| Narratore vagabondo, giornalista nomade,
scrittore di guerre e di viaggi, creatore di una straordinaria mistura
di letteratura e reportage, Ryszard Kapuscinski ha girato tutti i continenti
e attraversato tutti i mondi. Quando lo incontri ti aspetti che dica,
parafrasando un famoso film: «Ho visto cose che voi umani...»,
e ne avrebbe davvero tutto il diritto, perché Kapuscinski le
deve aver viste davvero le navi spaziali in fiamme al largo dei bastioni
di Orione, probabilmente navi stracolme di disperati in fuga dalla fame
o dalla violenza.
Nato nel 1932 a Pinsk (allora Polonia orientale, oggi Bielorussia),
dagli anni Cinquanta, con pochi soldi in tasca e grande talento, Kapuscinski
viaggia come corrispondente dell’agenzia di stampa polacca Pap
per le periferie della storia e della geografia, lontano dagli itinerari
tradizionali dei turisti e della grande informazione. Preferisce i villaggi,
le capanne, i letti sporchi, le bidonville, i camionisti che percorrono
le piste del Sahara, i contadini della brousse. Preferisce stare a gomito
a gomito con la gente del posto, perché per fare vera informazione
è indispensabile la «condivisione». Senza fermarsi
all’involucro esterno, alla superficie delle cose, il suo sguardo
lucido va all’essenza, scandaglia ciò che si nasconde nel
cuore di popoli e culture. Nel corso degli anni ha raccontato le guerre
più assurde («I piccoli Stati del Terzo, del Quarto e di
tutti gli altri mondi possono sperare di suscitare qualche interesse
solo quando decidono di spargere sangue. Triste, ma vero»), come
quella scoppiata tra Honduras e Salvador a causa di una partita di calcio
(La prima guerra del football), la dissoluzione dell’Unione Sovietica
(Imperium), la caduta in disgrazia di dittatori come Hailè Selassié,
ultimo sovrano d’Etiopia (Il Negus) e di Reza Pahlavi, ultimo
sovrano di Persia (Shan-in-shah). Ha raccontato le speranze dell’Africa
postcoloniale e i disastri dell’Africa di oggi, tra carestie e
siccità, esodi immani e fanatismo.
Assolutamente straordinario è il libro Ebano, illuminante raccolta
di scritti e articoli che ricostruiscono la quarantennale esperienza
di Kapuscinski come inviato in quel cosmo vario e ricchissimo che per
comodità chiamiamo Africa: «Questo libro non parla dell’Africa,
ma di alcune persone che vi abitano e che vi ho incontrato, del tempo
che abbiamo trascorso insieme. L’Africa è un continente
troppo grande per poterlo descrivere». I suoi libri sono editi
in Italia da Feltrinelli, mentre Bruno Mondadori ha pubblicato l’intenso
volume fotografico Dall’Africa.
Che cosa significa per Kapuscinski fare oggi il
corrispondente di guerra? Questo mestiere ha ancora un senso?
La vita del corrispondente di guerra è cambiata in modo estremo.
Esistono due tipi di guerre. C’è quella tradizionale, che
si svolge sotto forma di «guerra civile» in aree in cui
due o più forze diverse sono in lotta per conseguire il potere
all’interno di uno Stato. Però, dalla guerra del Golfo
del 1991, lo stato maggiore dell’esercito statunitense ha inventato
una nuova tipologia: la guerra senza perdite. Le esperienze del Vietnam,
della Somalia e di Panama hanno convinto i vertici militari che l’opinione
pubblica non accetta i conflitti in cui i «figli della nazione
americana» vengono uccisi. Così hanno inventato una guerra
senza morti propri. Una guerra estremamente costosa, che nessuna nazione
«normale» può permettersi. Si disegna una certa regione
sulla cartina, la si «sigilla» e poi si comincia a bombardarla
fino a che ogni tipo di resistenza viene annichilita e solo dopo entrano
le forze americane. All’interno di quella regione nessun giornalista
può metter piede. I giornalisti sono costretti a stare in albergo,
ad attendere l’ufficiale di collegamento che si presenterà
con il suo comunicato. Un lavoro da ufficio postale, non da giornalista.
Questa nuova forma di guerra ha annullato il mestiere di corrispondente.
Dopo il 1989 gli Usa sono rimasti l’unica
superpotenza. Come giudica il modo in cui svolgono il ruolo di «governanti
planetari»?
Durante i quaranta e più anni di «guerra fredda»
la scena politica era stabile, fossilizzata nella divisione tra Occidente
e Oriente. Quando si viaggiava da Ovest verso Est si sapeva perfettamente
in quale mondo andavamo. Con gli anni Novanta ci siamo ritrovati in
uno scenario del tutto diverso dove i tradizionali elementi di stabilità
sono scomparsi. Oggi la divisione passa tra Nord e Sud, tra il centro
del mondo e la provincia. Il primo politologo ad affrontare il post-guerra
fredda fu l’americano Fukuyama, che nel saggio La fine della storia
aveva ipotizzato che, con il collasso del comunismo, non ci sarebbero
stati più conflitti, perché tutti avrebbero potuto adottare
la democrazia liberale e lo stile di vita americano. Un’ipotesi
che molto presto si è rivelata falsa e vediamo come esistano
molte forze che si oppongono a questa visione, forze religiose, nazionalistiche,
etniche, economiche. La Storia non ha avuto fine, ma è cambiato
il suo meccanismo. Un altro politologo americano, Samuel Huntington,
ha scritto che la storia non è finita, ma che è iniziato
un nuovo tipo di Storia, ovvero non più una lotta tra Stati,
ma una lotta tra civiltà.
Questo è un punto di vista molto americano,
perché noi europei tendiamo a leggere la storia in chiave di
Stati nazionali...
Sì, ma già l’inglese Arnold Toynbee nei suoi dodici
volumi della Storia del mondo affermava la necessità di prendere
in considerazione unità più grandi degli Stati, ovvero
le civiltà. Huntington ha individuato otto civiltà. E
due di queste oggi si oppongono agli Usa: la civiltà cinese e
quella islamica. La Cina è la nazione più popolosa, con
una storia di 5mila anni alle spalle e nessun desiderio di fare proprio
l’american way of life. La Cina è la potenza più
importante sulla costa dell’Oceano Pacifico e sappiamo che nel
XX secolo la civiltà si è progressivamente spostata dalla
costa atlantica a quella pacifica. Tutto quello che succede sull’Atlantico
sembra obsoleto, mentre il teatro della storia sta sul versante Pacifico.
L’altro pericolo per gli Usa è l’Islam. Gli Stati
Uniti immaginano il loro futuro incentrato sul petrolio. E la civiltà
musulmana vive sui luoghi del petrolio.
Lei ha attraversato l’Africa negli anni della
conquista dell’indipendenza, quando si viveva una grande speranza
di riscatto. Oggi l’Africa è alla deriva. Che futuro intravvede
per questo continente sempre più marginale?
L’Africa è l’espressione estrema di un fenomeno ben
più ampio che tocca tutto il mondo globalizzato, ovvero il processo
di marginalizzazione dei deboli a tutti i livelli e in tutte le società.
Viviamo in un mondo duro e difficile. Tutte le idee tipiche del secolo
precedente, come l’idea di solidarietà o l’idea del
welfare, sono fallite. Ma ritorniamo all’Africa. Quando è
arrivato il momento dell’indipendenza, i leader africani riuniti
ad Addis Abeba decisero di conservare per i loro Stati i confini disegnati
dagli europei alla conferenza di Berlino di fine Ottocento. Era il 1963,
io ero presente ad Addis Abeba e sono stato testimone della paura dei
leader africani, che temevano che l’emergere delle forze tribali
potesse causare il collasso del processo di indipendenza. Così
decisero di non attuare alcuna riforma dell’ordinamento amministrativo
dei colonizzatori.
Questo è il paradosso dell’Africa. Questi Stati artificiali
molto presto hanno deluso i popoli, che si sono resi conto che i nuovi
Stati erano identici a quelli coloniali, solo che erano governati da
un nero e non da un bianco. Lo scontento ha spinto i militari a prendere
il potere con i colpi di Stato, ma presto anche i militari hanno deluso.
Così il potere è tornato in mano ai civili. E l’Africa
oggi si trova ancora impantanata in questo processo. Però la
crisi africana ha ragioni anche economiche oltre che politiche. Le economie
africane erano basate sull’esportazione di un unico prodotto.
Il modello della monocoltura è fallito in conseguenza dell’avvento
delle materie sintetiche e della competizione di altri Paesi del Terzo
mondo che esportano anch’essi caffè e banane. L’Africa
ha tre grandi debolezze: il clima terribile, il terreno pessimo e la
mancanza di competenze. Questi fattori fanno sì che gli investimenti
siano molto costosi e difficili, e oggi non superano il 2% di quelli
globali.
Lei ha frequentato i potenti, ma soprattutto la
gente comune. La Storia viene fatta più nei Palazzi o nelle strade?
Sono secoli che si discute di questo. Prima di essere giornalista, sono
storico per formazione. Sono molto interessato ai processi storici dove
vediamo sempre interagire due forze, il Palazzo e le masse. Il loro
potere è maggiore o minore a seconda del periodo. Chiaramente
nei momenti rivoluzionari è la massa a essere la creatrice della
Storia, ma esistono lungi periodi in cui è il Palazzo a governare.
La Storia è fatta proprio dall’interazione tra queste due
forze. Il problema è osservare i fatti nel contesto, perché
solo in questo modo possono dirci qualcosa. Il problema dei media è
l’«effetto zoom», cioè il mettere a fuoco un
particolare isolandolo dal contesto in cui avviene. Attraverso questo
effetto si manipolano i fatti.
A gennaio ha vinto il Premio Grinzane Cavour per
la Letteratura, un riconoscimento al giornalismo di approfondimento
di cui Lei è maestro. Nella società di Internet questo
giornalismo non rischia di scomparire?
Nel passato c’è stata la paura, che prima la radio, poi
la televisione e adesso Internet, avrebbero potuto uccidere la parola
scritta, il libro, e quindi la riflessione e il pensiero. Non solo quell’eventualità
non si è verificata, ma abbiamo assistito a un fenomeno contrario.
Il mondo contemporaneo vede un grande sviluppo della parola scritta,
c’è una crescente produzione di libri, ci sono ottimi giornali
con importanti tirature. Il problema dei mezzi di comunicazione elettronici
è che ci forniscono un’immagine breve e superficiale. La
loro qualità sta nella velocità e nell’immediatezza,
ma coloro che pensano e riflettono sono curiosi di conoscere quali sono
le forze e le motivazioni che stanno dietro le notizie. E così,
dopo aver visto la tv o navigato in Internet, il giorno appresso comprano
il giornale e, qualche tempo dopo, i libri per capire meglio.
È sempre convinto che il giornalismo non
sia un mestiere per cinici?
Certo. Sono ottimista e credo che ci sarà sempre posto nel nostro
campo per chi vuol fare un buon lavoro. Non ignoro gli aspetti commerciali
del nostro mestiere, ma sono contrario a considerare l’informazione
come fosse merchandising. L’informazione non consiste in merce,
ma in pezzi di verità. Oltre alla trilogia iniziata con Ebano
(i prossimi due volumi saranno dedicati all’America Latina e all’Asia),
sto lavorando a un libro su Erodoto, che è colui che ha inventato
l’arte del reportage. La sua capacità di esplorare la realtà
resta un modello anche per l’oggi.
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