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 Febbraio 2004 - Cultura, culture

Nella «piccola Lhasa» della diaspora
Rivive in esilio la pittura tibetana
Rifugiato in India, un uomo vive come una missione il proprio lavoro di artista che fa rivivere la pittura sacra del Tibet. Il suo esilio è una scelta di libertà al servizio di una cultura minacciata.

Che cosa mai può spingere un uomo ad abbandonare casa e famiglia, forse definitivamente, per intraprendere un cammino estenuante di due settimane attraverso i passi più alti e gelidi del mondo, ben sapendo che in questo genere di escursioni si può perdere la vita? Per Younten Dorjee, un trentaquattrenne pittore tibetano di immagini sacre, la risposta sta nel suo desiderio di conservare un’antica forma d’arte della sua terra che a stento è sopravvissuta alla devastante invasione e alla occupazione permanente.
«Ho attraversato le catene himalayane dal Tibet verso l’India con l’unico scopo di poter imparare la pittura religiosa», spiega Dorjee, fuggito dal Tibet nel 1995 e rifugiato nell’India del Nord. «Quando i cinesi hanno invaso il nostro Paese hanno demolito i monasteri. Nel mio villaggio ho visto pezzi di statue frantumate…così tanta arte preziosa andata distrutta per sempre! La gente parlava delle opportunità che avevamo noi tibetani in India e così pensai di fuggire e fare la mia parte per salvare una nostra tradizione».
Secondo il Tibetan Review, un bimensile che viene pubblicato a Dharamsala, in India, cittadina che ospita il Governo tibetano in esilio e il Dalai Lama, in oltre 50 anni di occupazione cinese sono deceduti, per violenze o stenti, quasi un milione e 300mila tibetani, circa un quinto della popolazione totale. I massacri e le persecuzioni religiose iniziati da Mao Tse Tung negli anni ’50, culminati negli anni della cosiddetta «rivoluzione culturale» (1966 - 1976), caratterizzano la politica cinese verso i tibetani. Le truppe cinesi hanno fatto uno scempio anche del paesaggio: oggi solo una ventina dei seimila siti religiosi (tra monasteri, cappelle e santuari sparsi in tutto il Paese) sono sopravvissuti.

L’odissea del profugo diventato artista
Ogni anno ben mille tibetani trovano rifugio a Dharamsala, dove risiede in esilio dal 1959 il loro leader spirituale e politico, Tenzin Gyatso, il XIV Dalai Lama. Oggi sono 100mila i tibetani che vivono come profughi in India e in Nepal e ancora numerosi quelli che muoiono tra le montagne durante il viaggio verso la libertà.
«Ho impiegato sedici giorni per arrivare qui», ricorda Younten Dorjee. «Prima andai a Lhasa, la capitale del Tibet, dove viveva mio zio e da lì presi un camion che ci portò fino a Shigatse (300 km a sud-ovest). Da Shigatse iniziammo il nostro cammino a piedi. Facevo parte di un gruppo di ventidue persone, gli altri erano tutti monaci. Seguimmo la nostra guida attraverso montagne altissime. Camminammo per giorni nella neve alta che ci arrivava alle ginocchia. I sentieri erano totalmente coperti e ci perdemmo più volte. Una notte faceva così freddo che pensavamo di morire. Avevamo solo qualche coperta così ne stendemmo due sulla neve e ci sdraiammo uno sopra l’altro - tutti e ventidue - per tenerci al caldo». Rivivendo la scena nella sua mente, Dorjee aggiunge sorridente: «Quella notte dormimmo in una specie di piramide umana!».
Per i rifugiati, i contatti con la famiglia e gli amici a casa sono molto rari e attraversare di nuovo il confine senza passaporto per tornare indietro significherebbe trascorrere un anno nelle prigioni cinesi. «Mia madre e le mie sorelle vivono ancora in Tibet, ma non ho mai cercato di ritornare per rivederle», afferma. «Là hanno una piccola fattoria dove coltivano l’orzo e allevano qualche animale, pecore e yak. È molto difficile mantenere i contatti con loro, anche perché nel nostro villaggio non esiste il telefono».
Il contegno gioioso di Dorjee tradisce la solitudine che a volte prova vivendo come esiliato lontano dalla famiglia e dalla terra natale. Nonostante ciò, sembra essere soddisfatto del corso che la sua vita ha preso: «Credo sia stata una buona decisione venire in India. Quando stavo in Tibet non conoscevo nulla della pittura, non avevo nessun mestiere. Ma qui in India ho iniziato a lavorare e a studiare intensamente per diventare un grande pittore».
Dopo un rigoroso apprendistato di sei anni, sotto la guida di un maestro esperto, Dorjee ha finalmente realizzato il sogno di diventare un artista professionista. Oggi è un pittore di thangka, opere pittoriche sacre assai complesse, realizzate con pigmenti naturali su tela, e che rappresentano divinità buddhiste o soggetti del folclore tibetano. La produzione dei thangka deriva dai pata e dai mandala, complesse immagini utilizzate negli antichi riti religiosi, prodotte da scuole d’arte indiane che risalgono al VII secolo.
Dorjee esercita la sua professione a Dharamsala, presso l’Istituto Norbulingka, aperto nel 1995 sotto la presidenza del Dalai Lama, con lo scopo di preservare le tradizioni artistiche e culturali del Tibet. Attualmente vi operano 300 persone fra artisti, artigiani, scrittori, insegnanti e studenti, la maggior parte rifugiati. Nei suoi laboratori, che spaziano dalla scultura del legno alla fusione di statue in metallo, alla pittura dei thangka, rivive il sistema tradizionale delle corporazioni di artisti e apprendisti che un tempo prosperavano in Tibet.

Una pittura che è preghiera
«Il termine thangka in tibetano significa “pittura eccellente”», spiega Dorjee. «È una pittura molto speciale». I colori vivaci e le minuziose divinità sospese nel mondo astrale rendono le pitture tesori rari per il loro valore artistico. Un thangka è però più di una meraviglia estetica, è un oggetto religioso e un mezzo per esprimere gli ideali buddhisti. Il suo significato intrinseco sta nella funzione di modello sul quale i praticanti buddhisti possono riflettere e meditare. Una volta completati, i thangka vengono consacrati da un lama, un’azione che conferisce alla pittura una potenza spirituale.
La maggior parte dei thangka realizzati all’Istituto Norbulingka sono commissionati dai monasteri in esilio o dalle famiglie rifugiate. «Molte famiglie tibetane hanno un piccolo tempio in casa e spesso vi appendono un thangka», spiega Dorjee. «La mattina, genitori e bambini siedono di fronte al dipinto e pregano. Per noi tibetani, il thangka esprime l’essenza spirituale e il benessere».
Il tempo richiesto per completare un’opera dipende dalla complessità del soggetto da rappresentare. Il maestro garantisce l’accuratezza delle proporzioni, dei movimenti e dei colori delle divinità consultando istruzioni meticolose stabilite dalle antiche scritture. «Alcuni thangka vengono completati anche solo dopo 20 giorni, ma se ci sono molte figure il lavoro può richiedere più tempo. Una volta ci sono voluti sei mesi per un singolo dipinto che conteneva oltre venti immagini!».
Un aspetto importante dell’addestramento di un artista richiede la coltivazione di un elevato e raffinato potere di concentrazione. I pittori devono mantenere una concentrazione intensa mentre abbozzano o dipingono per otto ore al giorno, sei giorni la settimana. «Tutti noi qui all’Istituto la mattina sediamo insieme e preghiamo per una mezz’ora prima di iniziare il nostro lavoro. Fa parte della nostra routine. Se sei un pittore devi mantenere la concentrazione assoluta e in questo la preghiera ti aiuta. Se perdi la concentrazione quando dipingi, anche solo per un attimo, rischi di commettere sbagli o di realizzare un lavoro scadente».
Quando gli chiedo se la notte sogna mai le divinità che dipinge durante il giorno, Dorjee riflette un momento prima di scuotere la testa e sorridere: «Se devo dirti la verità, a volte sì!».


Robert Wyss




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