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 Aprile 2003 - Cosmorama

Focus

americhe

Uruguay, tra prestiti e disoccupazione

Secondo i dati resi noti dall’Istituto nazionale di statistica, in Uruguay, nel 2002, la disoccupazione ha raggiunto il 19%, il livello più alto registrato dal 1977, con punte del 42% nelle aree interne, lontane dalla capitale Montevideo. Secondo le previsioni, anche nel 2003 - come è successo negli ultimi quattro anni - si registrerà una diminuzione del Prodotto interno lordo. Condizionato dalla crisi del vicino gigante argentino, il Paese un tempo conosciuto come la «Svizzera del Sudamerica» ha dovuto affrontare nel giro di pochi mesi la svalutazione del peso, il blocco (per due settimane) delle attività finanziarie, il temporaneo congelamento dei depositi bancari e una inevitabile crisi di Governo. Il presidente Jorge Battle, del Partido colorado (centro-destra), ha perso l’appoggio del Partido blanco, alleato-chiave nella vittoria elettorale del 1999. La crisi è esplosa dopo che Luis Alberto Lacalle, ex-presidente e leader del Partido blanco, ha dichiarato senza mezzi termini di essersi pentito dell’appoggio dato a Battle. L’esecutivo nato dal rimpasto di fine anno, secondo gli analisti, faticherà ad arrivare al termine del mandato, fissato a novembre 2004.
A ridare ossigeno al presidente, la cui popolarità è ormai crollata al 15%, ha provveduto però il Fondo monetario internazionale (Fmi), che a fine febbraio ha dato il via libera a un prestito di 600 milioni di dollari per l’anno in corso, a cui seguiranno altre tranche fino al 2005. Ma conquistare la fiducia del Fmi non è operazione priva di costi: Battle ha dovuto assumersi ulteriori impegni in ordine alla liberalizzazione dei mercati, in particolare nel settore delle telecomunicazioni e in quello energetico. Al progetto di privatizzazione dell’attività petrolifera si oppongono però duramente i sindacati dell’Ancap (l’impresa statale) e i partiti di opposizione, i quali hanno raccolto 650mila firme contrarie (in un Paese che conta 3,4 milioni di abitanti). Si potrebbe così arrivare nei prossimi mesi a un referendum, che diverrebbe a quel punto una sorta di consultazione pro o contro il presidente.


africa

Zambia, i gesuiti contro gli Ogm

I gesuiti alimentano la carestia in Zambia? Sono diventati insensibili alla fame per difendere interessi economici locali? Un gruppo di scienziati americani ed europei accusa i gesuiti di commettere un crimine contro i poveri. Un documento che critica la loro posizione è stato presentato a James Nicholson, ambasciatore degli Usa presso la Santa Sede, e ad Andrew Natsios, direttore di Usaid, l’agenzia americana per la cooperazione allo sviluppo. Una copia è stata inviata al padre Generale Peter-Hans Kolvenbach, con la richiesta di intervenire. Quali sono le ragioni di questa controversia?
«Lo Zambia non dovrebbe essere costretto ad accettare mais geneticamente modificato», hanno dichiarato i gesuiti del Kasisi Agricultural Training Centre (Katc) e del Centro di riflessione teologica (Jctr). Accettare mais geneticamente modificato come aiuto alimentare mette a rischio la salute dei consumatori e può avere un impatto negativo sull’agricoltura del Paese. Secondo uno studio condotto dall’agronoma Bernadette Lubozhya, le coltivazioni geneticamente modificate potrebbero causare problemi nel lungo periodo, diminuire la produzione, aumentare l’uso di erbicidi, ridurre la biodiversità, dare risultati imprevedibili e scarsi guadagni per i piccoli coltivatori che producono l’80% del fabbisogno. Essi si troverebbero in una situazione di pesante dipendenza dalle multinazionali e la produzione di cibo cadrebbe infine sotto il monopolio di poche aziende agro-alimentari. L’agricoltura di sussistenza sarebbe sostituita dalla produzione alimentare intensiva e a scopo commerciale, realizzata da grandi imprese meccanizzate, con il risultato di aumentare la disoccupazione e minacciare la sicurezza alimentare.
Dopo avere richiesto numerosi pareri, tra cui quello del Katc, il Governo ha rifiutato l’offerta americana di mais geneticamente modificato, distribuito dal Programma alimentare mondiale. La denuncia e l’attacco sono seguiti di lì a poco. Katc e Jctr sono ben consapevoli dell’attuale penuria di cibo e hanno sostenuto gli sforzi del Governo per ottenere mais non geneticamente modificato, sia nello Zambia, sia nei Paesi limitrofi. (Headlines)


medio oriente

Un’associazione per i giornalisti sauditi
Timidi segnali di apertura e di riforma giungono dall’Arabia Saudita: dopo l’ammissione per la prima volta nel Paese di una delegazione in difesa dei diritti umani (cfr Popoli, marzo 2003, p. 18), è la volta dei giornalisti, di cui è stata consentita la nascita di un’associazione professionale. Si è infatti costituita l’Associazione dei giornalisti sauditi, con lo scopo di regolamentare la professione giornalistica e i rapporti tra i giornalisti e i media. La notizia è stata diffusa dall’agenzia ufficiale saudita Spa (Saudi Press Agency), che ha riportato l’annuncio del ministro dell’informazione Fouad al-Farisi, secondo il quale l’associazione «contribuirà a far crescere il ruolo della stampa e a far circolare i suoi messaggi, darà più fiducia e sicurezza ai giornalisti, e contribuirà a rafforzare il loro senso di responsabilità nei confronti del loro Paese e del loro popolo». Resta da vedere di quanto spazio di manovra potrà disporre la neonata associazione. I media locali chiedevano da anni inutilmente di poter dar vita a un organismo rappresentativo della categoria, e vari direttori di giornali hanno sottolineato che il permesso di costituire l’Associazione costituisce un passo importante nell’apertura della società saudita.
In Arabia Saudita si pubblicano 13 quotidiani, ma, nonostante siano tutti di proprietà privata, essi sono ufficialmente controllati dal ministero dell’informazione. Durante lo scorso anno, tre direttori di giornali in lingua araba sono stati costretti a dimettersi dopo aver pubblicato materiale ritenuto inadatto. Secondo Reporters sans Frontières, che ha elaborato alla fine del 2002 la prima classifica mondiale della libertà di stampa, l’Arabia Saudita si colloca al 125° posto, su un totale di 139 Paesi esaminati. Qualcosa tuttavia sta forse effettivamente cambiando: negli ultimi mesi alcuni giornalisti hanno cominciato a seguire argomenti controversi, compresi articoli su Osama bin Laden e su al-Qaeda, sugli attentati dell’11 settembre, e su argomenti interni quali la corruzione negli uffici pubblici e la disoccupazione. Tuttavia, molto resta ancora da fare, ad esempio per quanto riguarda l’accesso a Internet: l’Arabia Saudita ha una politica tra le più restrittive al mondo, con oltre 2mila siti bloccati a causa delle immagini esplicite, delle informazioni di carattere religioso e dei riferimenti alla cultura occidentale.


europa

L’Armenia nel complesso equilibrio caucasico
Richard Kocharian è stato rieletto il 5 marzo scorso presidente dell’Armenia, dopo aver mancato la riconferma nel primo turno delle elezioni per appena lo 0,2 per cento dei voti necessari. Il candidato dell’opposizione Stephen Demirchan, ha denunciato brogli elettorali e violenze. Il vincitore è chiamato a guidare il Paese in uno scenario economico e politico regionale molto difficile.
A differenza di quanto fece l’Urss nei primi anni Venti, la Russia di oggi non è riuscita a frenare le spinte indipendentiste di Georgia, Armenia e Azerbaigian, lasciando l’area in una situazione di grande instabilità. Da oltre un decennio, infatti, la regione è divenuta la frontiera dove si scontrano importanti interessi economici e strategici di potenze quali Russia, Turchia, Iran, e anche esterne all’area, come gli Stati Uniti. Rivalità che si collocano in una zona ad alta conflittualità per la frammentazione etnica, per i problemi storici mai risolti e per le rivendicazioni territoriali. L’Armenia confina con due Stati ostili, la Turchia e l’Azerbaigian, entrambi di etnia turca. Radicata è l’inimicizia di quest’ultimo Stato nei confronti dell’Armenia per la vicenda del Nagorno-Karabach, l’enclave armena diventata indipendente dall’Azerbaigian dopo la guerra del 1991-94. Oltre alla Russia, che è il principale partner politico e militare, l’unico Paese con cui l’Armenia ha rapporti di buon vicinato è l’Iran. Questo avvicinamento a Mosca e Teheran ha esiti contraddittori. Da un lato, infatti, il legame con Mosca è una garanzia nei confronti dei vicini ostili, dall’altro limita la libertà di azione armena, soprattutto nei confronti degli Stati Uniti, che non vedono di buon occhio i rapporti amichevoli con Teheran. Anche il recente dislocamento di forze armate statunitensi in Georgia, possibile preludio a una riduzione della presenza della Russia nel Caucaso, è una delle ragioni d’inquietudine per gli armeni. Mosca, infatti, resta il principale sostegno contro il blocco economico decretato da Azerbaigian e Turchia contro l’Armenia, un blocco che frena lo sviluppo economico-sociale, anche se l’economia armena cresce a ritmi sostenuti.


asia e oceania

Il nuovo Vietnam volta pagina
Trent’anni fa, nel marzo 1973, si avviava il ritiro delle truppe americane; due anni più tardi si concludeva il conflitto con un bilancio terribile: 3 milioni di vittime vietnamite e 58mila soldati statunitensi uccisi. Il Vietnam attuale è profondamente diverso e, soprattutto, sembra avere rimosso la terribile esperienza bellica. Anche perché oggi il 35% dei vietnamiti (complessivamente 82 milioni) ha meno di 15 anni. Resta l’orgoglio nazionale, è vero, proiettato nello sviluppo di una economia socialista «di mercato» ispirata dalla Cina (ma nessun vietnamita lo ammetterebbe), di grande dinamismo, seppure ancora a beneficio di pochi; restano le numerose manifestazioni a sfondo patriottico o ideologico che scandiscono il calendario; restano le mutilazioni, l’orgoglio e spesso la povertà dei reduci, costretti a mendicare per le strade di Hanoi e Hochiminhville (l’ex Saigon) fra migliaia di immigrati irregolari, manovalanza a buon mercato e abbondante anche per la criminalità e gli sfruttatori. L’intraprendenza e il discreto livello d’istruzione della popolazione vietnamita attirano capitali e imprese dall’estero. Anche questo, e nonostante una burocrazia asfissiante e una corruzione da record, ha contribuito al «miracolo» di questi ultimi anni, la crescita sostenuta della ricchezza nazionale. Il crollo del prezzo del caffè sulla maggior parte delle piazze africane e latinoamericane deriva anche dall’introduzione sul mercato della produzione vietnamita, orientata all’esportazione. La durata della vita si è allungata fino a sfiorare i 70 anni ed è scesa anche la mortalità infantile. Tuttavia potrebbe aggravarsi il divario già forte tra città e campagna, tra Nord e Sud, tra la fredda e burocratica Hanoi e la dinamica Hochiminhville. Resta inoltre la questione delle minoranze e l’Aids comincia a chiedere un pesante tributo alla mancanza di informazione e al disconoscimento ufficiale del problema. In questa situazione, la Chiesa cattolica vietnamita (una delle maggiori dell’Asia, con i suoi 6 milioni di fedeli), che per lunghi anni ha pagato l’accusa di collusione con il potere coloniale e con la politica statunitense, ha oggi un triplice ruolo: partecipa al dibattito sull’unità nazionale, opera come istituzione religiosa, veicola in una attività sociale capillare gli aiuti in buona parte provenienti dall’estero.




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