occidentali contro i taleban e i loro
alleati. Nel corso del 2002 si erano già verificati attentati e
stragi contro chiese cristiane protestanti che avevano causato numerose
vittime, ora c’è da registrare l’omicidio di un intellettuale
oppositore degli estremisti islamici. La Human Rights Commission of Pakistan
(Commissione per i diritti umani del Pakistan) ha infatti avviato un’indagine
sulla morte di Fazal Wahab, uno scrittore la cui opera era molto critica
nei confronti dell’estremismo islamico. Il presidente della Commissione,
Afrasiab Khattak, si è detto impressionato dal modo in cui è
stato ucciso Wahab, assassinato da quattro sconosciuti il 21 gennaio scorso
all’interno di un negozio a Mingora, nella Northwest Frontier Province
(Provincia della Frontiera di Nord-Ovest). Nell’agguato sono rimasti
uccisi anche il proprietario del negozio e un commesso. Wahab aveva rivelato,
durante una conferenza stampa, di aver ricevuto minacce di morte dopo
che era stata emanata contro di lui una fatwa (decreto religioso a carattere
giuridico). Sulla vicenda è intervenuta anche Amnesty International,
che ha denunciato la mancanza di protezione da parte della polizia nei
confronti dello scrittore. Wahab era diventato il bersaglio degli estremisti
da quando nel 2000 aveva pubblicato un libro, Mullah ka Kirdar (Il ruolo
del Mullah), subito messo al bando dalle autorità pakistane. L’anno
scorso aveva di nuovo dato scandalo con un volume in cui esprimeva critiche
su Osama bin Laden, a capo dell’organizzazione terroristica al Qaida,
e sui taleban con cui aveva stretto un’alleanza in Afghanistan.
In un libro di prossima pubblicazione, intitolato Mullah ka Anjam (Il
destino del Mullah), vi sarebbero inoltre accuse precise di aver svolto
attività criminali nei confronti di alcuni parenti di uomini politici
della Provincia della Frontiera di Nord-Ovest.
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