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In Boemia, la regione storica che assieme alla Moravia forma l’attuale
territorio della Repubblica Ceca, si stanziarono i celti Boi già
nel IV secolo d.C. Essi furono successivamente cacciati dalle tribù
germaniche dei marcomanni e dei quidi, e questi a loro volta dagli slavi,
che giunsero in Boemia e Moravia nel VI secolo d.C. Le tribù
si convertirono al cristianesimo nel IX secolo, grazie all’opera
evangelizzatrice dei santi Cirillo e Metodio, dopo essersi unite sotto
la guida del principe Mojmir a formare il regno della grande Moravia.
Un regno antico
Esso comprendeva la Slovacchia occidentale, la Boemia, la Slesia, alcune
parti della Germania orientale, la Polonia sudorientale e l’Ungheria
settentrionale. Questa entità statale ebbe breve durata (un settantennio:
dall’830 al 906) e verso la fine del IX secolo i Cechi si separarono
per costituire uno Stato boemo indipendente.
Il castello di Praga fu fondato negli anni ’70 del IX secolo dal
principe Borivoj, quale sede principale della corte dei Premyslidi,
la dinastia regnante. Nel 950, l’imperatore tedesco Ottone I conquistò
il regno per annetterlo al Sacro Romano Impero. La Boemia divenne così
vassalla dell’impero. Nel 1085 Vratislav divenne il primo principe
boemo a potersi fregiare del titolo di re, quale ricompensa per l’appoggio
dato all’imperatore Enrico IV durante le lotte contro papa Gregorio
VII. Nel 1212, papa Innocenzo III riconobbe al principe Ottocaro I non
solo la dignità, ma persino il diritto di diventare a tutti gli
effetti re. Suo figlio, Ottocaro II, cercò addirittura di rivendicare
il titolo di imperatore del Sacro Romano Impero e di re dei cechi. La
corona imperiale andò nel 1298 a Rodolfo d’Asburgo, e asburgico
- a partire dal Federico III (1452) - rimase il sacro romano imperatore
fino al 1806, quando Napoleone di fatto impose la rinunzia dell’altissima
dignità al suocero Francesco II. Va detto che la politica boema
non rinunziò al disegno imperiale, ottenendo - seppur per una
breve parentesi - l’incoronazione imperiale di Carlo IV di Lussemburgo
nel 1355. Pochi anni prima, nel 1348, Carlo aveva fondato l’Università
di Praga, la prima a sorgere in Europa a nord delle Alpi.
Nel secolo XV, la rivoluzione hussita, guidata dal predicatore Jan Hus
che desiderava riformare la Chiesa e che finì sul rogo, segnò
un altro importante capitolo della storia ceca: la contrapposizione
tra hussiti e il regno di Boemia, fedele a Roma. Cinque crociate consecutive
minarono l’autorità della Chiesa e favorirono l’affermarsi
di una nuova nobiltà.
Fu il nobile George di Podebrady, abile diplomatico, a essere eletto
re di Boemia nel 1458, dando vita a un periodo di pace sociale, prosperità
e sviluppo.
Il dominio asburgico
Il crescente potere dei nobili portò al dominio diretto (e non
più al solo vassallaggio) degli Asburgo, che regnarono in Boemia
per quasi quattro secoli, dal 1526 al 1918. Quando nel 1575 la corona
passò a Rodolfo II (1552-1612), Praga divenne il centro della
vita sociale e culturale di tutto l’impero.
Durante il regno del suo successore Ferdinando II, in piena Controriforma,
gli eccessi della politica filoimperiale provocarono l’insurrezione
dalla nobiltà protestante e antiasburgica, che non esitò
nel 1618 a gettare da una finestra del castello di Praga gli inviati
di Vienna. L’episodio è ancora noto come la «defenestrazione
di Praga», e scatenò la Guerra dei Trent’Anni (1618-1648).
La sconfitta dei principi cechi nella battaglia della Montagna Bianca
(1620), si ripercosse fatalmente su Praga che fu invasa da sassoni e
svedesi, e abbandonata dagli abitanti. La città cadde in declino
- mentre Vienna crebbe in prestigio - quando intere famiglie di borghesi
e di nobili non cattolici furono costretti a lasciare le loro dimore
per sfuggire alle persecuzioni religiose. A quel punto gli Asburgo incorporarono
la Boemia nella monarchia che si stava avviando a divenire un impero
austriaco, non più idealmente universale, erede di quello romano
e carolingio. I regni di Maria Teresa e del figlio Giuseppe II, nella
seconda metà del XVIII secolo, videro l’introduzione di
alcune riforme illuminate che però rafforzarono anche la germanizzazione
del Paese.
La nascita della nazione moderna culminò con le rivolte del 1848:
alle ansie di emancipazione - poi in gran parte soffocate - si accompagnò
una rapida industrializzazione, che fece del Paese la punta di diamante
della duplice monarchia.
Nascita e rinascita di una nazione
La sconfitta dell’Austria-Ungheria nel 1918 determinò la
nascita dello Stato indipendente cecoslovacco, inaugurando un ventennio
di democrazia e prosperità cui pose fine l’aggressione
della Germania di Hitler nel 1939. Il 5 maggio 1945, la popolazione
di Praga insorse contro i nazisti mentre da est si avvicinava l’Armata
Rossa. Gran parte di Praga fu così liberata prima che le forze
sovietiche arrivassero il giorno successivo.
La Cecoslovacchia tornò a essere uno Stato indipendente. Nelle
elezioni del 1946, i comunisti ottennero la maggioranza con il 36% dei
voti. Due anni più tardi, il periodo di «democrazia limitata»
terminò con la presa del potere da parte dei comunisti, l’abolizione
della proprietà privata e la soppressione dei diritti civili
e politici. La Cecoslovacchia entrava così ufficialmente nell’orbita
sovietica. Gli anni ‘50 segnarono un periodo di dura repressione
e di declino: le politiche economiche comuniste mandarono quasi in bancarotta
lo Stato. I dissidenti (molti i sacerdoti) furono imprigionati e centinaia
giustiziati o rinchiusi in campi di lavoro. Negli anni ’60, la
Cecoslovacchia conobbe una progressiva liberalizzazione. Il nuovo presidente,
l’ex leader del partito slovacco Alexander Dubcek, incarnò
il desiderio popolare di una democrazia piena. Il tentativo di umanizzare
il totalitarismo comunista, la cosiddetta «primavera di Praga»,
fu stroncato dai carri armati sovietici che invasero il Paese nell’agosto
del 1968. Nel 1969, Dubcek fu destituito ed esiliato in Slovacchia.
Circa 14mila funzionari e 500mila tesserati furono espulsi dal partito
e persero il lavoro.
Ritorno alla libertà
Caduto il Muro di Berlino il 9 novembre 1989, il 17 novembre il movimento
dei giovani comunisti praghesi organizzò una dimostrazione in
memoria di 9 studenti uccisi dai nazisti cinquant’anni prima.
Vi parteciparono 50mila persone e la polizia intervenne duramente. Nei
giorni successivi si svolsero continue dimostrazioni e i capi dei dissidenti,
guidati da Vaclav Havel, formarono una coalizione anticomunista che
negoziò le dimissioni del Governo il 3 dicembre. Nacque un Governo
di intesa nazionale con i comunisti in minoranza. Havel fu eletto presidente
della Repubblica cecoslovacca il 29 dicembre, e Dubcek presidente dell’Assemblea
nazionale. La svolta fu battezzata «Rivoluzione di velluto»,
perché non causò vittime. Nel settembre del 1992 Dubcek
morì in seguito a un incidente stradale.
A quel punto, le voci di una possibile autonomia della Slovacchia si
fecero insistenti. Si decise che la divisione dello Stato cecoslovacco
era la soluzione migliore. Molte persone, tra cui il presidente Havel,
erano a favore di un referendum, ma neppure una petizione firmata da
1 milione di cittadini riuscì a mettere d’accordo il parlamento
federale sui modi. Alla fine, Havel lasciò la sua carica di presidente.
Il 1° gennaio 1993 la Cecoslovacchia cessò di esistere per
la seconda volta in un secolo. Praga divenne capitale della nuova Repubblica
Ceca e Havel fu eletto suo primo presidente.
Grazie a rigorose politiche economiche, al boom del turismo e a una
solida base industriale, la Repubblica Ceca sta rinascendo sebbene il
costo della vita, la criminalità, l’inquinamento elevatissimo
e le inefficienze della sanità ne condizionino lo sviluppo. Nel
2004 la Repubblica Ceca sarà a tutti gli effetti membro dell’Unione
Europea.
Tensione fra Stato e Chiesa
L’idolatria del mercato e la marginalizzazione della fede: queste,
per il Papa, le due minacce principali a cui, assieme all’Europa,
la Repubblica Ceca deve reagire, per restare fedele all’eredità
cristiana a fondamento della «fabbrica della società europea».
Lo ha ribadito in aprile a Pavel Jaitner, ambasciatore della Repubblica
Ceca presso la Santa Sede. A più di un decennio dalla caduta
del regime comunista, i rapporti tra la Chiesa cattolica e il Governo
di Praga rimangono infatti tesi. «Una brutta figura in campo internazionale».
Con queste parole il portavoce della Conferenza episcopale ceca, Daniel
Herman, ha commentato la recente decisione del Parlamento ceco di non
ratificare l’accordo tra la Repubblica Ceca e la Santa Sede, stipulato
nel luglio 2002. «Una decisione che mostra il disaccordo tra il
Governo socialdemocratico, che aveva redatto il documento, e una scarsa
cultura politica che provoca l’isolamento nel contesto dei Paesi
dell’ex blocco orientale, che sono riusciti tutti a risolvere
il rapporto Stato-Chiesa», afferma il portavoce. Sulla decisione,
secondo Herman, pesano «una grossa dose di ignoranza, soprattutto
per quel che riguarda il diritto canonico e il carattere internazionale
della Chiesa cattolica, e i pregiudizi sempre vivi dai tempi del regime
comunista». Nell’accordo veniva stabilito, tra l’altro,
il riconoscimento reciproco della personalità giuridica internazionale,
il rispetto della libertà religiosa, il diritto della Chiesa
di esercitare liberamente la sua missione apostolica, l’insegnamento
della religione cattolica nelle scuole e negli istituti prescolastici
e scolastici, l’impegno a collaborare nella salvaguardia e nella
manutenzione culturale della Repubblica Ceca, e la soluzione delle questioni
riguardanti i beni patrimoniali della Chiesa cattolica.
Nel frattempo si è tenuta in luglio a Velehrad la prima sessione
dell’Assemblea plenaria della Chiesa cattolica ceca. L’incontro,
cui hanno preso parte 91 delegati, rappresenta un evento unico, in quanto
vi hanno partecipato tutte le diocesi del Paese, e i laici hanno hanno
avuto un ruolo attivo nella riunione. L’assemblea plenaria era
stata convocata come momento di riflessione sullo stato attuale della
Chiesa cattolica e per ridefinire il suo ruolo in una realtà
sociale mutata con la caduta del comunismo.
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