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Che cosa mai può spingere un uomo ad abbandonare casa e famiglia,
forse definitivamente, per intraprendere un cammino estenuante di due
settimane attraverso i passi più alti e gelidi del mondo, ben
sapendo che in questo genere di escursioni si può perdere la
vita? Per Younten Dorjee, un trentaquattrenne pittore tibetano di immagini
sacre, la risposta sta nel suo desiderio di conservare un’antica
forma d’arte della sua terra che a stento è sopravvissuta
alla devastante invasione e alla occupazione permanente.
«Ho attraversato le catene himalayane dal Tibet verso l’India
con l’unico scopo di poter imparare la pittura religiosa»,
spiega Dorjee, fuggito dal Tibet nel 1995 e rifugiato nell’India
del Nord. «Quando i cinesi hanno invaso il nostro Paese hanno
demolito i monasteri. Nel mio villaggio ho visto pezzi di statue frantumate…così
tanta arte preziosa andata distrutta per sempre! La gente parlava delle
opportunità che avevamo noi tibetani in India e così pensai
di fuggire e fare la mia parte per salvare una nostra tradizione».
Secondo il Tibetan Review, un bimensile che viene pubblicato
a Dharamsala, in India, cittadina che ospita il Governo tibetano in
esilio e il Dalai Lama, in oltre 50 anni di occupazione cinese sono
deceduti, per violenze o stenti, quasi un milione e 300mila tibetani,
circa un quinto della popolazione totale. I massacri e le persecuzioni
religiose iniziati da Mao Tse Tung negli anni ’50, culminati negli
anni della cosiddetta «rivoluzione culturale» (1966 - 1976),
caratterizzano la politica cinese verso i tibetani. Le truppe cinesi
hanno fatto uno scempio anche del paesaggio: oggi solo una ventina dei
seimila siti religiosi (tra monasteri, cappelle e santuari sparsi in
tutto il Paese) sono sopravvissuti.
L’odissea del profugo diventato artista
Ogni anno ben mille tibetani trovano rifugio a Dharamsala, dove risiede
in esilio dal 1959 il loro leader spirituale e politico, Tenzin
Gyatso, il XIV Dalai Lama. Oggi sono 100mila i tibetani che vivono come
profughi in India e in Nepal e ancora numerosi quelli che muoiono tra
le montagne durante il viaggio verso la libertà.
«Ho impiegato sedici giorni per arrivare qui», ricorda Younten
Dorjee. «Prima andai a Lhasa, la capitale del Tibet, dove viveva
mio zio e da lì presi un camion che ci portò fino a Shigatse
(300 km a sud-ovest). Da Shigatse iniziammo il nostro cammino a piedi.
Facevo parte di un gruppo di ventidue persone, gli altri erano tutti
monaci. Seguimmo la nostra guida attraverso montagne altissime. Camminammo
per giorni nella neve alta che ci arrivava alle ginocchia. I sentieri
erano totalmente coperti e ci perdemmo più volte. Una notte faceva
così freddo che pensavamo di morire. Avevamo solo qualche coperta
così ne stendemmo due sulla neve e ci sdraiammo uno sopra l’altro
- tutti e ventidue - per tenerci al caldo». Rivivendo la scena
nella sua mente, Dorjee aggiunge sorridente: «Quella notte dormimmo
in una specie di piramide umana!».
Per i rifugiati, i contatti con la famiglia e gli amici a casa sono
molto rari e attraversare di nuovo il confine senza passaporto per tornare
indietro significherebbe trascorrere un anno nelle prigioni cinesi.
«Mia madre e le mie sorelle vivono ancora in Tibet, ma non ho
mai cercato di ritornare per rivederle», afferma. «Là
hanno una piccola fattoria dove coltivano l’orzo e allevano qualche
animale, pecore e yak. È molto difficile mantenere i
contatti con loro, anche perché nel nostro villaggio non esiste
il telefono».
Il contegno gioioso di Dorjee tradisce la solitudine che a volte prova
vivendo come esiliato lontano dalla famiglia e dalla terra natale. Nonostante
ciò, sembra essere soddisfatto del corso che la sua vita ha preso:
«Credo sia stata una buona decisione venire in India. Quando stavo
in Tibet non conoscevo nulla della pittura, non avevo nessun mestiere.
Ma qui in India ho iniziato a lavorare e a studiare intensamente per
diventare un grande pittore».
Dopo un rigoroso apprendistato di sei anni, sotto la guida di un maestro
esperto, Dorjee ha finalmente realizzato il sogno di diventare un artista
professionista. Oggi è un pittore di thangka, opere
pittoriche sacre assai complesse, realizzate con pigmenti naturali su
tela, e che rappresentano divinità buddhiste o soggetti del folclore
tibetano. La produzione dei thangka deriva dai pata e dai mandala,
complesse immagini utilizzate negli antichi riti religiosi, prodotte
da scuole d’arte indiane che risalgono al VII secolo.
Dorjee esercita la sua professione a Dharamsala, presso l’Istituto
Norbulingka, aperto nel 1995 sotto la presidenza del Dalai
Lama, con lo scopo di preservare le tradizioni artistiche e culturali
del Tibet. Attualmente vi operano 300 persone fra artisti, artigiani,
scrittori, insegnanti e studenti, la maggior parte rifugiati. Nei suoi
laboratori, che spaziano dalla scultura del legno alla fusione di statue
in metallo, alla pittura dei thangka, rivive il sistema tradizionale
delle corporazioni di artisti e apprendisti che un tempo prosperavano
in Tibet.
Una pittura che è preghiera
«Il termine thangka in tibetano significa “pittura
eccellente”», spiega Dorjee. «È una pittura
molto speciale». I colori vivaci e le minuziose divinità
sospese nel mondo astrale rendono le pitture tesori rari per il loro
valore artistico. Un thangka è però più di una
meraviglia estetica, è un oggetto religioso e un mezzo per esprimere
gli ideali buddhisti. Il suo significato intrinseco sta nella funzione
di modello sul quale i praticanti buddhisti possono riflettere e meditare.
Una volta completati, i thangka vengono consacrati da un lama,
un’azione che conferisce alla pittura una potenza spirituale.
La maggior parte dei thangka realizzati all’Istituto Norbulingka
sono commissionati dai monasteri in esilio o dalle famiglie rifugiate.
«Molte famiglie tibetane hanno un piccolo tempio in casa e spesso
vi appendono un thangka», spiega Dorjee. «La mattina,
genitori e bambini siedono di fronte al dipinto e pregano. Per noi tibetani,
il thangka esprime l’essenza spirituale e il benessere».
Il tempo richiesto per completare un’opera dipende dalla complessità
del soggetto da rappresentare. Il maestro garantisce l’accuratezza
delle proporzioni, dei movimenti e dei colori delle divinità
consultando istruzioni meticolose stabilite dalle antiche scritture.
«Alcuni thangka vengono completati anche solo dopo 20
giorni, ma se ci sono molte figure il lavoro può richiedere più
tempo. Una volta ci sono voluti sei mesi per un singolo dipinto che
conteneva oltre venti immagini!».
Un aspetto importante dell’addestramento di un artista richiede
la coltivazione di un elevato e raffinato potere di concentrazione.
I pittori devono mantenere una concentrazione intensa mentre abbozzano
o dipingono per otto ore al giorno, sei giorni la settimana. «Tutti
noi qui all’Istituto la mattina sediamo insieme e preghiamo per
una mezz’ora prima di iniziare il nostro lavoro. Fa parte della
nostra routine. Se sei un pittore devi mantenere la concentrazione
assoluta e in questo la preghiera ti aiuta. Se perdi la concentrazione
quando dipingi, anche solo per un attimo, rischi di commettere sbagli
o di realizzare un lavoro scadente».
Quando gli chiedo se la notte sogna mai le divinità che dipinge
durante il giorno, Dorjee riflette un momento prima di scuotere la testa
e sorridere: «Se devo dirti la verità, a volte sì!».
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