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 Agosto/Settembre 2003 - Dossier: A Sud dell’informazione

A Sud dell’informazione
Tante voci, poca comunicazione
Mezzo di comunicazione e sensibilizzazione, veicolo culturale, business o strumento di propaganda: i mass media vivono oggi nel mondo logiche contraddittorie. Ma mentre le differenze vanno appiattendosi, complice una tecnologia globale, nel grande circo mediatico l’operatore dell’informazione ha ancora un ruolo di primo piano? Quali sono gli strumenti e i condizionamenti che ne caratterizzano l’attività? L’abbiamo chiesto ad alcuni giornalisti di Paesi significativi dei vari continenti. Lasciando l’apertura del servizio a un inviato «vero» come Ryszard Kapuscinski, che della comunicazione del Sud del pianeta a un Nord distratto e impreparato ha fatto una sorta di «missione» in cui impegnare la vita. Senza dimenticare quanti, sempre più numerosi, la vita la perdono sul «fronte» dell’informazione.


 

Intervista a Ryszard Kapuscinski
C’era una volta… il giornalista

Narratore vagabondo, giornalista nomade, scrittore di guerre e di viaggi, creatore di una straordinaria mistura di letteratura e reportage, Ryszard Kapuscinski ha girato tutti i continenti e attraversato tutti i mondi. Quando lo incontri ti aspetti che dica, parafrasando un famoso film: «Ho visto cose che voi umani...», e ne avrebbe davvero tutto il diritto, perché Kapuscinski le deve aver viste davvero le navi spaziali in fiamme al largo dei bastioni di Orione, probabilmente navi stracolme di disperati in fuga dalla fame o dalla violenza.
Nato nel 1932 a Pinsk (allora Polonia orientale, oggi Bielorussia), dagli anni Cinquanta, con pochi soldi in tasca e grande talento, Kapuscinski viaggia come corrispondente dell’agenzia di stampa polacca Pap per le periferie della storia e della geografia, lontano dagli itinerari tradizionali dei turisti e della grande informazione. Preferisce i villaggi, le capanne, i letti sporchi, le bidonville, i camionisti che percorrono le piste del Sahara, i contadini della brousse. Preferisce stare a gomito a gomito con la gente del posto, perché per fare vera informazione è indispensabile la «condivisione». Senza fermarsi all’involucro esterno, alla superficie delle cose, il suo sguardo lucido va all’essenza, scandaglia ciò che si nasconde nel cuore di popoli e culture. Nel corso degli anni ha raccontato le guerre più assurde («I piccoli Stati del Terzo, del Quarto e di tutti gli altri mondi possono sperare di suscitare qualche interesse solo quando decidono di spargere sangue. Triste, ma vero»), come quella scoppiata tra Honduras e Salvador a causa di una partita di calcio (La prima guerra del football), la dissoluzione dell’Unione Sovietica (Imperium), la caduta in disgrazia di dittatori come Hailè Selassié, ultimo sovrano d’Etiopia (Il Negus) e di Reza Pahlavi, ultimo sovrano di Persia (Shan-in-shah). Ha raccontato le speranze dell’Africa postcoloniale e i disastri dell’Africa di oggi, tra carestie e siccità, esodi immani e fanatismo.
Assolutamente straordinario è il libro Ebano, illuminante raccolta di scritti e articoli che ricostruiscono la quarantennale esperienza di Kapuscinski come inviato in quel cosmo vario e ricchissimo che per comodità chiamiamo Africa: «Questo libro non parla dell’Africa, ma di alcune persone che vi abitano e che vi ho incontrato, del tempo che abbiamo trascorso insieme. L’Africa è un continente troppo grande per poterlo descrivere». I suoi libri sono editi in Italia da Feltrinelli, mentre Bruno Mondadori ha pubblicato l’intenso volume fotografico Dall’Africa.

Che cosa significa per Kapuscinski fare oggi il corrispondente di guerra? Questo mestiere ha ancora un senso?
La vita del corrispondente di guerra è cambiata in modo estremo. Esistono due tipi di guerre. C’è quella tradizionale, che si svolge sotto forma di «guerra civile» in aree in cui due o più forze diverse sono in lotta per conseguire il potere all’interno di uno Stato. Però, dalla guerra del Golfo del 1991, lo stato maggiore dell’esercito statunitense ha inventato una nuova tipologia: la guerra senza perdite. Le esperienze del Vietnam, della Somalia e di Panama hanno convinto i vertici militari che l’opinione pubblica non accetta i conflitti in cui i «figli della nazione americana» vengono uccisi. Così hanno inventato una guerra senza morti propri. Una guerra estremamente costosa, che nessuna nazione «normale» può permettersi. Si disegna una certa regione sulla cartina, la si «sigilla» e poi si comincia a bombardarla fino a che ogni tipo di resistenza viene annichilita e solo dopo entrano le forze americane. All’interno di quella regione nessun giornalista può metter piede. I giornalisti sono costretti a stare in albergo, ad attendere l’ufficiale di collegamento che si presenterà con il suo comunicato. Un lavoro da ufficio postale, non da giornalista. Questa nuova forma di guerra ha annullato il mestiere di corrispondente.

Dopo il 1989 gli Usa sono rimasti l’unica superpotenza. Come giudica il modo in cui svolgono il ruolo di «governanti planetari»?
Durante i quaranta e più anni di «guerra fredda» la scena politica era stabile, fossilizzata nella divisione tra Occidente e Oriente. Quando si viaggiava da Ovest verso Est si sapeva perfettamente in quale mondo andavamo. Con gli anni Novanta ci siamo ritrovati in uno scenario del tutto diverso dove i tradizionali elementi di stabilità sono scomparsi. Oggi la divisione passa tra Nord e Sud, tra il centro del mondo e la provincia. Il primo politologo ad affrontare il post-guerra fredda fu l’americano Fukuyama, che nel saggio La fine della storia aveva ipotizzato che, con il collasso del comunismo, non ci sarebbero stati più conflitti, perché tutti avrebbero potuto adottare la democrazia liberale e lo stile di vita americano. Un’ipotesi che molto presto si è rivelata falsa e vediamo come esistano molte forze che si oppongono a questa visione, forze religiose, nazionalistiche, etniche, economiche. La Storia non ha avuto fine, ma è cambiato il suo meccanismo. Un altro politologo americano, Samuel Huntington, ha scritto che la storia non è finita, ma che è iniziato un nuovo tipo di Storia, ovvero non più una lotta tra Stati, ma una lotta tra civiltà.

Questo è un punto di vista molto americano, perché noi europei tendiamo a leggere la storia in chiave di Stati nazionali...
Sì, ma già l’inglese Arnold Toynbee nei suoi dodici volumi della Storia del mondo affermava la necessità di prendere in considerazione unità più grandi degli Stati, ovvero le civiltà. Huntington ha individuato otto civiltà. E due di queste oggi si oppongono agli Usa: la civiltà cinese e quella islamica. La Cina è la nazione più popolosa, con una storia di 5mila anni alle spalle e nessun desiderio di fare proprio l’american way of life. La Cina è la potenza più importante sulla costa dell’Oceano Pacifico e sappiamo che nel XX secolo la civiltà si è progressivamente spostata dalla costa atlantica a quella pacifica. Tutto quello che succede sull’Atlantico sembra obsoleto, mentre il teatro della storia sta sul versante Pacifico. L’altro pericolo per gli Usa è l’Islam. Gli Stati Uniti immaginano il loro futuro incentrato sul petrolio. E la civiltà musulmana vive sui luoghi del petrolio.

Lei ha attraversato l’Africa negli anni della conquista dell’indipendenza, quando si viveva una grande speranza di riscatto. Oggi l’Africa è alla deriva. Che futuro intravvede per questo continente sempre più marginale?
L’Africa è l’espressione estrema di un fenomeno ben più ampio che tocca tutto il mondo globalizzato, ovvero il processo di marginalizzazione dei deboli a tutti i livelli e in tutte le società. Viviamo in un mondo duro e difficile. Tutte le idee tipiche del secolo precedente, come l’idea di solidarietà o l’idea del welfare, sono fallite. Ma ritorniamo all’Africa. Quando è arrivato il momento dell’indipendenza, i leader africani riuniti ad Addis Abeba decisero di conservare per i loro Stati i confini disegnati dagli europei alla conferenza di Berlino di fine Ottocento. Era il 1963, io ero presente ad Addis Abeba e sono stato testimone della paura dei leader africani, che temevano che l’emergere delle forze tribali potesse causare il collasso del processo di indipendenza. Così decisero di non attuare alcuna riforma dell’ordinamento amministrativo dei colonizzatori.
Questo è il paradosso dell’Africa. Questi Stati artificiali molto presto hanno deluso i popoli, che si sono resi conto che i nuovi Stati erano identici a quelli coloniali, solo che erano governati da un nero e non da un bianco. Lo scontento ha spinto i militari a prendere il potere con i colpi di Stato, ma presto anche i militari hanno deluso. Così il potere è tornato in mano ai civili. E l’Africa oggi si trova ancora impantanata in questo processo. Però la crisi africana ha ragioni anche economiche oltre che politiche. Le economie africane erano basate sull’esportazione di un unico prodotto. Il modello della monocoltura è fallito in conseguenza dell’avvento delle materie sintetiche e della competizione di altri Paesi del Terzo mondo che esportano anch’essi caffè e banane. L’Africa ha tre grandi debolezze: il clima terribile, il terreno pessimo e la mancanza di competenze. Questi fattori fanno sì che gli investimenti siano molto costosi e difficili, e oggi non superano il 2% di quelli globali.

Lei ha frequentato i potenti, ma soprattutto la gente comune. La Storia viene fatta più nei Palazzi o nelle strade?
Sono secoli che si discute di questo. Prima di essere giornalista, sono storico per formazione. Sono molto interessato ai processi storici dove vediamo sempre interagire due forze, il Palazzo e le masse. Il loro potere è maggiore o minore a seconda del periodo. Chiaramente nei momenti rivoluzionari è la massa a essere la creatrice della Storia, ma esistono lungi periodi in cui è il Palazzo a governare. La Storia è fatta proprio dall’interazione tra queste due forze. Il problema è osservare i fatti nel contesto, perché solo in questo modo possono dirci qualcosa. Il problema dei media è l’«effetto zoom», cioè il mettere a fuoco un particolare isolandolo dal contesto in cui avviene. Attraverso questo effetto si manipolano i fatti.

A gennaio ha vinto il Premio Grinzane Cavour per la Letteratura, un riconoscimento al giornalismo di approfondimento di cui Lei è maestro. Nella società di Internet questo giornalismo non rischia di scomparire?
Nel passato c’è stata la paura, che prima la radio, poi la televisione e adesso Internet, avrebbero potuto uccidere la parola scritta, il libro, e quindi la riflessione e il pensiero. Non solo quell’eventualità non si è verificata, ma abbiamo assistito a un fenomeno contrario. Il mondo contemporaneo vede un grande sviluppo della parola scritta, c’è una crescente produzione di libri, ci sono ottimi giornali con importanti tirature. Il problema dei mezzi di comunicazione elettronici è che ci forniscono un’immagine breve e superficiale. La loro qualità sta nella velocità e nell’immediatezza, ma coloro che pensano e riflettono sono curiosi di conoscere quali sono le forze e le motivazioni che stanno dietro le notizie. E così, dopo aver visto la tv o navigato in Internet, il giorno appresso comprano il giornale e, qualche tempo dopo, i libri per capire meglio.

È sempre convinto che il giornalismo non sia un mestiere per cinici?
Certo. Sono ottimista e credo che ci sarà sempre posto nel nostro campo per chi vuol fare un buon lavoro. Non ignoro gli aspetti commerciali del nostro mestiere, ma sono contrario a considerare l’informazione come fosse merchandising. L’informazione non consiste in merce, ma in pezzi di verità. Oltre alla trilogia iniziata con Ebano (i prossimi due volumi saranno dedicati all’America Latina e all’Asia), sto lavorando a un libro su Erodoto, che è colui che ha inventato l’arte del reportage. La sua capacità di esplorare la realtà resta un modello anche per l’oggi.



Emanuele Rebuffini


Media e Vangelo in un Paese-continente

Mentre celebriamo i 40 anni del Decreto Inter Mirifica, possiamo fare una valutazione molto positiva del progresso dei mass media di ispirazione cattolica in Brasile. Per una nazione dalle dimensioni sterminate e con una popolazione di quasi 180 milioni di persone, utilizzare i mezzi di comunicazione sociale rappresenta una necessità vitale.
In una prima fase la radio è stata il più importante mezzo di comunicazione a raggiungere le comunità più lontane. Oggi ci sono 180 emittenti, che costituiscono la Rete cattolica di radio (Rcr). Ma oggi nel Brasile l’industria culturale ruota intorno alla televisione. Ed è in questo contesto della sfida dell’evangelizzazione nella cultura dell’immagine che nascono i canali Tv di orientamento cattolico. Sono tre le emittenti cattoliche a livello nazionale che ricoprono tutto il territorio: RedeVida de televisão, Tv Canção Nova e Tv Século XXI.
Solo cinque anni fa sarebbe stato impossibile immaginare una presenza così significativa del messaggio cattolico nei diversi canali brasiliani. Arrivano a zone che hanno un grandissimo bisogno di presenza della Chiesa, soprattutto le comunità sparse nel cuore dell’Amazzonia. Esse ricevono la visita di un sacerdote una volta all’anno ma attraverso le TV sono informate sulla vita della Chiesa e sono preparate per le celebrazioni.
Nel frattempo si è sviluppata la rete Internet, e con essa sono nati vari portali cattolici. Un’esperienza molto interessante è Serviço de Noticias Dom Helder Câmara, intitolato all’indimenticato vescovo di Recife. La finalità di questa agenzia di notizie è dare voce alle comunità sparse in tutto il Brasile, costituendo una rete di comunicatori in ambito nazionale. La maggior parte dei collaboratori sono volontari che lavorano nelle diocesi, nelle parrocchie, in comunità rurali e urbane.
Per quello che possiamo vedere in questi anni, ci sono segnali positivi di crescita qualitativa nell’uso dei mezzi di comunicazione sociale nella Chiesa cattolica in Brasile, anche se le difficoltà economiche sono moltissime. Questo ci porta molta speranza per l’avvenire e gioia nel presente.

María de Lourdes Nunes
Incaricata nazionale per il settore Comunicazioni Sociali della Conferenza episcopale brasiliana





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