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 Aprile 2003 - Dossier: Incontrare Dio nella metropoli

L’Ospite
Un Dio delle città e degli ultimi
Dall’esperienza diretta di chi ha fatto del servizio ai poveri e i diseredati delle metropoli il segno tangibile della propria vocazione cristiana, una testimoniznaza che è anche un appello a «guardare oltre» le apparenze, ma anche a cercare Dio «che non è nel cielo».

Assisi, Eremo delle carceri: da destra, l'Abbè Pierre, mons. H. Camara e il nostro direttore nel 40° di Emmaus (1989)

«L’Amore non è amato». Questa frase di san Francesco, che conobbi per la prima volta ad Assisi, giovane studente del ginnasio dei gesuiti di Lione in viaggio verso Roma, segnò profondamente la mia vita, tanto da farmi prendere la decisione di entrare nel noviziato dei cappuccini.
Sette anni di vita contemplativa nella forma più severa. Quando uscii per gravi motivi di salute, mi trovai cappellano alla cattedrale di Grenoble, e conobbi subito la guerra, con i suoi drammi, le sue torture, le sue ingiustizie. Vi fui immediatamente coinvolto per salvare quante più persone potevo dalle atrocità del nazismo: documenti falsi, salvataggio in Svizzera, attraverso le Alpi, di ebrei ed altri ricercati dalla Gestapo. Infine il dopo guerra, con i suoi nuovi drammi sociali, specie dei senzatetto e l’esperienza, non cercata, di oltre cinque anni di prete-parlamentare. E infine Emmaus, con le sue comunità di poveri, in Francia e via via un po’ dappertutto nel mondo.
Come si può ben constatare, non ho grande esperienza di ministero sacerdotale normalmente inteso. Non ne ho avuto modo. Comunque, in coscienza, a 90 anni abbondanti, posso dire che mi sento abbastanza tranquillo sul mio modo di «vivere la fede nelle grandi città», sul mio modo di «portarvi Cristo».
I sette anni passati nella clausura del noviziato dei cappuccini a Lione hanno segnato in maniera indelebile la mia vita di cristiano e di prete. Il «bisogno» dell’adorazione della presenza di Cristo nell’Ostia consacrata lo sento tuttora molto vivo, fa parte del mio modo di essere, anche di essere prete.
Inseparabile dal «bisogno» dell’Adorazione, la disponibilità all’azione, nel servizio ai più poveri, ai più deboli, ai meno potenti. Nello sforzo non tanto o non solo di essere credente, ma soprattutto credibile.
Mi ricordo sempre dell’inizio di Emmaus: stavamo costruendo case per i senzatetto di Parigi. A un certo punto ci accorgiamo che manca il materiale. Era domenica, tutto chiuso. Un amico mi suggerisce che non molto distante c’era un uomo che avrebbe potuto aiutarci. «Ma fa’ attenzione - mi disse - è un mangiapreti…». Non avevo scelta. Andai. Appena mi vide, quest’uomo mi disse: «È la prima volta che lascio entrare un prete in casa mia…». Gli spiegai che cosa mi serviva e perché. Mi ascoltò, e dopo avermi dato ciò di cui avevo bisogno (senza, per altro, farmelo pagare!), mettendomi le sue forti mani sulle spalle, mi disse: «Non è giusto agire come fanno i suoi colleghi…». E mi raccontò tutta la sua rabbia per aver saputo della morte di un ricco signore del quartiere, da tutti conosciuto come cattivo, in tutti i sensi, ingiusto con i suoi operai, ingiusto con la famiglia… ma al suo funerale c’erano molti preti e anche un vescovo… e dopo qualche giorno, morì un’anziana signora da tutti considerata come «l’Angelo dei poveri», sempre pronta ad aiutare tutti anche se molto povera. In chiesa, per lei, un prete solo e tutto sbrigato in pochi minuti. «No! - ripeté - non è giusto agire così…». E nel salutarmi, sempre tenendomi per le spalle, mi confidò: «Padre, non so se Dio esiste, ma se esiste, Dio è quello che Lei e i suoi compagni state facendo con i poveri, per i più poveri».
Nella mia vita ho sempre cercato di essere fedele e coerente con la certezza che ho della presenza vera, reale di Gesù nella persona del povero, dell’oppresso, dell’infelice, del disperato.
E in forza di questa presenza di Dio nei poveri, ho sempre cercato il massimo rispetto per il povero, per la persona disgraziata. Rispetto del suo segreto, del suo pudore, poiché il suo passato non ci appartiene. Rispetto della sua libertà religiosa: non costringerlo a cantare i salmi per poi offrirgli in cambio una ciotola di minestra. Sarebbe come degradarlo, umiliarlo.
In forza di questa presenza di Dio nella persona umana, ho sempre cercato di restituirgli la sua dignità. Ecco il grande segreto senza cui nessun «stracciaiolo» di Emmaus farebbe ciò che fa. Così Dio sarà presente nel suo lavoro e un giorno o l’altro, senza che noi interveniamo dal di fuori, Dio entrerà nel suo cuore riconciliato. Dio non è «nel cielo». Dio è presente nel pover’uomo che mi sta parlando in questo momento, Cristo è incarnato in questo mascalzone, in questo ladro, in questo assassino che mi sta chiedendo di dargli una mano…

Abbé Pierre




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