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 Ottobre 2003 - Orizzonti della fede

Chiese della Nuova Europa - 5
Repubblica Ceca:
Glorie dal passato, ombre sul presente
«Un continente dentro al continente»: questa la definizione che della Boemia diede Goethe. «Misto di spirito guerresco e dolcezza armoniosa»: così dipinse i boemi lo storico Woltmann. Da secoli ponte culturale fra Est e Ovest, la patria dei cechi entra ora nell’Unione Europea.

In Boemia, la regione storica che assieme alla Moravia forma l’attuale territorio della Repubblica Ceca, si stanziarono i celti Boi già nel IV secolo d.C. Essi furono successivamente cacciati dalle tribù germaniche dei marcomanni e dei quidi, e questi a loro volta dagli slavi, che giunsero in Boemia e Moravia nel VI secolo d.C. Le tribù si convertirono al cristianesimo nel IX secolo, grazie all’opera evangelizzatrice dei santi Cirillo e Metodio, dopo essersi unite sotto la guida del principe Mojmir a formare il regno della grande Moravia.

Un regno antico
Esso comprendeva la Slovacchia occidentale, la Boemia, la Slesia, alcune parti della Germania orientale, la Polonia sudorientale e l’Ungheria settentrionale. Questa entità statale ebbe breve durata (un settantennio: dall’830 al 906) e verso la fine del IX secolo i Cechi si separarono per costituire uno Stato boemo indipendente.
Il castello di Praga fu fondato negli anni ’70 del IX secolo dal principe Borivoj, quale sede principale della corte dei Premyslidi, la dinastia regnante. Nel 950, l’imperatore tedesco Ottone I conquistò il regno per annetterlo al Sacro Romano Impero. La Boemia divenne così vassalla dell’impero. Nel 1085 Vratislav divenne il primo principe boemo a potersi fregiare del titolo di re, quale ricompensa per l’appoggio dato all’imperatore Enrico IV durante le lotte contro papa Gregorio VII. Nel 1212, papa Innocenzo III riconobbe al principe Ottocaro I non solo la dignità, ma persino il diritto di diventare a tutti gli effetti re. Suo figlio, Ottocaro II, cercò addirittura di rivendicare il titolo di imperatore del Sacro Romano Impero e di re dei cechi. La corona imperiale andò nel 1298 a Rodolfo d’Asburgo, e asburgico - a partire dal Federico III (1452) - rimase il sacro romano imperatore fino al 1806, quando Napoleone di fatto impose la rinunzia dell’altissima dignità al suocero Francesco II. Va detto che la politica boema non rinunziò al disegno imperiale, ottenendo - seppur per una breve parentesi - l’incoronazione imperiale di Carlo IV di Lussemburgo nel 1355. Pochi anni prima, nel 1348, Carlo aveva fondato l’Università di Praga, la prima a sorgere in Europa a nord delle Alpi.
Nel secolo XV, la rivoluzione hussita, guidata dal predicatore Jan Hus che desiderava riformare la Chiesa e che finì sul rogo, segnò un altro importante capitolo della storia ceca: la contrapposizione tra hussiti e il regno di Boemia, fedele a Roma. Cinque crociate consecutive minarono l’autorità della Chiesa e favorirono l’affermarsi di una nuova nobiltà.
Fu il nobile George di Podebrady, abile diplomatico, a essere eletto re di Boemia nel 1458, dando vita a un periodo di pace sociale, prosperità e sviluppo.

Il dominio asburgico
Il crescente potere dei nobili portò al dominio diretto (e non più al solo vassallaggio) degli Asburgo, che regnarono in Boemia per quasi quattro secoli, dal 1526 al 1918. Quando nel 1575 la corona passò a Rodolfo II (1552-1612), Praga divenne il centro della vita sociale e culturale di tutto l’impero.
Durante il regno del suo successore Ferdinando II, in piena Controriforma, gli eccessi della politica filoimperiale provocarono l’insurrezione dalla nobiltà protestante e antiasburgica, che non esitò nel 1618 a gettare da una finestra del castello di Praga gli inviati di Vienna. L’episodio è ancora noto come la «defenestrazione di Praga», e scatenò la Guerra dei Trent’Anni (1618-1648). La sconfitta dei principi cechi nella battaglia della Montagna Bianca (1620), si ripercosse fatalmente su Praga che fu invasa da sassoni e svedesi, e abbandonata dagli abitanti. La città cadde in declino - mentre Vienna crebbe in prestigio - quando intere famiglie di borghesi e di nobili non cattolici furono costretti a lasciare le loro dimore per sfuggire alle persecuzioni religiose. A quel punto gli Asburgo incorporarono la Boemia nella monarchia che si stava avviando a divenire un impero austriaco, non più idealmente universale, erede di quello romano e carolingio. I regni di Maria Teresa e del figlio Giuseppe II, nella seconda metà del XVIII secolo, videro l’introduzione di alcune riforme illuminate che però rafforzarono anche la germanizzazione del Paese.
La nascita della nazione moderna culminò con le rivolte del 1848: alle ansie di emancipazione - poi in gran parte soffocate - si accompagnò una rapida industrializzazione, che fece del Paese la punta di diamante della duplice monarchia.

Nascita e rinascita di una nazione
La sconfitta dell’Austria-Ungheria nel 1918 determinò la nascita dello Stato indipendente cecoslovacco, inaugurando un ventennio di democrazia e prosperità cui pose fine l’aggressione della Germania di Hitler nel 1939. Il 5 maggio 1945, la popolazione di Praga insorse contro i nazisti mentre da est si avvicinava l’Armata Rossa. Gran parte di Praga fu così liberata prima che le forze sovietiche arrivassero il giorno successivo.
La Cecoslovacchia tornò a essere uno Stato indipendente. Nelle elezioni del 1946, i comunisti ottennero la maggioranza con il 36% dei voti. Due anni più tardi, il periodo di «democrazia limitata» terminò con la presa del potere da parte dei comunisti, l’abolizione della proprietà privata e la soppressione dei diritti civili e politici. La Cecoslovacchia entrava così ufficialmente nell’orbita sovietica. Gli anni ‘50 segnarono un periodo di dura repressione e di declino: le politiche economiche comuniste mandarono quasi in bancarotta lo Stato. I dissidenti (molti i sacerdoti) furono imprigionati e centinaia giustiziati o rinchiusi in campi di lavoro. Negli anni ’60, la Cecoslovacchia conobbe una progressiva liberalizzazione. Il nuovo presidente, l’ex leader del partito slovacco Alexander Dubcek, incarnò il desiderio popolare di una democrazia piena. Il tentativo di umanizzare il totalitarismo comunista, la cosiddetta «primavera di Praga», fu stroncato dai carri armati sovietici che invasero il Paese nell’agosto del 1968. Nel 1969, Dubcek fu destituito ed esiliato in Slovacchia. Circa 14mila funzionari e 500mila tesserati furono espulsi dal partito e persero il lavoro.

Ritorno alla libertà
Caduto il Muro di Berlino il 9 novembre 1989, il 17 novembre il movimento dei giovani comunisti praghesi organizzò una dimostrazione in memoria di 9 studenti uccisi dai nazisti cinquant’anni prima. Vi parteciparono 50mila persone e la polizia intervenne duramente. Nei giorni successivi si svolsero continue dimostrazioni e i capi dei dissidenti, guidati da Vaclav Havel, formarono una coalizione anticomunista che negoziò le dimissioni del Governo il 3 dicembre. Nacque un Governo di intesa nazionale con i comunisti in minoranza. Havel fu eletto presidente della Repubblica cecoslovacca il 29 dicembre, e Dubcek presidente dell’Assemblea nazionale. La svolta fu battezzata «Rivoluzione di velluto», perché non causò vittime. Nel settembre del 1992 Dubcek morì in seguito a un incidente stradale.
A quel punto, le voci di una possibile autonomia della Slovacchia si fecero insistenti. Si decise che la divisione dello Stato cecoslovacco era la soluzione migliore. Molte persone, tra cui il presidente Havel, erano a favore di un referendum, ma neppure una petizione firmata da 1 milione di cittadini riuscì a mettere d’accordo il parlamento federale sui modi. Alla fine, Havel lasciò la sua carica di presidente. Il 1° gennaio 1993 la Cecoslovacchia cessò di esistere per la seconda volta in un secolo. Praga divenne capitale della nuova Repubblica Ceca e Havel fu eletto suo primo presidente.
Grazie a rigorose politiche economiche, al boom del turismo e a una solida base industriale, la Repubblica Ceca sta rinascendo sebbene il costo della vita, la criminalità, l’inquinamento elevatissimo e le inefficienze della sanità ne condizionino lo sviluppo. Nel 2004 la Repubblica Ceca sarà a tutti gli effetti membro dell’Unione Europea.

Tensione fra Stato e Chiesa
L’idolatria del mercato e la marginalizzazione della fede: queste, per il Papa, le due minacce principali a cui, assieme all’Europa, la Repubblica Ceca deve reagire, per restare fedele all’eredità cristiana a fondamento della «fabbrica della società europea». Lo ha ribadito in aprile a Pavel Jaitner, ambasciatore della Repubblica Ceca presso la Santa Sede. A più di un decennio dalla caduta del regime comunista, i rapporti tra la Chiesa cattolica e il Governo di Praga rimangono infatti tesi. «Una brutta figura in campo internazionale». Con queste parole il portavoce della Conferenza episcopale ceca, Daniel Herman, ha commentato la recente decisione del Parlamento ceco di non ratificare l’accordo tra la Repubblica Ceca e la Santa Sede, stipulato nel luglio 2002. «Una decisione che mostra il disaccordo tra il Governo socialdemocratico, che aveva redatto il documento, e una scarsa cultura politica che provoca l’isolamento nel contesto dei Paesi dell’ex blocco orientale, che sono riusciti tutti a risolvere il rapporto Stato-Chiesa», afferma il portavoce. Sulla decisione, secondo Herman, pesano «una grossa dose di ignoranza, soprattutto per quel che riguarda il diritto canonico e il carattere internazionale della Chiesa cattolica, e i pregiudizi sempre vivi dai tempi del regime comunista». Nell’accordo veniva stabilito, tra l’altro, il riconoscimento reciproco della personalità giuridica internazionale, il rispetto della libertà religiosa, il diritto della Chiesa di esercitare liberamente la sua missione apostolica, l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole e negli istituti prescolastici e scolastici, l’impegno a collaborare nella salvaguardia e nella manutenzione culturale della Repubblica Ceca, e la soluzione delle questioni riguardanti i beni patrimoniali della Chiesa cattolica.
Nel frattempo si è tenuta in luglio a Velehrad la prima sessione dell’Assemblea plenaria della Chiesa cattolica ceca. L’incontro, cui hanno preso parte 91 delegati, rappresenta un evento unico, in quanto vi hanno partecipato tutte le diocesi del Paese, e i laici hanno hanno avuto un ruolo attivo nella riunione. L’assemblea plenaria era stata convocata come momento di riflessione sullo stato attuale della Chiesa cattolica e per ridefinire il suo ruolo in una realtà sociale mutata con la caduta del comunismo.



Alberto Castaldini




Il Paese in cifre

Superficie: 78.866 kmq
Capitale: Praga
Governo: democrazia parlamentare
Popolazione: 10.321.000 abitanti: 81,2 % cechi; 13,2 % moravi; 3,1 % slovacchi; 0,6 % polacchi; 0,5 % tedeschi; 0,4 % slesiani; 0,1 % altri.
Religioni: cattolici, protestanti, hussiti, ortodossi
Lingua ufficiale: ceco
Moneta: corona ceca
Pnl/ab.: 6.170 € (2003)



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